«Noi narratori immagineremo una vita diversa»
di PIERGIORGIO PULIXI
Lo scrittore parla del nuovo romanzo e del ruolo degli intellettuali in questa crisi
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Per istinto riflesso, al suo nome tutti noi associamo la parola “mistero”. Questo la dice lunga su quanto i suoi lavori abbiano inciso sull’immaginario collettivo italiano e di quanto la letteratura poliziesca italiana gli sia debitrice. In trent’anni di carriera Carlo Lucarelli ha saputo condurci all’ombra dei più fitti misteri del nostro Paese. Scrittore, presentatore televisivo, conduttore radio, sceneggiatore di serie tv e fumetti. Lucarelli ha saputo muoversi con maestria da un medium all’altro, mettendo sempre al centro delle sue opere l’indagine sul cuore buio degli esseri umani. Ma la letteratura è sempre stato il suo campo d’elezione privilegiato. Da un mese è tornato in libreria con “L’inverno più nero” (Einaudi, 18 euro), e in qualche modo è un ritorno alle origini, visto che il protagonista del libro, il commissario De Luca, è il personaggio che ha avviato la carriera dello scrittore con la pubblicazione del primo romanzo, “Carta bianca”, nel 1990.
Siamo a Bologna, nel dicembre del ʼ44. De Luca, ormai vicecomandante della Squadra Autonoma di Polizia Politica, incrocia tre diversi morti ammazzati nell’arco di poche centinaia di metri, fra i portici e i vicoli del centro. Nessuno dei delitti è ciò che sembra. Il poliziotto viene risucchiato dentro le indagini, mentre tutt’intorno a lui l’Italia vive la sua stagione più aspra.
Buona parte della sua produzione si è occupata in questi anni di scandagliare il passato del nostro Paese, frugando negli armadi della vergogna, quelli noti e quelli meno noti. Cosa la spinge a continuare a fare i conti, letterariamente parlando, col nostro passato collettivo?
«Non è stata una scelta razionale o una decisione presa a tavolino. Mi sono ritrovato a scrivere il mio primo romanzo ambientandolo nel ’45 perché stavo studiando quel periodo storico all’università e perché era la situazione più giusta per mettere in scena l’idea che mi era venuta e ho cominciato a raccontare i cosiddetti “misteri” italiani in televisione perché mi sembrava che avessimo sviluppato con “Blu Notte” un buon modo per rappresentare anche storie così complesse. Poi, a un certo punto, dopo tanti anni di romanzi e altre cose mi sono fermato a chiedermi cosa stessi facendo e ho capito che con ognuna delle mie storie cerco di raccontare un certo modo di essere italiani. Quello che siamo, noi italiani, nei momenti più bui (perché sono un giallista ed è la metà oscura delle cose quella che mi attrae) del nostro passato e del nostro presente. Perché, e questa è la mia risposta, non avendo mai fatto, noi italiani, i conti col passato, ecco che questo resta presente, e rischia di diventare futuro.»
“L’inverno più nero”, parla di uno dei periodi più bui della nostra nazione. Quell’inverno è mai finito, o in qualche modo ci siamo ancora dentro?
«Ci siamo ancora dentro, anche se in modo diverso: più forti, più maturi, più furbi, ma per certi versi ancora dentro. Quel periodo è figlio diretto di un atteggiamento che è quello che ho descritto per il mio commissario: guardare da un’altra parte. Ignorare segnali via via sempre più forti per scoprirsi all’improvviso in una irrimediabile situazione catastrofica: la guerra, la violenza, il razzismo, la dittatura e il fascismo. Certi segnali, ogni tanto, a me sembra di percepirli ancora. Anche perché un taglio netto, una cesura profonda con il passato, una chiara resa dei conti con tante brutte abitudini, non ci sono mai stati. Per esempio, la grande maggioranza dei membri degli apparati di sicurezza del fascismo è traghettata direttamente in quelli della Repubblica, anche quelli più compromessi, mantenendo l’ideologia, a volte, e comunque la prassi, del passato. Il mio commissario De Luca, con le storie vissute nei vari libri che lo vedono protagonista, ne è un esempio».
Una costante dei suoi personaggi è la ricerca ossessiva della verità. De Luca non si accontenta delle verità istituzionali, a costo di andare contro tutto e tutti e mettere la propria vita a repentaglio. Condivide con i suoi personaggi questo bisogno di verità?
