La letteratura ci insegna come reagire alle pandemie
di MARCELLO FOIS
Eventi storici narrati per enfatizzare il messaggio della vulnerabilità umana
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A chi ancora si domandasse sino a che grado di competenza storica si può arrivare attraverso l’istruzione, basterebbe rispondere che tutto ciò che riteniamo specifico della nostra epoca è, al contrario, già accaduto fin nei minimi particolari.
L’epidemia nello specifico è un argomento cardine attraverso il quale fin dagli albori della nostra letteratura siamo riusciti a narrare la nostra capacità di autodeterminarci, ma anche quella di ridimensionarsi. L’Atene di Tucidide, raccontata nel libro II de La Guerra del Peloponneso, invasa dal morbo egizio nel 430 a.C. reagisce con una noncuranza, si direbbe un’incredulità, che dovrebbe esserci assai familiare. Eppure quella sorpresa ancora ci sorprende. Il racconto del disorientamento allibito della città-stato che aveva inventato e stava sperimentando la democrazia, è esattamente sovrapponibile a quello che potremmo fare oggi immersi come siamo nella realtà del Covid19. Anche in quel caso la reazione fu lenta. Quegli ateniesi dovettero sperimentare quel dato, anche biblico, per cui esistono potenze sconosciute che sanno metterci di fronte alle nostre incapacità proprio quando ci riteniamo invincibili.
Il mitema del morbo non è nient’altro che l’invito a non considerarsi invulnerabili. Perché è proprio quella presunzione che genera il materiale letterario. Che cosa si può raccontare se non l’infelicità del ridimensionamento? Cos’è il racconto di una guerra se non il resoconto dell’eterno alternarsi tra contrapposte immagini di se stessi? Greci e Troiani, Francesi e Inglesi, Italiani e Austriaci, Nordisti e Sudisti che si fronteggiano rappresentano l’uno il morbo dell’altro. Che cos’è il racconto del vagare senza riuscire a raggiungere la meta se non l’ammissione della nostra inefficienza? Ulisse, Don Quichotte, Holden Caulfield, che non riescono a tornare a casa rappresentano il morbo di se stessi.
Il narrare consiste esattamente nell’enfatizzare l’incidente. L’epidemia è l’incidente per eccellenza, il dispositivo attraverso il quale si interrompe qualunque presunzione. I fiorentini nel 1340 debbono ammettere che la peste li ha invasi con una certa dose di supponenza. Sanno di appartenere a quella società che inventerà il Rinascimento e accettano il loro destino come una stanza segreta in cui rifondare ogni possibile umanità. Basta un nucleo di dieci narranti, che si prendano il compito di raccontarsi, e quindi tramandarsi, ogni possibile memoria. Solo la memoria può battere il morbo, spiega il Decamerone. Finché puoi narrare la tua vita è salva. Ma se dimentichi sei perso. Afasico.
Per questo nel 1630 quando un popolano entra in Milano con un fagotto di abiti sottratti ai cadaveri dei Lanzichenecchi, all’inizio nessuno fa caso al suo malessere. Secondo il resoconto manzoniano del magnifico capitolo XXXI de I Promessi Sposi, in quel mese di marzo i milanesi non sanno che la guerra è stata dichiarata, non sanno che si sono incamminati per un lungo viaggio di espiazione. E fanno conto di non saperlo anche quando la parola Peste comincia a risuonare, quando Tadino e Settala, i Burioni di quel tempo, mettono in guardia tutti a proposito del fatto che sottovalutare e sottostimare è un errore senza via di scampo. Sicché costoro vengono derisi e presi sotto gamba. Ma quel popolano come il cavallo di Troia aveva portato il nemico fin dentro le mura della città lombarda e aveva acceso la miccia lunga del pregiudizio di conferma. Ecco che si comincia a credere solo a quei medici che negano la peste in atto.
Poi, quando è impossibile non chiamare le cose col proprio nome, ci si lancia nella cabala del contagiato zero, fino alla certezza consolatoria di riconoscere l’untore nello straniero: morbo germanico appunto, o spagnola, o asiatica.
