Le janas dall’Isola a Napoli per aiutare Cenerentola
di PAOLO CURRELI
La celebre storia compare per la prima volta nel “Cunto de li Cunti” del 1634 Sono le fate sarde a salvare con i loro doni la sfortunata fanciulla
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In edicola domani con La Nuova il secondo volume delle “Fiabe di Sardegna” dedicato alle “Storie di re e regine, principi e principesse” a 7 euro più il prezzo del quotidiano.
La collana proposta dal nostro giornale non è solo una piacevole collezione di storie e racconti, un intermezzo sereno per le famiglie costrette in casa in questa strana e triste primavera, è anche un importante scrigno che tutela il patrimonio della nostra cultura orale, una ricerca che assicura (indirizzandolo al pubblico vasto dei lettori del quotidiano) che questo tesoro non venga perduto, schiacciato dall’invadenza pervasiva del mondo globalizzato, facendolo tornare principalmente ai bambini e agli adulti che non hanno perso il fascino della fantasia.
Un grande patrimonio.
Dieci volumi di fiabe dimostrano, ancora una volta dopo tanti anni, che anche il grande Italo Calvino si era sbagliato raccogliendo solo un paio di titoli sardi nella sua vasta e importante raccolta di Fiabe italiane. Errore di prospettiva giustamente ricordato da Luciano Piras su queste pagine qualche giorno fa. Le fiabe non viaggiano mai da sole o in scarsa compagnia, anche nella Persia fantastica Sherazade, per salvarsi la vita, ha bisogno di Mille storie da raccontare in una Notte. E qui arriviamo alla raccolta delle raccolte, che dà il titolo a un celebre libro – quella organizzata da un re, ipotetico ma sicuramente meridionale –, per far ridere la figlia: si tratta de “Il “Cunto de li Cunti”, ovvero “Il Pentamerone” scritto nel 1634 da Giambattista Basile. «Il più importante libro della letteratura barocca» per Benedetto Croce, che ne fu anche celebre traduttore e dottissimo recensore in una bellissima prefazione, affiancata in seguito da un’altrettanta straordinaria presentazione firmata da Italo Calvino.
Il libro dello scrittore napoletano è una fantasmagorica raccolta piena di ironia e sarcasmo sul mondo del “secolo di ferro”, una “mappa di metafore” come dice Italo Calvino, una portentosa macchina di racconto dove ogni scena viene descritta con pirotecnico virtuosismo letterario. Ma non solo, “l’intrattenimento de piccirilli” è la fonte primaria di storie che varcheranno, con un successo diffuso e persistente, le Alpi e l’Oceano Atlantico, saranno ri-raccontate in francese e tedesco. Sono animate da personaggi come Cenerentola, Raperonzolo e tante altri che abbandoneranno le vesti barocche, nobili o misere, per attraversare i secoli. Tra le recenti rivisitazioni ricordiamo “Il Racconto dei Racconti”, del 2015, film diretto da Matteo Garrone, con Salma Hayek e Vincent Cassel.
L’isola fatata.
In questa miniera di storie fantastiche c’è spazio anche per la Sardegna, uno spazio spesso dimenticato nelle innumerevoli riduzioni (fra tutte la “Gatta Cenerentola”, scritta per il teatro e musicata da Roberto De Simone nel 1976) ma una presenza importante per il ruolo che la lontana isola aveva nell’immaginario dello scrittore napoletano: «Ora, mentre gli sposi stavano in tresca tra loro, affacciatasi Zezolla a un terrazzino di casa sua, una colombella, volata sopra un muro, le disse: “Quando ti viene voglia di qualcosa, mandala a chiedere alla colomba delle fate nell’isola di Sardegna, ché l’avrai subito”».
Storia universale.
È la primissima versione della vicenda universale della povera figlia, passata – per la malvagia volontà della matrigna –, da essere la preferita dal padre all’umile lavoro di accudire la cucina e il camino: è la storia della “Gatta Cenerentola”, Cinderella, Cendrillon, Cenerentola appunto. Molto probabilmente la fiaba più famosa e diffusa, in vesti diverse, del mondo intero.
Le fate, che nella versione disneiana, ripresa da Perrault e dai fratelli Grimm, trasformano la zucca in carrozza e i topi in cavalli bianchi, sono magiche entità che vivono in un’isola lontana e per molti versi incomprensibile, ma frequentata per i commerci dai napoletani. Infatti: «Avvenne che il principe, dovendo andare in Sardegna per faccende necessarie al suo stato, domandò a una per una a Imperia, Calamita, Fiorella, Diamante, Colombina, Pascarella, che erano le sei figliastre, che cosa volessero che gli portasse al suo ritorno. (…) Partì il principe, fece gli affari suoi in Sardegna, comprò quanto gli avevano chiesto le figliastre e Zezolla gli uscì di mente. Ma, imbarcatosi sopra a un vascello e facendo vela, la nave non riuscì a staccarsi dal porto, e pareva che fosse frenata dalla remora. Il padrone del vascello, ch’era quasi disperato, per la stanchezza, si mise a dormire e vide in sogno una fata (…)».
