Sassari, Simone Sechi: il tratto umano di un militante
Guido Melis
È scomparso improvvisamente. Era una figura centrale della sinistra cittadina
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Difficile scrivere di un amico che non c’è più solo poche ore dopo la sua improvvisa, dolorosa scomparsa. Ancora più difficile se si tratta di Simone Sechi.
Aveva una caratteristica, Simone, un suo modo di interpretare l’esistenza, ed era quel suo starsene appartato, partecipe sino in fondo alle cose ma senza darlo troppo a vedere. Ammalato da sempre di politica (è un virus che prende da giovani, la buona politica nutrita di ideali, e che non ti lascia più), non amava però le cariche, né le candidature, né tanto meno i palcoscenici. Gli piaceva, nelle mille riunioni alle quali avrà partecipato per 50 anni, starsene silenzioso in gruppo ad ascoltare per ore gli altri, con quel mezzo sorriso un po’ sornione che tradiva la sua intelligente attenzione; e magari poi – se proprio doveva – intervenire anche lui, ma breve, irruento e appassionato (spesso anche indignato), con parole mai di circostanza, sempre cariche di verità.
Ci eravamo conosciuti poco più che ventenni (Simone era appena più anziano di me) quando, dopo il primo Sessantotto sassarese, lui si trasferì a Sassari, accompagnato dalla fascinosa (un po’ misteriosa anche) fama di essere stato operaio e – chissà – forse (si vociferava) dirigente rivoluzionario dei comitati di base a Marghera. Aderì prima per pochi mesi a Sinistra operaia, un gruppo di studenti che, fuoruscito dall’università, praticava già i volantinaggi ai cancelli della Sir, e poi, di lì a poco, fu (con Roberto Morini, Francesco e Giovanni Pigliaru e altri) tra i fondatori del nucleo sassarese di Lotta continua.
Ci separavano allora, e avrebbero potuto irrimediabilmente contrapporci, le opposte ideologie dell’epoca, giacché per me – allora niente meno che militante marxista-leninista linea rossa (il massimo della purezza, insomma) – quelli come lui erano “operaisti”; e per lui quelli come me biechi “stalinisti”. Ma a farci incontrare giocò la sua parte un indimenticabile amico comune, padovano, professore a quei tempi a Sassari di storia moderna: Giampiero Bozzolato. Fu lui, amico di entrambi, il tramite e il “facilitatore” (si direbbe oggi) del nostro iniziale dialogo. Simone infatti (questa era sin da allora una sua caratteristica) amava specialmente dialogare. Gli piaceva farlo in lunghe e fumose riunioni nei “covi” della nuova sinistra al centro di Sassari, ma amava anche – se ti incontrava per strada – passeggiare tranquilli per le strade di una città un po’ addormentata (lo era anche allora, nonostante “le lotte” nel vicino polo industriale) e chiacchierare un po’ di tutto, dall’arte al cinema ma soprattutto (senza però accapigliarcisi troppo) di politica.
Poi per un lungo periodo, senza che nessuno dei due lo volesse, capitò che ci perdessimo di vista, o forse che ci seguissimo solo a distanza. Lui era diventato insegnante, amatissimo dai suoi studenti, e poi ottimo dirigente scolastico; io ero entrato all’università da professore.
Ci ritrovavamo però ogni volta che c’era una causa per cui valesse la pena di impegnarsi: la battaglia sul divorzio, ad esempio; il comitato Sofri animato da Lisetta Foa; oppure – molto dopo (eravamo già cinquantenni) l’Ulivo, la lotta contro Berlusconi e la candidatura Prodi, e infine la fondazione e costruzione del Pd, che entrambi speravamo divenisse e restasse come promesso nel suo primo statuto il “partito dei cittadini”. Io fui eletto deputato di quel partito e lui fu tra i primi a spendersi generosamente perché riuscissi eletto. Poi mi affiancò lungo tutto il mandato parlamentare, assicurandomi una collaborazione mai esibita ma sempre decisiva.
La pensavamo allo stesso modo su molte cose (sperammo tutti e due nel primo Renzi), ci intendevamo anche senza dircelo. Da ultimo il suo impegno militante aveva trovato una sede congeniale nel Circolo Berlinguer del Pd sassarese, con le cui posizioni – mi diceva – non sempre collimava del tutto, ma gli piaceva l’ambiente tra compagni e la rettitudine di molti di loro, e questo gli bastava.
Era fatto così. Onesto con gli altri ma prima di tutto con sé stesso, intransigente davanti ai compromessi della politica politicante; alieno da ogni retorica e dagli ideologismi esasperati delle tante mode culturali. Era un frequentatore abituale di librerie e ottimo lettore di libri mai banali, insaziabilmente curioso delle novità culturali. E nel rapporto con gli altri affettuoso, partecipe, mai distratto (mio figlio ricorda come si intrattenesse con lui adolescente anche a parlare di “cose da grandi”). Un intellettuale militante, lo si sarebbe potuto definire; ma senza la distanza dalla realtà che troppe volte ha assunto il termine nella storia antica e recente d’Italia. Al fondo non era difficile leggere persino nel suo modo di vestire, di parlare, di muoversi, la sua umanità sommessa, quel senso pratico delle cose e della vita che temperava in lui anche i giudizi più radicali: e che sapeva cogliere acutamente le contraddizioni delle quali è intessuta la realtà.
