Dialogo con Piero Pretti
Cittadino del mondo ma Nuoro canta con me
di MARCELLO FOIS
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Se chiedete ai melomani, soprattutto agli appassionati di Rigoletto, qual è il Duca di Mantova più credibile, più convincente, più attinente, più preparato tecnicamente, che calchi, ai giorni nostri, i più importanti teatri lirici di tutto il mondo, risponderanno con un solo nome: Piero Pretti. E questo perché per abitare il melodramma, che rappresenta la nostra italica letteratura di formazione, occorre, oltre a una classe adeguata, un’adeguata personalità. Caratteristica che insieme a una voce straordinaria fa di Pretti una stella di primissima grandezza. Nella sua interpretazione Verdi, Puccini, Massenet, tra breve Mascagni, riacquistano quella consistenza che è generata dall’unione perfetta tra una tecnica straordinaria e una straordinaria capacità di interpretazione. Pretti non gigioneggia, non cede al birignao, il suo Duca è sorprendentemente credibile nella sua asciuttezza distante e intangibile. Limpido si direbbe. Si direbbe esattamente fine a se stesso. La grammatica verdiana come lui la declina assume toni di adesione davvero inedita. Pretti non “fa” i suoi personaggi, Pretti “è” i suoi personaggi: Manrico, Cavaradossi, Rodolfo, Werther, Turiddu.
Eduardo De Filippo interrogato su che cosa occorresse all’interprete per rendere al meglio rispose “la fatica” intendendo quella che si fa a prepararsi, ma anche quella che si fa durante la rappresentazione. Il melodramma in questo senso è faticosissimo. Lei applica un metodo preciso nello studio dei suoi personaggi? Oltre allo spartito, quali problemi di interpretazione si pone?
‘‘
L’unico metodo che conosco è quello dello studio constante, in primis
la ricerca tecnica e il mantenimento dell’idea di equilibrio al quale siamo legati, portandoci dietro, anzi dentro, il nostro strumento musicale che è la voce. Lo step successivo, che viaggia in parallelo, è lo studio dello spartito, dove nel 99% dei casi si trovano le indicazioni dell’autore che sono sempre molto chiare in merito all’idea che egli stesso aveva della sua opera. Puccini e Verdi, solo per citare due tra i più grandi in assoluto, avevano una grande idea scenica e di teatro, gli spartiti sono molto chiari a tal proposito. Ovviamente tutta la ricerca esterna a questa strettamente settoriale, necessita di approfondimenti sul libretto, autore, stile, epoca, gusto estetico. Dopo di che siamo come alambicchi che distillano tutto questo materiale in forma diretta ed estemporanea”.
Lei rappresenta un’eccellenza talmente conclamata che i maggiori teatri del mondo se la contendono, e contemporaneamente rappresenta appieno quella figura di provinciale che dal suo piccolo mondo, dalla sua piccola patria, raggiunge livelli planetari. Quale precisa molla l’ha catapultata da Nuoro al mondo?
‘‘
Penso che Nuoro sia nel mondo,
con una sua realtà, una sua dimensione
e la sua storia che l’ha portata a diventare quello che è adesso, nel bene e nel male. Personalmente sono sempre stato molto curioso un po’ di tutto, credo faccia parte della mia personalità e del mio istinto e credo sia la molla che mi ha fatto fare scelte, intraprendere percorsi e sfide. E poi devo dire la verità: il mio bagaglio di nuorese-sardo non mi ha mai creato senso di inferiorità in nessun luogo che abbia visitato o persona abbia incontrato, anzi, spesso è stato il valore aggiunto che ha destato interesse e stima nella gente. Certo dipende sempre come ti poni nei confronti degli altri”.
Ci dica della sua infanzia, o meglio, ci dica come nasce un tenore. Ha studiato fin da ragazzo? O la vocazione è arrivata strada facendo?
‘‘
La mia felice infanzia a Nuoro a Santu
Predu dove vive la mia famiglia bellissima.