Non molto tempo fa la notizia cardine del nostro bisogno di consolazione è stata che il Covid19 fosse giunto in Lombardia dalla Germania. È già successo. È successo persino che, presi dal panico, tutti coloro che potevano permetterselo, in barba alle Grida, fuggissero dalla città infetta per raggiungere le residenze di campagna, portando con sé il morbo mortifero. È già successo che i poveri divenissero più poveri, che nell’interruzione di ogni convenzione assaltassero i forni per un tozzo di pane. Eppure quel “pregiudizio di conferma” non ci abbandona. Abbiamo bisogno di non credere e poi di essere costretti a credere e poi di dimenticare. Gli esperti affermano che in caso di epidemie il momento migliore per intervenire è all’inizio, quando la minaccia è minore. Basterebbero 2420 anni di letteratura per confermarlo, ma nessuno dei nostri politici attuali ha letto abbastanza e se anche avesse letto questo frammento eccezionale di Manzoni non accetterebbe la responsabilità di far sembrare eccessiva a posteriori quella reazione. Ah, Tucidide, Boccaccio, Manzoni, e tanti altri avevano previsto anche questo.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
L’epidemia nello specifico è un argomento cardine attraverso il quale fin dagli albori della nostra letteratura siamo riusciti a narrare la nostra capacità di autodeterminarci, ma anche quella di ridimensionarsi. L’Atene di Tucidide, raccontata nel libro II de La Guerra del Peloponneso, invasa dal morbo egizio nel 430 a.C. reagisce con una noncuranza, si direbbe un’incredulità, che dovrebbe esserci assai familiare. Eppure quella sorpresa ancora ci sorprende. Il racconto del disorientamento allibito della città-stato che aveva inventato e stava sperimentando la democrazia, è esattamente sovrapponibile a quello che potremmo fare oggi immersi come siamo nella realtà del Covid19. Anche in quel caso la reazione fu lenta. Quegli ateniesi dovettero sperimentare quel dato, anche biblico, per cui esistono potenze sconosciute che sanno metterci di fronte alle nostre incapacità proprio quando ci riteniamo invincibili.
Il mitema del morbo non è nient’altro che l’invito a non considerarsi invulnerabili. Perché è proprio quella presunzione che genera il materiale letterario. Che cosa si può raccontare se non l’infelicità del ridimensionamento? Cos’è il racconto di una guerra se non il resoconto dell’eterno alternarsi tra contrapposte immagini di se stessi? Greci e Troiani, Francesi e Inglesi, Italiani e Austriaci, Nordisti e Sudisti che si fronteggiano rappresentano l’uno il morbo dell’altro. Che cos’è il racconto del vagare senza riuscire a raggiungere la meta se non l’ammissione della nostra inefficienza? Ulisse, Don Quichotte, Holden Caulfield, che non riescono a tornare a casa rappresentano il morbo di se stessi.
Il narrare consiste esattamente nell’enfatizzare l’incidente. L’epidemia è l’incidente per eccellenza, il dispositivo attraverso il quale si interrompe qualunque presunzione. I fiorentini nel 1340 debbono ammettere che la peste li ha invasi con una certa dose di supponenza. Sanno di appartenere a quella società che inventerà il Rinascimento e accettano il loro destino come una stanza segreta in cui rifondare ogni possibile umanità. Basta un nucleo di dieci narranti, che si prendano il compito di raccontarsi, e quindi tramandarsi, ogni possibile memoria. Solo la memoria può battere il morbo, spiega il Decamerone. Finché puoi narrare la tua vita è salva. Ma se dimentichi sei perso. Afasico.
Per questo nel 1630 quando un popolano entra in Milano con un fagotto di abiti sottratti ai cadaveri dei Lanzichenecchi, all’inizio nessuno fa caso al suo malessere. Secondo il resoconto manzoniano del magnifico capitolo XXXI de I Promessi Sposi, in quel mese di marzo i milanesi non sanno che la guerra è stata dichiarata, non sanno che si sono incamminati per un lungo viaggio di espiazione. E fanno conto di non saperlo anche quando la parola Peste comincia a risuonare, quando Tadino e Settala, i Burioni di quel tempo, mettono in guardia tutti a proposito del fatto che sottovalutare e sottostimare è un errore senza via di scampo. Sicché costoro vengono derisi e presi sotto gamba. Ma quel popolano come il cavallo di Troia aveva portato il nemico fin dentro le mura della città lombarda e aveva acceso la miccia lunga del pregiudizio di conferma. Ecco che si comincia a credere solo a quei medici che negano la peste in atto.
Poi, quando è impossibile non chiamare le cose col proprio nome, ci si lancia nella cabala del contagiato zero, fino alla certezza consolatoria di riconoscere l’untore nello straniero: morbo germanico appunto, o spagnola, o asiatica.
Non molto tempo fa la notizia cardine del nostro bisogno di consolazione è stata che il Covid19 fosse giunto in Lombardia dalla Germania. È già successo. È successo persino che, presi dal panico, tutti coloro che potevano permetterselo, in barba alle Grida, fuggissero dalla città infetta per raggiungere le residenze di campagna, portando con sé il morbo mortifero. È già successo che i poveri divenissero più poveri, che nell’interruzione di ogni convenzione assaltassero i forni per un tozzo di pane. Eppure quel “pregiudizio di conferma” non ci abbandona. Abbiamo bisogno di non credere e poi di essere costretti a credere e poi di dimenticare. Gli esperti affermano che in caso di epidemie il momento migliore per intervenire è all’inizio, quando la minaccia è minore. Basterebbero 2420 anni di letteratura per confermarlo, ma nessuno dei nostri politici attuali ha letto abbastanza e se anche avesse letto questo frammento eccezionale di Manzoni non accetterebbe la responsabilità di far sembrare eccessiva a posteriori quella reazione. Ah, Tucidide, Boccaccio, Manzoni, e tanti altri avevano previsto anche questo.
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