La tecnologia e le tenebre Quando la ricerca formale si sporge sull’orlo dell’abisso
di Igino Panzino
Dai robot dei cinesi Sun Yuan e Peng Yu alla retrospettiva di Jannis Kounellis Il sottofondo di “Bella ciao” nel padiglione italiano curato da Milovan Farronato
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Al rientro dalla faticosa visita alla Biennale di Venezia (più di dodicimila passi al giorno secondo il mio inseparabile cellulare), butto giù questi appunti. Il titolo della mostra di quest’anno tradotto in italiano suona così: “Che tu possa vivere momenti interessanti”, un imperativo che si rifà a un’enigmatica maledizione cinese (ma forse questo detto malaugurante è piuttosto il frutto di una occidentale interpretazione dei misteri dell’oriente). Comunque i temi più interessanti e angoscianti del momento, che vanno dalla povertà ai mutamenti climatici, dalle migrazioni all’inquinamento invasivo della plastica ed ai problemi dell’etica della scienza, sebbene non sempre ben risolti, sono stati tutti toccati o quantomeno lambiti dagli artisti presenti nella mostra.
Come impressioni a caldo mi sembra di aver individuato quali comuni denominatori di questa edizione tre elementi in particolare: la tecnologia, il buio e il suono.
Una tecnologia spesso in forma futile, più rappresentata in termini paradossali che realmente utilizzata in quanto tale, in certi casi umanizzata, come nel lavoro dei cinesi Sun Yuan e Peng Yu, che ogni tanto fanno spiritosamente interrompere l’interminabile lavoro del loro robot in modo che possa grattarsi un po’ e agitare il posteriore, come facevano gli operai in carne e ossa che dalle macchine sono stati sostituiti. Degli stessi autori mi è molto piaciuta un’altra installazione tecnologica, un’illustrazione ironica del potere rappresentato da un marmoreo trono imperiale vuoto, dal cui centro si agita e schiocca ad intervalli regolari, mollando scudisciate a destra e a manca con grande frastuono, una frusta ad aria compressa.
L’oscurità dilaga teatralmente, dai luoghi delle proiezioni di video e filmati (innumerevoli, tanto da chiedersi se non sia il caso di fare una Biennale a sé per questo genere) in cui è ovviamente necessaria, invade gli spazi delle installazioni plastiche, declinata nelle gradazioni che vanno dal buio pesto alle varie tonalità delle ombre e delle penombre. Tenebre che si spostano dall’est all’ovest. Sprofonda letteralmente nel buio il padiglione russo dove, attraverso una scala a chiocciola, si passa dall’oscurità del piano di ingresso al buio del sotto piano, cioè da un’installazione del celebre regista Alexander Sokurov, che interpreta la parabola del figliol prodigo, al mondo dell’artista Alexander Shishkin-Hokusai, dedicato ai complessi congegni meccanici del Palazzo d’inverno. Due drammaturghi.
Si procede poi per comparazione, passando per la Francia, dove si vive un’esperienza di vero disagio fisico, attraversando al buio gli spazi dalla pavimentazione sconnessa, si arriva al buio del padiglione argentino. In questo reparto è in mostra una processione di sculture che pendono dal soffitto, realizzate da Mariana Telleria. Percorrendo a tentoni lo spazio si intravedono le opere dell’artista, scarsamente illuminate da pochi filtrati fari di automobile appartenenti a parti di carrozzerie incluse nei lavori. Nella serie, altri elementi – prelevati dalla moda, dalla spazzatura e dall’iconografia religiosa – danno vita a una sorta di campionario mediante il quale si vuole raggiungere la nostra ragione passando attraverso i sensi. A fianco al padiglione argentino, quello degli Emirati Arabi era talmente buio che ho avuto paura ad entrarci. Insomma un insieme di situazioni da leggere con l’aiuto del metodo Braille, dove si direbbe che, tramite la scarsa illuminazione, si preferisca dare corpo ad una specie di ambiguità del sussurrato. Progressivamente le condizioni di luce diventano sempre più estreme. Esemplari quella del padiglione statunitense, con l’illuminista (in senso filosofico) Martin Puryear, e quella del padiglione polacco ,con la suggestiva installazione di Roman Stanczak.
Per restare nei padiglioni con requisiti di normale visibilità mi ha un commosso sapere che l’artista ceco Stanislav Kolibal, alla bellezza di novantacinque anni, sia venuto a Venezia per curare di persona i suoi lucidi interventi site-specific geometrico-minimalisti. In diversi casi sembra invece che le installazioni non reggano da sole e abbiano bisogno del supporto di una colonna sonora di sfondo, come nel vetrinistico padiglione italiano curato da Milovan Farronato, dove si sentono, diffuse come nei supermercati, le note della patriottica “Bella ciao”. Risulta un po’ a sé la scelta dell’artista che rappresenta la Germania, Natascha Suder Happelmann, che ha proposto un’opera multimediale invitando a partecipare colleghi di diverse discipline, musica compresa. A l di là del luogo fisico del padiglione, l’opera prosegue da altre parti sotto forma di veri e propri concerti, trasmissioni radio, conferenze.
Viene da chiedersi se questa relazione fra tecnologia e oscurità non sia per niente casuale e se non rappresenti invece la paura che la scienza – per riassumere a grosse sciabolate – ci stia conducendo a un salto nelle tenebre dell’ignoto; una paura che non impedisce però di spettacolarizzare frivolamente l’interpretazione di questo preoccupante processo. L’insieme si potrebbe vedere come una grande metafora della nostra frustrazione, della nostra impotenza davanti al non senso delle contraddizioni che vivono attualmente nei rapporti tra uomo, natura, scienza e sviluppo economico.