Che dire: sono stato fortunato. Un nonno con le mucche e l’asinello e mio padre tecnico della Olivetti che aggiustava computer. Nonna che faceva il pane carasau e tutti insieme a fare la provvista di pomodori, ne sento ancora i profumi... Avevo un ventaglio non indifferente di stimoli e la mia fantasia poteva spaziare in lungo e largo, ma anche l’azione di gioco. Tenore si nasce, il timbro è dettato dalla propria conformazione fisica che si ha alla nascita. Crescendo a Nuoro non era difficile sentire cantare per strada o nelle piazze. La nostra coralità è sempre stata presente e robusta. Io iniziai nel complesso vocale di Nuoro diretto da Franca Floris cantando mottetti, gregoriano e madrigali. Subito dopo, su invito di Antonietta Chironi, mi iscrissi alla scuola civica di Nuoro per studiare canto con lei, se non ricordo male, intorno ai 17 anni. A 18 le prime stagioni nel coro del Lirico di Cagliari e poi ricerca di maestri sino all’incontro col maestro Gianni Mastino, tenore sardo anche lui, che ha dato la svolta alla mia crescita vocale e canora”.
Kafka parlava di Praga come di una «madre con i denti aguzzi» la qual cosa mi pare descriva benissimo una particolarità del fazzoletto di terra da cui sia io che lei proveniamo, quella qualità consolatoria e punitiva insieme. Mi racconti di casa prima della fama e casa dopo la fama…
‘‘
Come ti ho detto prima ho iniziato
molto presto, intorno ai 16-17 anni
e certo avere velleità canore a Nuoro non è cosa rara visto anche il grande numero di voci splendide che abitano i nostri cori. Non posso certo dire di essere stato ostacolato, anzi, al contrario: a 17 anni studiavo canto, frequentavo l’Istituto d’Arte aiutavo l’amico Giovanni Carroni con Bocheteatro. E incontravo tutti gli artistoidi nuoresi, parlo del periodo dei primi seminari jazz, Paolo Fresu e una distesa di musicisti, concerti, teatro. In città la musica la faceva da padrona ovunque, c’era fermento, energia. Bellissima Nuoro in quegli anni. Ma, nonostante avessi l’opportunità di fare spettacoli, cantare e vivere in un ambiente frizzante, avevo la necessità di crescere e vedere altre realtà. Prima di iniziare la carriera solistica ho vissuto 10 anni a Cagliari, facevo parte del Coro Stabile del Teatro Lirico, poi non bastava neanche e quello e ho deciso di mettermi in discussione di nuovo e di misurarmi su altre distanze, questo ovviamente mi ha portato via da Nuoro ormai da più di 20 anni. Cerco di tornare quando posso, ci sono luoghi e persone a me molto care, con alcune sono sempre in contatto, con altri ci vediamo al rientro, mi piace sempre andare al Tettamanzi per un aperitivo o un caffè, o il mirto dopo la cena al Rifugio, rivedo gente, mi piace salutarli”.
Esistono regie imbarazzanti? Mi spiego meglio dal mio punto di vista di spettatore melomane ho qualche volta l’impressione che certe regie spostino l’attenzione di un’opera lirica dal contenuto alla messa in scena. Altre, anche del tutto ardite, invece il contenuto lo enfatizzano. Voi dall’interno vi rendete conto della differenza tra un allestimento arricchente, anche se inusuale, e un altro solo estremo, solo sterilmente ‘scandaloso’?
‘‘
Certo che mi rendo conto, ci son registi bravi e capaci e altri che non lo sono,
in genere ti accorgi della bravura del regista per come gestisce le masse in scena, il coro, le comparse, ultimamente si è palesata l’idea che lo spettacolo lirico con regia “tradizionale” per dirla in parole semplici abbia stancato e taluni pensano di cambiare storpiando a volte il senso della storia e dell’opera stessa. Per alcuni non basta traslarlo in altra epoca, dove a volte, per necessità di libretto, vediamo cose strane e incongruenti e allora vogliono cambiare il libretto, o fare tagli, o spostare la cronologia dei numeri musicali... Eh sì, si sente di tutto. Non sono contrario a priori, purché fatto con intelligenza e rispetto, ma credo si possa e si debba avere il coraggio di dichiarare che è uno spettacolo ispirato a tale opera, e non martoriare l’opera di un altro, questo avviene molto spesso nei paesi nordici, Germania compresa, dove la figura del regista e del drammaturgo sono molto importanti. Sono anche i luoghi dove vediamo le cose più bizzarre, ma spesso il problema è dato da una erronea traduzione del libretto”.
