La Nuova Sardegna

«Torno al mondo per amore di mio figlio»

di Daniela Paba
«Torno al mondo per amore di mio figlio»

Nella giornata finale del festival Pazza Idea a Cagliari il film “La scomparsa di mia madre” girato da Beniamino Barrese

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Una madre che desidera scomparire e un figlio che cerca di trattenerla, nel film come nel presente. “La scomparsa di mia madre”, docufilm, opera prima di Beniamino Barrese dedicato a Benedetta Barzini, è stato presentato ieri al Ghetto nella giornata di chiusura di Pazza idea, dedicato a Bellezza e Rivoluzione. Di cui Benedetta Barzini – modella di Vogue, amica di Salvador Dalì e Andy Warol nella NY glamour del ’68, femminista dell’Udi, insegnante per le lavoratrici alle 150 ore – sembra incarnare l’essenza sguardo diretto, viso incorniciato in capelli grigi, senza trucco.

«Il film non è un racconto intimo – spiega durante l’intervista – descrive la vita attraverso le riflessioni. Beniamino è stato capace di separare la madre dalla persona, che è una dote, perché in genere la mamma è sempre la mamma, invece per lui ero un essere umano con delle ragioni, un passato, delle difficoltà». «In un momento in cui siamo atomizzati – interviene Beniamiono Barrese – in cui la vita individuale di ognuno vive una sovraesposizione, mi metteva a disagio riprendere mia madre ma la sfida è stata quella».

Quanto è costato a Benedetta Barzini esporsi alla cinepresa e cosa le sta restituendo l’atto d’amore verso suo figlio nell’accoglenza che il film riscuote? « Il film – risponde – mi ha dato modo di vedere mio figlio al lavoro. Ho visto in lui un giovane appassionato di cinema, alla sua prima opera. E questo mi ha molto commossa. Ho visto una persona professionale, mentre in quanto figlio arriva sempre in ritardo, uno che dimentica pezzi per strada. Mi sono sottoposta a un lavoro che non avrei mai voluto fare. Detto questo, ci ho messo dentro la vecchiaia per parlare dei veri valori, che non sono quelli della bellezza dei vent’anni, ma quelli dei segni della vita sulla tua faccia. Mi sono detta che potevo apparire con autenticità, senza nessun imbellimento. E questo è stato anche un modo per dire a chi guarda il film: “Non abbiate paura di lasciarvi invecchiare come la vita vuole”».

Il documentario non è mai un genere facile. Come sta andando l’accoglienza e la distribuzione? «Bene – spiega Barrese – . Il film è in sala dal 10 ottobre. Perciò sta andando bene. Il soggetto è una persona nota, ma non ho costruito il film come un biopic. Ho cercato finanziamenti sulla base della scrittura e non appoggiandomi alla fama del personaggio protagonista. E’ stato un successo essere selezionati al Sundance Festival, eravamo in competizione con dodici documentari da tutto il mondo. Negli ultimi dieci mesi siamo stati in più di settanta festival e saremo distribuiti negli Stati Uniti oltreché in Italia e in Canada, in Svizzera, in Germania in Austria, in Francia. Non è un successo commerciale. I documentari per recuperare i costi devono essere venduti alle televisioni. Perciò stiamo pensando di rimontare il film per adattarlo al formato televisivo. Ma non è solo per questo. Sono andato a vedere “Chiara Ferragni Unposted”, che ha guadagnato in tre giorni 1.6 milioni di euro: una distanza abissale tra il nostro lavoro e altre cose». Destino delle scommesse controcorrente? «Forse – dice Barrese – ma sarebbe bello se un personaggio come mia madre potesse arrivare non soltanto a noi che siamo già esposti a certe idee, ma a un altro tipo di pubblico. Anche perciò la televisione».

Riprendere la madre ha permesso a Barrese di scoprire cose di lei che non immaginava? «Volevo – risponde – raccontare il conflitto di mia madre. Piano piano ho capito che il modo migliore per raccontare il suo conflitto con la vita poteva essere attraversare il nostro conflitto. La mia richiesta di attenzioni, la mia richiesta di darsi a me attraverso l’obiettivo era lo strumento migliore per avvicinarmi al conflitto della sua vita. Il montaggio rende esplicito il conflitto. E lo spettatore che guarda il film mi regala cose che io non potevo vedere: emozioni, dissonanze, punti di vista. Mia madre, però, continua a rimanere un mistero».

Chiediamo a Benedetta Barzini se ha ancora voglia di scomparire? «Il progetto non è cambiato. È la vecchiaia che mi rende difficile capire in quale modo, come scomparire. Sono anni che ci lavoro. Il mio andare via riguarda molto il rapporto con la morte e un certo rifiuto dell’idea del cadavere. Nella nostra cultura la cerimonia della morte è insopportabile. Se muore una persona a cui hai voluto bene devi tenerti dentro il diamante: cioè il bello del dono della relazione. Chi se ne frega se qualcuno non c’è più: appartiene a te la relazione, che deve essere forza e anche gioia di vivere. L’andare via, lo scomparire, è legato all’idea di rimuovere il cadavere, di vivere da morta, nel senso che io lo lascio completamente, il mondo in cui ho vissuto, per andare incontro all’ignoto, una dimensione più vasta. Questo è il regalo che voglio fare a me stessa. Che ha un prezzo altissimo. Mi piace l’idea di morire da questo mondo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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