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«Jazzisti abituati ai cambi di ritmo»

«Jazzisti abituati ai cambi di ritmo»

Parla il sassofonista algherese Enzo Favata: ma per tanti è un disastro

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SASSARI. Concerti annullati, produzioni sospese, migliaia di artisti nell’incertezza totale. Tra le tante categorie messe in ginocchio da questa devastante pandemia c’è di sicuro anche quella dei musicisti. Lo sa bene il sassofonista algherese Enzo Favata, rinchiuso nella sua casa di campagna abbastanza lontano dal centro della città catalana, «Come tutti i musicisti professionisti – rivela – ho dovuto cancellare concerti e tournèe da febbraio a giugno, con un danno enorme per la nostra economia. Poi sono stato costretto a interrompere la registrazione del disco del mio nuovo gruppo “The Crossing” con Pasquale Mirra al Vibrafono Rosa Brunello al Basso elettrico e Marco Frattini alla batteria. Nel 2019 abbiamo avuto grande successo internazionale con tournèe in Europa, Asia e Sud America e quest’anno, già in primavera, avremmo dovuto fare una grande attività. Ci stiamo sentendo via web e decidendo di utilizzare delle piattaforme sul web per fare delle prove a distanza ogni uno a casa sua». Ma ci sono comunque nuovi progetti: «Visto che sono qui da solo, già dalla prossima settimana ho deciso di iniziare la registrazione, domestica, del mio album in solo per documentare il mio progetto Starship, che dopo il debutto in Giappone nel 2017, avevo deciso di fare, ma rapito da concerti e tour con formazioni più grandi avevo posticipato».

Ma come passa il tempo da recluso un artista abituato a girare il mondo? «Passo la mattina in studio e nel pomeriggio mi occupo della casa e del piccolo pezzo di terra che ho intorno lontano da tutto, mentre la sera guardo molto la tv, sia i programmi italiani sia quelli esteri, per documentarmi meglio. Per il resto diciamo che questo isolamento lo sto vedendo come un valore essenziale, dopo anni a girare come una trottola per tutto il pianeta, questa reclusione forzata mi sta dando la possibilità di dedicarmi anche a cose più semplici e manuali. Detto questo – continua Favata – sono pur sempre un jazzista e quindi sono abituato a reagire alle situazioni in tempo reale e ad affrontare cambi repentini di tempo e di situazioni sonore. Penso che questo abbia influito sulla mia relazione attuale tra il tempo e il cosa fare nel quotidiano. In particolare mi ha portato a riflettere sulla mia sfera personale e sociale e qui un ruolo importante ce l’hanno la musica e la campagna: quest’ultima è la prova evidente che bisogna avere cura della terra se si vuole che le piante “crescano". La musica, come la campagna, ha bisogno di nutrimento intellettuale, di pratica necessaria. Oltre allo studio che sta occupando finalmente molto del mio tempo, sia con i miei sassofoni soprano e clarinetto basso sia con la mia grande passione elettronica, ho deciso di occuparmi di una parte importante della mia attività musicale: il mio archivio che in oltre trent’anni di attività ho sempre alimentato con registrazioni di concerti, creazioni musicali per il cinema, teatro e installazioni».

Poi qualche parola sul tracollo che rischia il mondo della musica. «In Italia è in sofferenza già da tempo – commenta Favata – non ci sono state reali azioni di sostegno ai generi “non commerciali”, e le piccole gocce del Fondo unico per lo spettacolo non hanno mai dato un valido sostegno a tutta la filiera. Il tonfo è già evidente, parlo del mondo che conosco meglio, quello del jazz italiano: il lockdown globale ha fatto cancellare festival, stagioni e programmazioni varie mettendo in seria crisi economica migliaia di persone e famiglie, per la maggior parte alimentate da redditi da partita iva. E questo sarà un grande dramma». (andr. mass.)

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