Il settore che Lei qui rappresenta ha subito e subirà cancellazioni e ritardi in seguito alla pandemia che stiamo affrontando, come si vive in prima persona questo stallo? Alcuni debutti, anche importantissimi sono stati rimandati o cassati. C’è un appuntamento nel suo ricchissimo calendario prossimo futuro che ha davvero paura di perdere?
‘‘
Veramente una situazione
che mai avrei pensato di vivere
fuori da una sala cinematografica, eppure è successo: mi trovavo a New York cantavo Traviata al Metropolitan, sentivo le notizie dall’Italia, ma devo dire che pensavo fosse tutto una esagerazione, invece non lo era. Il teatro mi ha chiamato dicendomi che avrebbe fermato la sua attività, sono riuscito a partire appena in tempo prima che gli Stati Uniti chiudessero gli aeroporti. Sono tornato a Milano rendendomi conto subito della grave situazione ci siamo chiusi dentro casa in quarantena. Ovviamente i teatri che, per loro natura, sono dei posti di aggregazione, sono state tra le prime strutture ad essere chiuse e saranno le ultime a riaprire. Si sta lavorando per trovare sistemi che mettano in sicurezza artisti e pubblico. Dall’interruzione di NY è saltata una Lucia di Lammermoor a Bayerische Staatsoper di Monaco, una Luisa Miller all’Opera di Roma e vedremo che succederà per due debutti, uno dietro l’altro: Tosca allo Sferisterio di Macerata, a luglio agosto, e Aida alla Fenice di Venezia, a settembre. Due debutti ai quali sto lavorando da tempo e che spero di riuscire a mantenere in calendario. Stiamo in attesa e vigili rispetto al virus, il suo andamento delle prossime settimane determinerà molte cose. Sono fiducioso, voglio esserlo”.
Sono stato alla Scala due volte in vita mia ed entrambe le volte in posti popolari, come descriverebbe la sensazione di trovarsi a cantare ‘Ella mi fu rapita’ solo su quel palco? Come ce la fa?
‘‘
Me la godo. È un palco forte, potente,
intriso di storia e di energia.
Ma fa parte della mia preparazione anche la gestione delle emozioni, e quando canto un’opera che conosco molto bene come il Rigoletto per esempio, il fatto di averla cantata tantissime volte, e di aver speso decenni di studio e ricerca sullo spartito, mi offre la possibilità di abbandonarmi solo alla musica e al canto. Avere sotto l’orchestra della Scala direi che completa il sogno di ogni cantante”.
È diventato padre da poco, questa esperienza fatale l’ha già cambiata? Come si è trasformata la sua prospettiva anche artistica dopo la paternità? Canta meglio? Interpreta meglio?
“Guarda, Michelangelo è nato a Madrid lo scorso giugno, siamo riusciti con Antonella ad organizzare il parto lì, dovevo stare due mesi al Real di Madrid per un Trovatore. È nato durate le prove generali dello spettacolo, mi ha dato una carica talmente forte la sua nascita, e assistere al parto, che ho cantato, credo 7 recite, senza mai dormire con una tranquillità che non conoscevo. La notte la passavo sveglio a guardare quel miracolo. Sicuramente ha settato la classifica delle mie priorità”.
L’allestimento di un’opera lirica è davvero un lavoro di coordinamento tra personalità fortissime. Una di queste, oltre ai cantanti e al regista è il direttore d’orchestra. Come si rapporta Lei con queste figure? Non Le chiederò una classifica, ma perché il maestro Muti le vuole così bene?