Avrebbe poi meritato un viaggio a Venezia tutto per sé la magnifica retrospettiva che la Fondazione Prada ha dedicato al grande Jannis Kounellis. Lasciare per ultima la visita di questo allestimento ha dato una misura ancora più precisa di quanto sia stato anticipatore questo artista rispetto a tante cose viste non solo in questa Biennale.
Naturalmente non ho dimenticato di visitare il padiglione egiziano e di scrivere sul suo registro la frase d’obbligo: “Verità per Giulio Reggeni”. Mi aspettavo qualche reazione, ma il personale è rimasto immobile, come una sfinge.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Come impressioni a caldo mi sembra di aver individuato quali comuni denominatori di questa edizione tre elementi in particolare: la tecnologia, il buio e il suono.
Una tecnologia spesso in forma futile, più rappresentata in termini paradossali che realmente utilizzata in quanto tale, in certi casi umanizzata, come nel lavoro dei cinesi Sun Yuan e Peng Yu, che ogni tanto fanno spiritosamente interrompere l’interminabile lavoro del loro robot in modo che possa grattarsi un po’ e agitare il posteriore, come facevano gli operai in carne e ossa che dalle macchine sono stati sostituiti. Degli stessi autori mi è molto piaciuta un’altra installazione tecnologica, un’illustrazione ironica del potere rappresentato da un marmoreo trono imperiale vuoto, dal cui centro si agita e schiocca ad intervalli regolari, mollando scudisciate a destra e a manca con grande frastuono, una frusta ad aria compressa.
L’oscurità dilaga teatralmente, dai luoghi delle proiezioni di video e filmati (innumerevoli, tanto da chiedersi se non sia il caso di fare una Biennale a sé per questo genere) in cui è ovviamente necessaria, invade gli spazi delle installazioni plastiche, declinata nelle gradazioni che vanno dal buio pesto alle varie tonalità delle ombre e delle penombre. Tenebre che si spostano dall’est all’ovest. Sprofonda letteralmente nel buio il padiglione russo dove, attraverso una scala a chiocciola, si passa dall’oscurità del piano di ingresso al buio del sotto piano, cioè da un’installazione del celebre regista Alexander Sokurov, che interpreta la parabola del figliol prodigo, al mondo dell’artista Alexander Shishkin-Hokusai, dedicato ai complessi congegni meccanici del Palazzo d’inverno. Due drammaturghi.
Si procede poi per comparazione, passando per la Francia, dove si vive un’esperienza di vero disagio fisico, attraversando al buio gli spazi dalla pavimentazione sconnessa, si arriva al buio del padiglione argentino. In questo reparto è in mostra una processione di sculture che pendono dal soffitto, realizzate da Mariana Telleria. Percorrendo a tentoni lo spazio si intravedono le opere dell’artista, scarsamente illuminate da pochi filtrati fari di automobile appartenenti a parti di carrozzerie incluse nei lavori. Nella serie, altri elementi – prelevati dalla moda, dalla spazzatura e dall’iconografia religiosa – danno vita a una sorta di campionario mediante il quale si vuole raggiungere la nostra ragione passando attraverso i sensi. A fianco al padiglione argentino, quello degli Emirati Arabi era talmente buio che ho avuto paura ad entrarci. Insomma un insieme di situazioni da leggere con l’aiuto del metodo Braille, dove si direbbe che, tramite la scarsa illuminazione, si preferisca dare corpo ad una specie di ambiguità del sussurrato. Progressivamente le condizioni di luce diventano sempre più estreme. Esemplari quella del padiglione statunitense, con l’illuminista (in senso filosofico) Martin Puryear, e quella del padiglione polacco ,con la suggestiva installazione di Roman Stanczak.
Per restare nei padiglioni con requisiti di normale visibilità mi ha un commosso sapere che l’artista ceco Stanislav Kolibal, alla bellezza di novantacinque anni, sia venuto a Venezia per curare di persona i suoi lucidi interventi site-specific geometrico-minimalisti. In diversi casi sembra invece che le installazioni non reggano da sole e abbiano bisogno del supporto di una colonna sonora di sfondo, come nel vetrinistico padiglione italiano curato da Milovan Farronato, dove si sentono, diffuse come nei supermercati, le note della patriottica “Bella ciao”. Risulta un po’ a sé la scelta dell’artista che rappresenta la Germania, Natascha Suder Happelmann, che ha proposto un’opera multimediale invitando a partecipare colleghi di diverse discipline, musica compresa. A l di là del luogo fisico del padiglione, l’opera prosegue da altre parti sotto forma di veri e propri concerti, trasmissioni radio, conferenze.
Viene da chiedersi se questa relazione fra tecnologia e oscurità non sia per niente casuale e se non rappresenti invece la paura che la scienza – per riassumere a grosse sciabolate – ci stia conducendo a un salto nelle tenebre dell’ignoto; una paura che non impedisce però di spettacolarizzare frivolamente l’interpretazione di questo preoccupante processo. L’insieme si potrebbe vedere come una grande metafora della nostra frustrazione, della nostra impotenza davanti al non senso delle contraddizioni che vivono attualmente nei rapporti tra uomo, natura, scienza e sviluppo economico.
Avrebbe poi meritato un viaggio a Venezia tutto per sé la magnifica retrospettiva che la Fondazione Prada ha dedicato al grande Jannis Kounellis. Lasciare per ultima la visita di questo allestimento ha dato una misura ancora più precisa di quanto sia stato anticipatore questo artista rispetto a tante cose viste non solo in questa Biennale.
Naturalmente non ho dimenticato di visitare il padiglione egiziano e di scrivere sul suo registro la frase d’obbligo: “Verità per Giulio Reggeni”. Mi aspettavo qualche reazione, ma il personale è rimasto immobile, come una sfinge.
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