La Nuova Sardegna

Sassari, la magistrata: "Spiego alle donne come salvarsi dalla violenza"

Gabriella Grimaldi
Sassari, la magistrata: "Spiego alle donne come salvarsi dalla violenza"

Parla la protagonista di “Forum”. Il suo ultimo libro è sul tema dei femminicidi

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SASSARI. Questa storia inizia da un lieto fine. Dalla faticosa conquista di una vita normale da parte di quei bambini e ragazzi che hanno vissuto la tragedia di vedere la mamma uccisa, in diversi casi davanti a loro, dal proprio padre o dal suo compagno. Storie raccapriccianti, terremoti di sofferenza che lasciano una scia di dolore e tanti, troppi orfani di femminicidio. È a loro che dedica un pensiero positivo, in un quadro per il resto a tinte fosche, la magistrata Melita Cavallo - ora un volto noto anche in tv grazie alla trasmissione Forum in cui è giudice -, autrice del libro “Solo perché donna. Dal delitto d’onore al femminicidio” edito da Mursia.

Dei tanti casi di omicidi “di genere” di cui si è occupata per 40 anni come presidente del Tribunale per i minorenni di Roma e giudice minorile a Milano e a Napoli vuole ricordare il percorso di alcune vittime che all’epoca dei fatti erano bambini. Rintracciandone alcuni, oggi adulti, ha ritrovato persone che sono state in grado, grazie alla loro personalità e al corretto funzionamento delle istituzioni e dei servizi di supporto, di ricostruirsi una vita. È il caso di Linuccia, Rita, Aldo, Salvatore e Vincenzo la cui mamma era stata uccisa dal marito a colpi di forbici quando erano piccoli. Affidati a famiglie diverse (tranne le due femminucce che sono rimaste insieme) i fratelli, che nel frattempo si sono sposati, hanno figli e lavorano con soddisfazione, si sono potuti riunire grazie a una trasmissione televisiva e ora sono sempre in contatto. Ma anche la vicenda di Monic, due anni quando la mamma venne uccisa da suo padre e nascosta in una grotta per giorni, che oggi studia al linguistico con profitto, chiama mamma sua nonna che l’ha cresciuta e dice: «Ho tanti amici e una bella famiglia. Ma penso che una malattia gravissimo abbia cancellato l’amore tra i miei genitori e messo nel cuore di mio padre un odio assassino...».

«Non sempre purtroppo le cose vanno in modo accettabile – commenta Melita Cavallo –. Spesso l’inadeguatezza dei servizi sociali ha lasciato questi bambini, che sono vittime quanto le loro madri, soli al loro destino. Percorsi di sostegno troppo brevi per mancanza di fondi o altri motivi, oppure il fatto di non aver trovato una valida famiglia affidataria o adottiva, hanno inciso fortemente sulla qualità della loro vita. Nel corso della mia attività lavorativa ho visto tantissime donne maltrattate e mi sono decisa a raccontare la mia esperienza per tentare di capire le motivazioni profonde della violenza di genere così da poter dare risposte a una delle piaghe più vergognose e diffuse della nostra società».

Dove vanno ricercate, dunque, le ragioni di delitti così efferati che anche nella nostra Regione riempiono le pagine della cronaca nera con una frequenza che appare crescere in maniera esponenziale?

«Ritengo che si tratti di un fatto culturale. Prima si chiamava delitto d’onore e perciò stesso chi se ne macchiava godeva addirittura di un’attenuante. Oggi si chiama femminicidio ma le motivazioni non sono cambiate. L’uomo ritiene che la donna non possa ambire a una reale uguaglianza, quindi al diritto di poter scegliere della propria vita e dei propri sentimenti in totale autonomia. Quando questo accade l’uomo si sente minacciato, non regge un no, la frustrazione nata dalla eventuale superiorità culturale o economica, l’onta di essere abbandonato. Le reazioni abnormi sono sotto gli occhi di tutti. E non tendono a diminuire, siamo in un’epoca in cui questo fenomeno potrebbe aggravarsi».

Per quale motivo?

«Perché viviamo immersi nella violenza. La nostra società e la nostra stessa vita quotidiana è attraversata da sentimenti di aggressività, desiderio di vendetta o di giustizia sommaria. E parlo di quelle che sembrano essere inezie, come una fila all’ufficio postale. Persino in quel contesto c’è sempre qualcuno che agisce con violenza, anche solo verbale. Per non parlare dei social media che hanno scoperchiato un immenso vaso colmo di odio. Purtroppo si tratta di un processo estremamente difficile da governare».

Ma allora per le donne sempre a rischio di subire violenza non c’è speranza?

«C’è speranza se si agisce sui giovani per sciogliere quei nodi culturali che impediscono una vita in armonia tra uomini e donne. Il lavoro va fatto in famiglia ma soprattutto nella scuola dove si deve insegnare ai ragazzi il rispetto reciproco, che non ci possono essere ruoli predeterminati per nessuno, che la violenza porta solo altra violenza, che non ci si deve sentire minacciati se una compagna segna due gol e fa vincere la squadra, come è successo in una scuola dove i maschi le hanno dedicato questa scritta sulla lavagna “Pensi di aver preso a calci un pallone ma noi i calci te li diamo nel...”».

Il fattore culturale quindi è una criticità. Ma qual è il livello delle tutele?

«Negli ultimi anni ci sono state due leggi importanti. Una è il recente Codice rosso (luglio 2019), una sorta di corsia preferenziale per le denunce di maltrattamenti da parte delle donne. Chi le riceve deve agire immediatamente avviando l’investigazione. Per gli orfani è attiva la legge 4 del 2018 che dispone fra l’altro il gratuito patrocinio per i figli, il sequestro conservativo dei beni dell’omicida, la sua decadenza dalla pensione di reversibilità e l’esclusione dalla successione, più una provisionale in favore degli orfani».

Chi sono le donne “in bilico” del libro?

«Quelle che si rendono conto di essere entrate in un’area a rischio. Chiedo loro di lanciare subito l’allarme e utilizzare il sistema di protezione, dalle forze dell’ordine ai tanti e validi Centri antiviolenza sparsi ormai in tutta Italia».

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