«Condivido la voglia di verità con tutti noi, credo. Più che un’ossessione per me è una necessità: soltanto sapendo esattamente quello che è successo e di chi siano le responsabilità possiamo sperare di fare i conti, fare piazza pulita, cambiare, e tutto quello che serve a migliorare il nostro futuro, se no, in questo continuo gioco di guardie e ladri, dove spesso certe guardie fanno il lavoro dei ladri, perderemo sempre. L’ossessione è una caratteristica dei miei personaggi perché la ritengo una delle qualità fondamentali, assieme alla contraddizione, di un personaggio comunque interessante. Noi raccontiamo “l’uomo che cerca”, e più questa ricerca è forte e urgente e meglio è. In un noir, poi, è essenziale: affidiamo ai nostri detective casi così complicati che se non fossero ossessionati farebbero prima a dire “chi me lo fa fare?” e il romanzo finirebbe a pagina uno. Per il commissario De Luca, poi, l’ossessione è a sua volta una contraddizione: la sua ricerca della verità coincide con il percorso che porterà all’affermazione della giustizia, ma la spinta che lo muove è più “estetica”, più personale, è l’ossessione di un monomaniaco che deve vedere tutto a posto, più per sé che per altro».
Lo scenario attuale che stiamo vivendo sembra strappato via dalle pagine dei romanzi di Richard Matheson, Philip Dick o Stephen King. Come sta cambiando, ma soprattutto come cambierà il ruolo di intellettuali e scrittori a seguito del Coronavirus?
«È brutto definirla un’occasione, perché con tutto quello che succede è difficile dare al momento un’accezione positiva, ma è comunque questo, e io spero che questa occasione non ce la perderemo neppure noi “intellettuali”. La prima cosa che ci dobbiamo tenere stretta è questa nuova concezione, più lenta, più corposa, più strutturata, del tempo. Siamo costretti a fermarci a un argomento importante, dedicargli tutta la nostra attenzione e starci sopra per uno spazio superiore a quello di un post e una manciata di like. A capire che quello che viene detto e scritto incide sulla vita materiale e concreta della gente. Perfino a parlare uno alla volta, visto che i collegamenti a distanza lo impongono. Spero che non ci perderemo questa nuova attitudine ad essere “pesanti”. Ma soprattutto, dovremmo darci da fare per immaginare e raccontare le esigenze e i meccanismi del futuro, perché tutto questo non si ripeta. La natura ci ha dato molti segnali di cui questa pandemia è soltanto l’ultimo: diamoci da fare, noi narratori, per immaginare una vita diversa».
Per tanti anni in Italia si è parlato di utilizzo sociale del noir e della letteratura poliziesca, quasi che questi generi fossero in grado di raccontare, a partire da un delitto, la realtà antropologico-criminale di una metropoli o della provincia italiana. Oggi il noir ha ancora questo potere di leggere attraverso la lente del crimine peccati e storture della nostra società, o questo ruolo gli è stato defraudato dall’avvento dei nuovi media?
«Ce l’abbiamo ancora. Facciamo tutti lo stesso mestiere anche se in modo diverso, e anche se la serie televisiva è diventato il parente più prossimo del romanzo, ancora più di quanto una volta fosse considerato il film, che aveva la necessità di sintetizzare il contenuto di un romanzo mentre la serie può rappresentarlo anche tutto, con una stagione. Ma sono cose diverse, il potere evocativo e l’intimità che appartengono alla parola scritta in un libro incidono in modo diverso su chi legge rispetto a chi guarda. Non è che una cosa sia migliore dell’altra, sono due cose diverse. Fa denuncia Massimo Carlotto, quando parla del legname di Chernobyl commercializzato da mafiosi per mobilieri senza scrupoli e lo fa l’omonima serie televisiva. L’unica differenza è che i mezzi a nostra disposizione, intendo di noi scrittori di libri, sono illimitati».
Il momento che stiamo vivendo ha parecchie similarità con l’inverno del ʼ44 raccontato nel romanzo. La coltre di sospetto, per esempio, è la stessa. Tutti hanno paura di tutti. Il sospetto viene elevato quasi a forma di autodifesa personale. Siamo reduci da una lunga stagione di odio. Prima ancora che fisica, ci ha preceduto una “quarantena della ragione”. Pensa che il Paese uscirà diverso da questo dramma epocale?