‘‘
Dovremmo chiederlo al Maestro Muti,
mi piace pensare che mi stima
e crede in me. A gennaio ero ospite chiamato da lui a Chicago con la Simphony Orchestra. Un altro sogno che si è avverato: tre concerti di Cavalleria Rusticana, credo che uscirà un disco del concerto. È stata una delle cose più belle della mia vita artistica, lui era molto contento del risultato ottenuto e quindi io sicuramente credo in lui, un grandissimo maestro come pochi. Quando mi chiama per me è un sogno e un motivo di crescita. Devo dire che lavoro molto bene anche con tanti altri direttori. Con alcuni c’è una grande amicizia, con altri grande stima e ci vediamo solo dal palco verso la buca e viceversa, con altri magari ci si sopporta, ma, alla fine, la musica mette tutti d’accordo. Stesso discorso per i registi anche se a volte sono più ostici”.
Il suo repertorio si è modificato, come accade per tutti i grandissimi interpreti, con la maturità. Oggi la sua voce è matura, corposa, vibrante. Un’opera che deve e vuole fare a tutti i costi? E perché?
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Come dicevo prima, questa estate
sarebbero previsti due debutti
importanti Radames nell’Aida di Verdi e Cavaradossi nella Tosca di Puccini, due ruoli che si aggiungono al mio repertorio. Due ruoli lirici dove la storia ha dato spazio a grandi interpreti che ancora ascoltiamo e ammiriamo. Nuove sfide che danno benzina, e nuove direzioni, alla mia vita artistica. Più altre opportunità di crescita interpretativa”.
Un lavoro in Sardegna in vista? Siamo una realtà trascurata o semplicemente in ritardo?
“Non direi realtà trascurata, il Lirico di Cagliari fa una bella stagione e anche Sassari riesce a portare l’Opera a tutti. L’unica difficoltà è nella programmazione, tolte pochissime eccezioni i teatri italiani fanno fatica a programmare le stagioni future e quindi ad avere un’opzione su un artista, su un direttore, o altro. Ma confido di poter trovare un progetto fattibile a casa mia, in Sardegna”.
Eduardo De Filippo interrogato su che cosa occorresse all’interprete per rendere al meglio rispose “la fatica” intendendo quella che si fa a prepararsi, ma anche quella che si fa durante la rappresentazione. Il melodramma in questo senso è faticosissimo. Lei applica un metodo preciso nello studio dei suoi personaggi? Oltre allo spartito, quali problemi di interpretazione si pone?
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L’unico metodo che conosco è quello dello studio constante, in primis
la ricerca tecnica e il mantenimento dell’idea di equilibrio al quale siamo legati, portandoci dietro, anzi dentro, il nostro strumento musicale che è la voce. Lo step successivo, che viaggia in parallelo, è lo studio dello spartito, dove nel 99% dei casi si trovano le indicazioni dell’autore che sono sempre molto chiare in merito all’idea che egli stesso aveva della sua opera. Puccini e Verdi, solo per citare due tra i più grandi in assoluto, avevano una grande idea scenica e di teatro, gli spartiti sono molto chiari a tal proposito. Ovviamente tutta la ricerca esterna a questa strettamente settoriale, necessita di approfondimenti sul libretto, autore, stile, epoca, gusto estetico. Dopo di che siamo come alambicchi che distillano tutto questo materiale in forma diretta ed estemporanea”.
Lei rappresenta un’eccellenza talmente conclamata che i maggiori teatri del mondo se la contendono, e contemporaneamente rappresenta appieno quella figura di provinciale che dal suo piccolo mondo, dalla sua piccola patria, raggiunge livelli planetari. Quale precisa molla l’ha catapultata da Nuoro al mondo?
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Penso che Nuoro sia nel mondo,
con una sua realtà, una sua dimensione
e la sua storia che l’ha portata a diventare quello che è adesso, nel bene e nel male. Personalmente sono sempre stato molto curioso un po’ di tutto, credo faccia parte della mia personalità e del mio istinto e credo sia la molla che mi ha fatto fare scelte, intraprendere percorsi e sfide. E poi devo dire la verità: il mio bagaglio di nuorese-sardo non mi ha mai creato senso di inferiorità in nessun luogo che abbia visitato o persona abbia incontrato, anzi, spesso è stato il valore aggiunto che ha destato interesse e stima nella gente. Certo dipende sempre come ti poni nei confronti degli altri”.
