La Nuova Sardegna

teatro 

Alessandro Serra fa ancora centro

di Paolo Petroni

Successo per “Il costruttore Solness” firmato dal regista sardo

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ROMA. È una possente costruzione scenica, quasi ronconiana, quella ideata per “Il costruttore Solness” di Henrik Ibsen da Alessandro Serra, che firma anche la regia all’Eliseo per la compagnia di Umberto Orsini (il 27 aprile sarà al Comunale di Sassari), dando alla sua lettura un’atmosfera claustrofobica e geometrica, tutta razionale. Un teatro Eliseo pieno, nonostante i timori per il coronavirus, che applaude calorosamente un Orsini sempre magistrale e intenso, coraggioso nello scaldare, aderendovi sino in fondo, la lettura fredda di questo regista dalla spiccata personalità, di cui l’attore coproduce anche il bellissimo “Giardino dei ciliegi”, in questo momento all’Argentina sino a domenica. Il grande gioco di invenzioni, la danza poetica di luci e ombre sulle parole di Cechov che dà vita alla fine di un mondo, qui, in un testo evidentemente non d’elezione ma affrontato su commissione, finisce per ridursi a una sola idea, a queste grandi pareti tutte grigie, incombenti, che si muovono continuamente, dilatandosi e restringendosi fino a spazi minimi come quelli di una simbolica tomba, che chiude Solness alla fine in se stessa, ma lasciando tutto sospeso, senza esplicitare il finale con la catastrofe e la caduta dalla torre su cui è salito.

Tutto il testo sembra come asciugato, essiccato alla sua essenza schematica nella contrapposizione tra l’anziano Solness, architetto e costruttore di successo, che sente il valore e la forza dei giovani insidiarlo per metterlo da parte, come fece lui col suo predecessore nell’azienda. E sono le donne, come sempre in Ibsen, la parte vitale, che lui cerca strumentalmente di sedurre e un po’ ne è sedotto, dalla moglie gelosa, diventata quasi una fredda ombra nella scenica interpretazione di Renata Palminiello, una figura senza vita piegata solo al suo senso del dovere, alla segretaria e fidanzata di Chiara Degani del giovane talentuoso architetto di cui si troverà costretto a riconoscere il valore, alla giovane Hilde, una Lucia Lavia mai sopra le righe nel suo essere inquieta e a tratti luminosa, che arriva dal suo passato, quando lui la illuse e quasi sedusse ragazzina e oggi pretende che le promesse di allora vengano mantenute, si realizzino quei castelli in aria, in contrasto anch’essi con la grave sofferenza di vertigini del costruttore.

Solness, fondendo le sue manie di grandezza e potere con i forti sensi di colpa, specie per come riuscì a iniziare la propria carriera sfruttando le disgrazie altrui, vive una sorta di estremo tentativo di redenzione che si lega a un cupio dissolvi. La potenza del testo di Ibsen è in questo e l’arte di Orsini riesce a mostrare qualche ardore nel suo personaggio, sempre però freddo, come trattenuto, costretto in una struttura simbolica ma alla lunga monotona, piatta al di là dei suoi sin troppo continui movimenti. Certo in alcuni momenti esce l’invenzione sorprendente di Serra, cominciando con certi rumori amplificati, ossessioni per Solness più che ossessivi, per culminare in un gioco con la luce e uno specchio rotante che illumina in modo inquieto e magico un momento di presa di coscienza di Solness.

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