«Spero di sì. In senso buono, naturalmente. La paura può essere una buona cosa quando la si combatte con la conoscenza e il buon senso: allora è davvero un’occasione per crescere, reagire a quello che non va e smettere di avere paura di quello che invece non è un pericolo. Se invece viene gestita come una forma di chiusura, come una fuga alla cieca, allora è una catastrofe. Abbiamo già i primi esempi in Europa di quello che può significare, con governanti che assumono pieni poteri che chissà se e quando lasceranno, come in Ungheria. Dal brutto inverno nero del ’44 ne siamo usciti con la primavera del ’45, pur con tutti i suoi limiti. Un paragone stretto tra quel periodo e il nostro è ingiusto, perché non siamo certo ancora a quel livello di morte, ferocia e violenza, e spero che non ci arriveremo. Ma una primavera nuova ci vuole».
Siamo a Bologna, nel dicembre del ʼ44. De Luca, ormai vicecomandante della Squadra Autonoma di Polizia Politica, incrocia tre diversi morti ammazzati nell’arco di poche centinaia di metri, fra i portici e i vicoli del centro. Nessuno dei delitti è ciò che sembra. Il poliziotto viene risucchiato dentro le indagini, mentre tutt’intorno a lui l’Italia vive la sua stagione più aspra.
Buona parte della sua produzione si è occupata in questi anni di scandagliare il passato del nostro Paese, frugando negli armadi della vergogna, quelli noti e quelli meno noti. Cosa la spinge a continuare a fare i conti, letterariamente parlando, col nostro passato collettivo?
«Non è stata una scelta razionale o una decisione presa a tavolino. Mi sono ritrovato a scrivere il mio primo romanzo ambientandolo nel ’45 perché stavo studiando quel periodo storico all’università e perché era la situazione più giusta per mettere in scena l’idea che mi era venuta e ho cominciato a raccontare i cosiddetti “misteri” italiani in televisione perché mi sembrava che avessimo sviluppato con “Blu Notte” un buon modo per rappresentare anche storie così complesse. Poi, a un certo punto, dopo tanti anni di romanzi e altre cose mi sono fermato a chiedermi cosa stessi facendo e ho capito che con ognuna delle mie storie cerco di raccontare un certo modo di essere italiani. Quello che siamo, noi italiani, nei momenti più bui (perché sono un giallista ed è la metà oscura delle cose quella che mi attrae) del nostro passato e del nostro presente. Perché, e questa è la mia risposta, non avendo mai fatto, noi italiani, i conti col passato, ecco che questo resta presente, e rischia di diventare futuro.»
“L’inverno più nero”, parla di uno dei periodi più bui della nostra nazione. Quell’inverno è mai finito, o in qualche modo ci siamo ancora dentro?
«Ci siamo ancora dentro, anche se in modo diverso: più forti, più maturi, più furbi, ma per certi versi ancora dentro. Quel periodo è figlio diretto di un atteggiamento che è quello che ho descritto per il mio commissario: guardare da un’altra parte. Ignorare segnali via via sempre più forti per scoprirsi all’improvviso in una irrimediabile situazione catastrofica: la guerra, la violenza, il razzismo, la dittatura e il fascismo. Certi segnali, ogni tanto, a me sembra di percepirli ancora. Anche perché un taglio netto, una cesura profonda con il passato, una chiara resa dei conti con tante brutte abitudini, non ci sono mai stati. Per esempio, la grande maggioranza dei membri degli apparati di sicurezza del fascismo è traghettata direttamente in quelli della Repubblica, anche quelli più compromessi, mantenendo l’ideologia, a volte, e comunque la prassi, del passato. Il mio commissario De Luca, con le storie vissute nei vari libri che lo vedono protagonista, ne è un esempio».
Una costante dei suoi personaggi è la ricerca ossessiva della verità. De Luca non si accontenta delle verità istituzionali, a costo di andare contro tutto e tutti e mettere la propria vita a repentaglio. Condivide con i suoi personaggi questo bisogno di verità?
«Condivido la voglia di verità con tutti noi, credo. Più che un’ossessione per me è una necessità: soltanto sapendo esattamente quello che è successo e di chi siano le responsabilità possiamo sperare di fare i conti, fare piazza pulita, cambiare, e tutto quello che serve a migliorare il nostro futuro, se no, in questo continuo gioco di guardie e ladri, dove spesso certe guardie fanno il lavoro dei ladri, perderemo sempre. L’ossessione è una caratteristica dei miei personaggi perché la ritengo una delle qualità fondamentali, assieme alla contraddizione, di un personaggio comunque interessante. Noi raccontiamo “l’uomo che cerca”, e più questa ricerca è forte e urgente e meglio è. In un noir, poi, è essenziale: affidiamo ai nostri detective casi così complicati che se non fossero ossessionati farebbero prima a dire “chi me lo fa fare?” e il romanzo finirebbe a pagina uno. Per il commissario De Luca, poi, l’ossessione è a sua volta una contraddizione: la sua ricerca della verità coincide con il percorso che porterà all’affermazione della giustizia, ma la spinta che lo muove è più “estetica”, più personale, è l’ossessione di un monomaniaco che deve vedere tutto a posto, più per sé che per altro».