Ci dica della sua infanzia, o meglio, ci dica come nasce un tenore. Ha studiato fin da ragazzo? O la vocazione è arrivata strada facendo?
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La mia felice infanzia a Nuoro a Santu
Predu dove vive la mia famiglia bellissima.
Che dire: sono stato fortunato. Un nonno con le mucche e l’asinello e mio padre tecnico della Olivetti che aggiustava computer. Nonna che faceva il pane carasau e tutti insieme a fare la provvista di pomodori, ne sento ancora i profumi... Avevo un ventaglio non indifferente di stimoli e la mia fantasia poteva spaziare in lungo e largo, ma anche l’azione di gioco. Tenore si nasce, il timbro è dettato dalla propria conformazione fisica che si ha alla nascita. Crescendo a Nuoro non era difficile sentire cantare per strada o nelle piazze. La nostra coralità è sempre stata presente e robusta. Io iniziai nel complesso vocale di Nuoro diretto da Franca Floris cantando mottetti, gregoriano e madrigali. Subito dopo, su invito di Antonietta Chironi, mi iscrissi alla scuola civica di Nuoro per studiare canto con lei, se non ricordo male, intorno ai 17 anni. A 18 le prime stagioni nel coro del Lirico di Cagliari e poi ricerca di maestri sino all’incontro col maestro Gianni Mastino, tenore sardo anche lui, che ha dato la svolta alla mia crescita vocale e canora”.
Kafka parlava di Praga come di una «madre con i denti aguzzi» la qual cosa mi pare descriva benissimo una particolarità del fazzoletto di terra da cui sia io che lei proveniamo, quella qualità consolatoria e punitiva insieme. Mi racconti di casa prima della fama e casa dopo la fama…
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Come ti ho detto prima ho iniziato
molto presto, intorno ai 16-17 anni
e certo avere velleità canore a Nuoro non è cosa rara visto anche il grande numero di voci splendide che abitano i nostri cori. Non posso certo dire di essere stato ostacolato, anzi, al contrario: a 17 anni studiavo canto, frequentavo l’Istituto d’Arte aiutavo l’amico Giovanni Carroni con Bocheteatro. E incontravo tutti gli artistoidi nuoresi, parlo del periodo dei primi seminari jazz, Paolo Fresu e una distesa di musicisti, concerti, teatro. In città la musica la faceva da padrona ovunque, c’era fermento, energia. Bellissima Nuoro in quegli anni. Ma, nonostante avessi l’opportunità di fare spettacoli, cantare e vivere in un ambiente frizzante, avevo la necessità di crescere e vedere altre realtà. Prima di iniziare la carriera solistica ho vissuto 10 anni a Cagliari, facevo parte del Coro Stabile del Teatro Lirico, poi non bastava neanche e quello e ho deciso di mettermi in discussione di nuovo e di misurarmi su altre distanze, questo ovviamente mi ha portato via da Nuoro ormai da più di 20 anni. Cerco di tornare quando posso, ci sono luoghi e persone a me molto care, con alcune sono sempre in contatto, con altri ci vediamo al rientro, mi piace sempre andare al Tettamanzi per un aperitivo o un caffè, o il mirto dopo la cena al Rifugio, rivedo gente, mi piace salutarli”.
Esistono regie imbarazzanti? Mi spiego meglio dal mio punto di vista di spettatore melomane ho qualche volta l’impressione che certe regie spostino l’attenzione di un’opera lirica dal contenuto alla messa in scena. Altre, anche del tutto ardite, invece il contenuto lo enfatizzano. Voi dall’interno vi rendete conto della differenza tra un allestimento arricchente, anche se inusuale, e un altro solo estremo, solo sterilmente ‘scandaloso’?