L’apparizione delle janas.
Così prosegue la fiaba, e il potere delle “fate di Sardegna” sarà così potente (e tutto da scoprire) da riportare Zezolla (la Gatta Cenerentola) al posto che si merita, punire i cattivi e far vivere felici e contenti i buoni. La Sardegna appare quindi un luogo esotico e lontano, “chi ha gambe va in Sardegna” si dice ancora a Napoli, i commercianti e marinai napoletani probabilmente non erano interessati all’interno, oltre il porto di Cagliari, Alghero e Orosei c’era un mondo sconosciuto.
Però, i sardi che leggono ancora oggi la fiaba non si fanno sfuggire un particolare della storia raccontata 400 anni fa da Giambattista Basile: «Si sveglia il padrone, racconta il sogno al principe, il quale, confuso per la sua mancanza, andò alla grotta delle fate, e, raccomandando loro la figlia, chiese che le mandassero qualcosa. Ed ecco venir fuori della grotta una bella giovane, che sembrava un gonfalone, la quale gli disse che ringraziava la figlia per la buona memoria e che se la godesse per amor suo».
Eccola la “fata di Sardegna”, è proprio la misteriosa e regale figura della tradizione isolana, entità magica che vive nelle grotte, nelle nostre “Domus de Janas”. È sicuramente una sardissima jana, e l’apparizione delle janas e i loro doni, sono fondamentali nello sviluppo della fiaba più celebre del mondo
La pasta che viene da Cagliari.
Giambattista Basile conosceva la mappa dei commerci e del potere, sapeva bene cosa rappresentava l’isola per la Corona d’Aragona, che governava i due regni, era, oltre che letterato, anche un politico e militare, la sorella Adriana una celebre “cantatrice” contesa dalle corti italiane.
Fiabe, misteri e magia? Non solo. Basile cita ancora la Sardegna brevemente ma con un particolare straordinario visto con gli occhi di oggi, nel “Pentamerone” trascrive il poemetto “La Torba a Taccone” un’elencazione di desideri mangerecci di un creativo quanto affamato poeta che si nasconde sotto il nome di Felippo Sgruttiendo de Scafato che, nel lungo elenco di leccornie, dice “… e vuie de Cagliara maccarune…” (e voglio i maccheroni di Cagliari).
Insomma, a Napoli, oggi patria dei “maccaroni” si sognava la gustosa pasta che arrivava dalla Sardegna.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
La collana proposta dal nostro giornale non è solo una piacevole collezione di storie e racconti, un intermezzo sereno per le famiglie costrette in casa in questa strana e triste primavera, è anche un importante scrigno che tutela il patrimonio della nostra cultura orale, una ricerca che assicura (indirizzandolo al pubblico vasto dei lettori del quotidiano) che questo tesoro non venga perduto, schiacciato dall’invadenza pervasiva del mondo globalizzato, facendolo tornare principalmente ai bambini e agli adulti che non hanno perso il fascino della fantasia.
Un grande patrimonio.
Dieci volumi di fiabe dimostrano, ancora una volta dopo tanti anni, che anche il grande Italo Calvino si era sbagliato raccogliendo solo un paio di titoli sardi nella sua vasta e importante raccolta di Fiabe italiane. Errore di prospettiva giustamente ricordato da Luciano Piras su queste pagine qualche giorno fa. Le fiabe non viaggiano mai da sole o in scarsa compagnia, anche nella Persia fantastica Sherazade, per salvarsi la vita, ha bisogno di Mille storie da raccontare in una Notte. E qui arriviamo alla raccolta delle raccolte, che dà il titolo a un celebre libro – quella organizzata da un re, ipotetico ma sicuramente meridionale –, per far ridere la figlia: si tratta de “Il “Cunto de li Cunti”, ovvero “Il Pentamerone” scritto nel 1634 da Giambattista Basile. «Il più importante libro della letteratura barocca» per Benedetto Croce, che ne fu anche celebre traduttore e dottissimo recensore in una bellissima prefazione, affiancata in seguito da un’altrettanta straordinaria presentazione firmata da Italo Calvino.
Il libro dello scrittore napoletano è una fantasmagorica raccolta piena di ironia e sarcasmo sul mondo del “secolo di ferro”, una “mappa di metafore” come dice Italo Calvino, una portentosa macchina di racconto dove ogni scena viene descritta con pirotecnico virtuosismo letterario. Ma non solo, “l’intrattenimento de piccirilli” è la fonte primaria di storie che varcheranno, con un successo diffuso e persistente, le Alpi e l’Oceano Atlantico, saranno ri-raccontate in francese e tedesco. Sono animate da personaggi come Cenerentola, Raperonzolo e tante altri che abbandoneranno le vesti barocche, nobili o misere, per attraversare i secoli. Tra le recenti rivisitazioni ricordiamo “Il Racconto dei Racconti”, del 2015, film diretto da Matteo Garrone, con Salma Hayek e Vincent Cassel.