Aveva una caratteristica, Simone, un suo modo di interpretare l’esistenza, ed era quel suo starsene appartato, partecipe sino in fondo alle cose ma senza darlo troppo a vedere. Ammalato da sempre di politica (è un virus che prende da giovani, la buona politica nutrita di ideali, e che non ti lascia più), non amava però le cariche, né le candidature, né tanto meno i palcoscenici. Gli piaceva, nelle mille riunioni alle quali avrà partecipato per 50 anni, starsene silenzioso in gruppo ad ascoltare per ore gli altri, con quel mezzo sorriso un po’ sornione che tradiva la sua intelligente attenzione; e magari poi – se proprio doveva – intervenire anche lui, ma breve, irruento e appassionato (spesso anche indignato), con parole mai di circostanza, sempre cariche di verità.
Ci eravamo conosciuti poco più che ventenni (Simone era appena più anziano di me) quando, dopo il primo Sessantotto sassarese, lui si trasferì a Sassari, accompagnato dalla fascinosa (un po’ misteriosa anche) fama di essere stato operaio e – chissà – forse (si vociferava) dirigente rivoluzionario dei comitati di base a Marghera. Aderì prima per pochi mesi a Sinistra operaia, un gruppo di studenti che, fuoruscito dall’università, praticava già i volantinaggi ai cancelli della Sir, e poi, di lì a poco, fu (con Roberto Morini, Francesco e Giovanni Pigliaru e altri) tra i fondatori del nucleo sassarese di Lotta continua.
Ci separavano allora, e avrebbero potuto irrimediabilmente contrapporci, le opposte ideologie dell’epoca, giacché per me – allora niente meno che militante marxista-leninista linea rossa (il massimo della purezza, insomma) – quelli come lui erano “operaisti”; e per lui quelli come me biechi “stalinisti”. Ma a farci incontrare giocò la sua parte un indimenticabile amico comune, padovano, professore a quei tempi a Sassari di storia moderna: Giampiero Bozzolato. Fu lui, amico di entrambi, il tramite e il “facilitatore” (si direbbe oggi) del nostro iniziale dialogo. Simone infatti (questa era sin da allora una sua caratteristica) amava specialmente dialogare. Gli piaceva farlo in lunghe e fumose riunioni nei “covi” della nuova sinistra al centro di Sassari, ma amava anche – se ti incontrava per strada – passeggiare tranquilli per le strade di una città un po’ addormentata (lo era anche allora, nonostante “le lotte” nel vicino polo industriale) e chiacchierare un po’ di tutto, dall’arte al cinema ma soprattutto (senza però accapigliarcisi troppo) di politica.
Poi per un lungo periodo, senza che nessuno dei due lo volesse, capitò che ci perdessimo di vista, o forse che ci seguissimo solo a distanza. Lui era diventato insegnante, amatissimo dai suoi studenti, e poi ottimo dirigente scolastico; io ero entrato all’università da professore.
Ci ritrovavamo però ogni volta che c’era una causa per cui valesse la pena di impegnarsi: la battaglia sul divorzio, ad esempio; il comitato Sofri animato da Lisetta Foa; oppure – molto dopo (eravamo già cinquantenni) l’Ulivo, la lotta contro Berlusconi e la candidatura Prodi, e infine la fondazione e costruzione del Pd, che entrambi speravamo divenisse e restasse come promesso nel suo primo statuto il “partito dei cittadini”. Io fui eletto deputato di quel partito e lui fu tra i primi a spendersi generosamente perché riuscissi eletto. Poi mi affiancò lungo tutto il mandato parlamentare, assicurandomi una collaborazione mai esibita ma sempre decisiva.
La pensavamo allo stesso modo su molte cose (sperammo tutti e due nel primo Renzi), ci intendevamo anche senza dircelo. Da ultimo il suo impegno militante aveva trovato una sede congeniale nel Circolo Berlinguer del Pd sassarese, con le cui posizioni – mi diceva – non sempre collimava del tutto, ma gli piaceva l’ambiente tra compagni e la rettitudine di molti di loro, e questo gli bastava.
Era fatto così. Onesto con gli altri ma prima di tutto con sé stesso, intransigente davanti ai compromessi della politica politicante; alieno da ogni retorica e dagli ideologismi esasperati delle tante mode culturali. Era un frequentatore abituale di librerie e ottimo lettore di libri mai banali, insaziabilmente curioso delle novità culturali. E nel rapporto con gli altri affettuoso, partecipe, mai distratto (mio figlio ricorda come si intrattenesse con lui adolescente anche a parlare di “cose da grandi”). Un intellettuale militante, lo si sarebbe potuto definire; ma senza la distanza dalla realtà che troppe volte ha assunto il termine nella storia antica e recente d’Italia. Al fondo non era difficile leggere persino nel suo modo di vestire, di parlare, di muoversi, la sua umanità sommessa, quel senso pratico delle cose e della vita che temperava in lui anche i giudizi più radicali: e che sapeva cogliere acutamente le contraddizioni delle quali è intessuta la realtà.
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