I libri di Antonio calabrò
La sfida della rivoluzione digitale e la responsabilità sociale delle imprese
Cambia radicalmente l’impresa, grazie alle nuove tecnologie digitali. E naturalmente cambia il lavoro: forme, contenuti professionali, senso, valori di riferimento. Come? Ne scrive, con straordinaria...
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Cambia radicalmente l’impresa, grazie alle nuove tecnologie digitali. E naturalmente cambia il lavoro: forme, contenuti professionali, senso, valori di riferimento. Come? Ne scrive, con straordinaria intelligenza, un filosofo, Giovanni Mari, in Libertà dal lavoro - La sfida della rivoluzione digitale, Il Mulino, indagando proprio sulla relazione tra libertà e responsabilità, autonomia e partecipazione e partendo dalla lezione economica, ma soprattutto morale e civile, di una delle figure più affascinanti del panorama politico e sindacale del Novecento, Bruno Trentin, leader dei metalmeccanici della Cgil, uomo di battaglie politiche e sofisticato intellettuale: «Se non avessi incontrato la sua opera questo libro non esisterebbe». Il punto cardine dell’elaborazione di Mari riguarda «la questione della formazione» e dunque la conoscenza, il vero nodo del conflitto possibile tra imprenditori e lavoratori (il nuovo contratto di lavoro dei metalmeccanici è strumento di grande attualità). Industria 4.0 chiede creatività e partecipazione, proprio perché tramontano alcuni lavori e ne sorgono altri. L’indispensabile attenzione alla produttività deve dunque fare i conti con “il coinvolgimento”, non solo personale del lavoratore ma dell’impresa intera: servono “forme costanti di partecipazione” guardando a “una democrazia e una dialettica del coinvolgimento che conosca solo il limite dell’efficienza aziendale”. Una vera sfida, anche per imprenditori e manager, cui chiedere una vera e propria svolta culturale.
Perché esistono le imprese e come sono fatte, spiega Giulio Sapelli, economista originale e storico dell’impresa di fama internazionale, per Guerini e Associati, scrivendo di origini e destino delle attività economiche, dalle piccole imprese alle multinazionali, dall’impresa privata a quella pubblica o cooperativa, con uno stimolante capitolo finale su «dono e mercato nella proprietà e nel governo dell’impresa». Fare profitto, anche per finanziare l’innovazione. E ragionare sui valori sociali, la partecipazione, i «limiti sociali dello sviluppo», i mercati e le sfide delle nuove tecnologie tra rischi della subordinazione e importanza della solidarietà: una «ricerca umanistica» dell’impresa moderna.
L’impresa va vista anche dal punto di vista delle gerarchie, degli interessi e dei valori di uomini e donne che la governano. Come racconta bene Piero Celli in Il potere, la carriera e la vita, Chiarelettere, duecento pagine di «memorie di un mestiere vissuto controvento». Celli è stato ai vertici di grandi imprese, Enel e UniCredit, Unipol e Rai (da direttore generale), Omnitel, Poste Italiane, Enit e Luiss, ha governato persone e trasformato strutture, preso decisioni quotidiane e ragionato sul senso delle scelte scrivendone in molti libri. Dopo questo percorso, racconta che «le persone non sono numeri» e che il potere deve saper fare i conti con la fiducia, la motivazione, il premio non agli yes man ma a chi sa fare, innovare, crescere. Di nuovo, una sfida di responsabilità.
Perché esistono le imprese e come sono fatte, spiega Giulio Sapelli, economista originale e storico dell’impresa di fama internazionale, per Guerini e Associati, scrivendo di origini e destino delle attività economiche, dalle piccole imprese alle multinazionali, dall’impresa privata a quella pubblica o cooperativa, con uno stimolante capitolo finale su «dono e mercato nella proprietà e nel governo dell’impresa». Fare profitto, anche per finanziare l’innovazione. E ragionare sui valori sociali, la partecipazione, i «limiti sociali dello sviluppo», i mercati e le sfide delle nuove tecnologie tra rischi della subordinazione e importanza della solidarietà: una «ricerca umanistica» dell’impresa moderna.
L’impresa va vista anche dal punto di vista delle gerarchie, degli interessi e dei valori di uomini e donne che la governano. Come racconta bene Piero Celli in Il potere, la carriera e la vita, Chiarelettere, duecento pagine di «memorie di un mestiere vissuto controvento». Celli è stato ai vertici di grandi imprese, Enel e UniCredit, Unipol e Rai (da direttore generale), Omnitel, Poste Italiane, Enit e Luiss, ha governato persone e trasformato strutture, preso decisioni quotidiane e ragionato sul senso delle scelte scrivendone in molti libri. Dopo questo percorso, racconta che «le persone non sono numeri» e che il potere deve saper fare i conti con la fiducia, la motivazione, il premio non agli yes man ma a chi sa fare, innovare, crescere. Di nuovo, una sfida di responsabilità.
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