L’isola fatata.
In questa miniera di storie fantastiche c’è spazio anche per la Sardegna, uno spazio spesso dimenticato nelle innumerevoli riduzioni (fra tutte la “Gatta Cenerentola”, scritta per il teatro e musicata da Roberto De Simone nel 1976) ma una presenza importante per il ruolo che la lontana isola aveva nell’immaginario dello scrittore napoletano: «Ora, mentre gli sposi stavano in tresca tra loro, affacciatasi Zezolla a un terrazzino di casa sua, una colombella, volata sopra un muro, le disse: “Quando ti viene voglia di qualcosa, mandala a chiedere alla colomba delle fate nell’isola di Sardegna, ché l’avrai subito”».
Storia universale.
È la primissima versione della vicenda universale della povera figlia, passata – per la malvagia volontà della matrigna –, da essere la preferita dal padre all’umile lavoro di accudire la cucina e il camino: è la storia della “Gatta Cenerentola”, Cinderella, Cendrillon, Cenerentola appunto. Molto probabilmente la fiaba più famosa e diffusa, in vesti diverse, del mondo intero.
Le fate, che nella versione disneiana, ripresa da Perrault e dai fratelli Grimm, trasformano la zucca in carrozza e i topi in cavalli bianchi, sono magiche entità che vivono in un’isola lontana e per molti versi incomprensibile, ma frequentata per i commerci dai napoletani. Infatti: «Avvenne che il principe, dovendo andare in Sardegna per faccende necessarie al suo stato, domandò a una per una a Imperia, Calamita, Fiorella, Diamante, Colombina, Pascarella, che erano le sei figliastre, che cosa volessero che gli portasse al suo ritorno. (…) Partì il principe, fece gli affari suoi in Sardegna, comprò quanto gli avevano chiesto le figliastre e Zezolla gli uscì di mente. Ma, imbarcatosi sopra a un vascello e facendo vela, la nave non riuscì a staccarsi dal porto, e pareva che fosse frenata dalla remora. Il padrone del vascello, ch’era quasi disperato, per la stanchezza, si mise a dormire e vide in sogno una fata (…)».
L’apparizione delle janas.
Così prosegue la fiaba, e il potere delle “fate di Sardegna” sarà così potente (e tutto da scoprire) da riportare Zezolla (la Gatta Cenerentola) al posto che si merita, punire i cattivi e far vivere felici e contenti i buoni. La Sardegna appare quindi un luogo esotico e lontano, “chi ha gambe va in Sardegna” si dice ancora a Napoli, i commercianti e marinai napoletani probabilmente non erano interessati all’interno, oltre il porto di Cagliari, Alghero e Orosei c’era un mondo sconosciuto.
Però, i sardi che leggono ancora oggi la fiaba non si fanno sfuggire un particolare della storia raccontata 400 anni fa da Giambattista Basile: «Si sveglia il padrone, racconta il sogno al principe, il quale, confuso per la sua mancanza, andò alla grotta delle fate, e, raccomandando loro la figlia, chiese che le mandassero qualcosa. Ed ecco venir fuori della grotta una bella giovane, che sembrava un gonfalone, la quale gli disse che ringraziava la figlia per la buona memoria e che se la godesse per amor suo».
Eccola la “fata di Sardegna”, è proprio la misteriosa e regale figura della tradizione isolana, entità magica che vive nelle grotte, nelle nostre “Domus de Janas”. È sicuramente una sardissima jana, e l’apparizione delle janas e i loro doni, sono fondamentali nello sviluppo della fiaba più celebre del mondo
La pasta che viene da Cagliari.
Giambattista Basile conosceva la mappa dei commerci e del potere, sapeva bene cosa rappresentava l’isola per la Corona d’Aragona, che governava i due regni, era, oltre che letterato, anche un politico e militare, la sorella Adriana una celebre “cantatrice” contesa dalle corti italiane.
Fiabe, misteri e magia? Non solo. Basile cita ancora la Sardegna brevemente ma con un particolare straordinario visto con gli occhi di oggi, nel “Pentamerone” trascrive il poemetto “La Torba a Taccone” un’elencazione di desideri mangerecci di un creativo quanto affamato poeta che si nasconde sotto il nome di Felippo Sgruttiendo de Scafato che, nel lungo elenco di leccornie, dice “… e vuie de Cagliara maccarune…” (e voglio i maccheroni di Cagliari).
Insomma, a Napoli, oggi patria dei “maccaroni” si sognava la gustosa pasta che arrivava dalla Sardegna.
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