Zone interne spopolate La battaglia si vince soltanto con i pastori

Il seminario “Sardinia Reloaded” al Politecnico di Torino Sui territori gli allevatori restano il presidio più efficace 

TORINO. Le ragioni dello spopolamento? Certamente (“e su tutti”) il fattore demografico (drastico calo delle nascite). Certamente “la notte nera dell’economia con assenza totale di piani di sviluppo in quasi tutti i settori produttivi”. Ma c’è anche un mea culpa: la “non conoscenza dei territori tanto nelle loro possibilità quanto nelle loro fragilità, in Sardegna come nel resto d’Italia”. È la conclusione del seminario “Sardinia Reloaded” al Politecnico di Torino, facoltà di Architettura, al Castello del Valentino, a conclusione della Summer School inaugurata lo scorso settembre nell’isola con 34 studenti (ragazze in maggioranza), docenti e tutor di otto atenei (con Torino anche il Politecnico di Milano, l’Orientale di Napoli e le università di Cagliari, Camerino, Palermo e Teramo). Con un conclamato no al catastrofismo: allo spopolamento, fenomeno mondiale, “occorre reagire con metodo, mettendo il tema al centro di un’agenda politica molto distratta, dal Mediterraneo al Pacifico”.

Un’intera mattinata con la Sardegna al centro della discussione in un edificio storico, antica residenza sabauda e oggi patrimonio dell’umanità. Un tirar le somme (“anche se tanto c’è ancora da indagare”) dopo che gli studenti-maratoneti hanno percorso a piedi oltre 250 chilometri tra l’Ogliastra, il Gerrei e il Campidano di Cagliari “consumando le suole e calpestando i suoli per conoscerli da vicini, non solo sulle aride mappe aride dei catasti”. Perché “l’urbanistica deve essere fatta con la gente e per la gente, non nel chiuso di aule o tra le pareti di tanti studi di progettazione”. Sette report che, anche nei titoli, riportavano tutti a scenari di vita tra il Golfo degli Angeli e il Gennargentu: tra gli altri “Ispola, fra trama e ordito”, seguito da “disCONNECTEDsardinia” per proseguire con “Terra mea, pratiche di resistenza nella pastorizia” col sottofondo musicale di Nanneddu Meu.

Quest’ultimo lavoro (con interviste in ovili di Jerzu, Perdasdefogu, Escalaplano e Goni dopo alcuni colloqui ad Arzana) è stato un autentico inno alla pastorizia e ai pastori perché “il primo vero camminatore, il primo autentico presidio di territori marginali, il ripopolatore certificato di campagne altrimenti desolate, passa le giornate e la vita dietro un gregge di pecore o capre, dietro mandrie di mucche”. Nella relazione firmata da Arianna Lippi, Ammy Traore, Alessandro Mancuso e Simone Cosenza guidati dal tutor Luca Lazzarini è stato esaltato il pastore “da capitalismo avanzato che a Escalaplano produce il pecorino ricoperto da quel potente fungicida che è l’argilla e che ha trionfato alla fiera di Bra in Piemonte per una forma di innovazione che lascia intatta la tradizione e ha portato a casa l’Oscar della resistenza casearia”. Certo: c’è poi anche “chi si accontenta del mercato locale, c’è anche ci consegna il latte ai trasformatori” ma – si è chiesto Lazzarini “potremmo immaginare una Sardegna senza pastori? A loro va eretto un monumento perché – come avviene negli alpeggi o sulla forre dell’Appennino - spezzano la solitudine dei territori e lo animano con attività economiche di rilievo”. Per loro vanno pensate politiche attive che premino tanto il fare quanto il saper fare. In questi luoghi non interessati direttamente da spiccato interesse turistico, la figura del pastore è centrale, è sentinella della natura, il pastore è un Sardus Faber che va sostenuto così come quegli imprenditori che, trasformando il latte in formaggio, creano economia reale ed export, influenzando in modo positivo il paesaggio, la società e quindi il territorio”. Nella relazione ufficiale si legge: “Il pastore 2.0 ha sostituito la parola transumanza con innovazione e non solo tecnologica. Ha compreso di doversi aggiornare, usa il computer e commercia con Internet, ma è anche consapevole di un sistema che non premia gli sforzi ed è infelice della sua condizione di sfruttamento. Avviene per il pastore, avviene per i contadini, che per chi vive la campagna e la lavora”. I futuri urbanisti sono stati colpiti dalle “simbiosi preistoria-modernità”. Hanno notato, tra Ulassai e Perdasdefogu, greggi e assieme “alle pale eoliche, cioè il top delle energie alternative”. A Silius tra campi di mandrie pascenti c’è il massimo della scienza astronomica con uno dei radiotelescopi più importanti e grandi del mondo. Questo è un mix virtuoso “con spazi agricoli e tecnologici e e fa ben sperare”. E c’è anche un paragrafo decisamente culturale: la pastorizia nella letteratura e nei canti popolari. Con la lotta di Pratobello di mezzo secolo fa.

Da queste analisi generali si passerà alle “pratiche urbanistiche”. Perché “i territori vanno attrezzati e resi decorosi, vanno collegati bene con i centri abitati dove devono restare i servizi essenziali”. L’università di Cagliari (con la leader del gruppo Anna Maria Colavitti) era presente con Francesco Pes e Matteo Trincas con gli specializzandi Giorgio Sitzia, Giulia Cherchi, Giacomo Lai, Daniela Trudu, Martina Etzi e Giulia Baire.



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