Lo scenario attuale che stiamo vivendo sembra strappato via dalle pagine dei romanzi di Richard Matheson, Philip Dick o Stephen King. Come sta cambiando, ma soprattutto come cambierà il ruolo di intellettuali e scrittori a seguito del Coronavirus?
«È brutto definirla un’occasione, perché con tutto quello che succede è difficile dare al momento un’accezione positiva, ma è comunque questo, e io spero che questa occasione non ce la perderemo neppure noi “intellettuali”. La prima cosa che ci dobbiamo tenere stretta è questa nuova concezione, più lenta, più corposa, più strutturata, del tempo. Siamo costretti a fermarci a un argomento importante, dedicargli tutta la nostra attenzione e starci sopra per uno spazio superiore a quello di un post e una manciata di like. A capire che quello che viene detto e scritto incide sulla vita materiale e concreta della gente. Perfino a parlare uno alla volta, visto che i collegamenti a distanza lo impongono. Spero che non ci perderemo questa nuova attitudine ad essere “pesanti”. Ma soprattutto, dovremmo darci da fare per immaginare e raccontare le esigenze e i meccanismi del futuro, perché tutto questo non si ripeta. La natura ci ha dato molti segnali di cui questa pandemia è soltanto l’ultimo: diamoci da fare, noi narratori, per immaginare una vita diversa».
Per tanti anni in Italia si è parlato di utilizzo sociale del noir e della letteratura poliziesca, quasi che questi generi fossero in grado di raccontare, a partire da un delitto, la realtà antropologico-criminale di una metropoli o della provincia italiana. Oggi il noir ha ancora questo potere di leggere attraverso la lente del crimine peccati e storture della nostra società, o questo ruolo gli è stato defraudato dall’avvento dei nuovi media?
«Ce l’abbiamo ancora. Facciamo tutti lo stesso mestiere anche se in modo diverso, e anche se la serie televisiva è diventato il parente più prossimo del romanzo, ancora più di quanto una volta fosse considerato il film, che aveva la necessità di sintetizzare il contenuto di un romanzo mentre la serie può rappresentarlo anche tutto, con una stagione. Ma sono cose diverse, il potere evocativo e l’intimità che appartengono alla parola scritta in un libro incidono in modo diverso su chi legge rispetto a chi guarda. Non è che una cosa sia migliore dell’altra, sono due cose diverse. Fa denuncia Massimo Carlotto, quando parla del legname di Chernobyl commercializzato da mafiosi per mobilieri senza scrupoli e lo fa l’omonima serie televisiva. L’unica differenza è che i mezzi a nostra disposizione, intendo di noi scrittori di libri, sono illimitati».
Il momento che stiamo vivendo ha parecchie similarità con l’inverno del ʼ44 raccontato nel romanzo. La coltre di sospetto, per esempio, è la stessa. Tutti hanno paura di tutti. Il sospetto viene elevato quasi a forma di autodifesa personale. Siamo reduci da una lunga stagione di odio. Prima ancora che fisica, ci ha preceduto una “quarantena della ragione”. Pensa che il Paese uscirà diverso da questo dramma epocale?
«Spero di sì. In senso buono, naturalmente. La paura può essere una buona cosa quando la si combatte con la conoscenza e il buon senso: allora è davvero un’occasione per crescere, reagire a quello che non va e smettere di avere paura di quello che invece non è un pericolo. Se invece viene gestita come una forma di chiusura, come una fuga alla cieca, allora è una catastrofe. Abbiamo già i primi esempi in Europa di quello che può significare, con governanti che assumono pieni poteri che chissà se e quando lasceranno, come in Ungheria. Dal brutto inverno nero del ’44 ne siamo usciti con la primavera del ’45, pur con tutti i suoi limiti. Un paragone stretto tra quel periodo e il nostro è ingiusto, perché non siamo certo ancora a quel livello di morte, ferocia e violenza, e spero che non ci arriveremo. Ma una primavera nuova ci vuole».
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