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Certo che mi rendo conto, ci son registi bravi e capaci e altri che non lo sono,
in genere ti accorgi della bravura del regista per come gestisce le masse in scena, il coro, le comparse, ultimamente si è palesata l’idea che lo spettacolo lirico con regia “tradizionale” per dirla in parole semplici abbia stancato e taluni pensano di cambiare storpiando a volte il senso della storia e dell’opera stessa. Per alcuni non basta traslarlo in altra epoca, dove a volte, per necessità di libretto, vediamo cose strane e incongruenti e allora vogliono cambiare il libretto, o fare tagli, o spostare la cronologia dei numeri musicali... Eh sì, si sente di tutto. Non sono contrario a priori, purché fatto con intelligenza e rispetto, ma credo si possa e si debba avere il coraggio di dichiarare che è uno spettacolo ispirato a tale opera, e non martoriare l’opera di un altro, questo avviene molto spesso nei paesi nordici, Germania compresa, dove la figura del regista e del drammaturgo sono molto importanti. Sono anche i luoghi dove vediamo le cose più bizzarre, ma spesso il problema è dato da una erronea traduzione del libretto”.
Il settore che Lei qui rappresenta ha subito e subirà cancellazioni e ritardi in seguito alla pandemia che stiamo affrontando, come si vive in prima persona questo stallo? Alcuni debutti, anche importantissimi sono stati rimandati o cassati. C’è un appuntamento nel suo ricchissimo calendario prossimo futuro che ha davvero paura di perdere?
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Veramente una situazione
che mai avrei pensato di vivere
fuori da una sala cinematografica, eppure è successo: mi trovavo a New York cantavo Traviata al Metropolitan, sentivo le notizie dall’Italia, ma devo dire che pensavo fosse tutto una esagerazione, invece non lo era. Il teatro mi ha chiamato dicendomi che avrebbe fermato la sua attività, sono riuscito a partire appena in tempo prima che gli Stati Uniti chiudessero gli aeroporti. Sono tornato a Milano rendendomi conto subito della grave situazione ci siamo chiusi dentro casa in quarantena. Ovviamente i teatri che, per loro natura, sono dei posti di aggregazione, sono state tra le prime strutture ad essere chiuse e saranno le ultime a riaprire. Si sta lavorando per trovare sistemi che mettano in sicurezza artisti e pubblico. Dall’interruzione di NY è saltata una Lucia di Lammermoor a Bayerische Staatsoper di Monaco, una Luisa Miller all’Opera di Roma e vedremo che succederà per due debutti, uno dietro l’altro: Tosca allo Sferisterio di Macerata, a luglio agosto, e Aida alla Fenice di Venezia, a settembre. Due debutti ai quali sto lavorando da tempo e che spero di riuscire a mantenere in calendario. Stiamo in attesa e vigili rispetto al virus, il suo andamento delle prossime settimane determinerà molte cose. Sono fiducioso, voglio esserlo”.
Sono stato alla Scala due volte in vita mia ed entrambe le volte in posti popolari, come descriverebbe la sensazione di trovarsi a cantare ‘Ella mi fu rapita’ solo su quel palco? Come ce la fa?
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Me la godo. È un palco forte, potente,
intriso di storia e di energia.
Ma fa parte della mia preparazione anche la gestione delle emozioni, e quando canto un’opera che conosco molto bene come il Rigoletto per esempio, il fatto di averla cantata tantissime volte, e di aver speso decenni di studio e ricerca sullo spartito, mi offre la possibilità di abbandonarmi solo alla musica e al canto. Avere sotto l’orchestra della Scala direi che completa il sogno di ogni cantante”.
È diventato padre da poco, questa esperienza fatale l’ha già cambiata? Come si è trasformata la sua prospettiva anche artistica dopo la paternità? Canta meglio? Interpreta meglio?
“Guarda, Michelangelo è nato a Madrid lo scorso giugno, siamo riusciti con Antonella ad organizzare il parto lì, dovevo stare due mesi al Real di Madrid per un Trovatore. È nato durate le prove generali dello spettacolo, mi ha dato una carica talmente forte la sua nascita, e assistere al parto, che ho cantato, credo 7 recite, senza mai dormire con una tranquillità che non conoscevo. La notte la passavo sveglio a guardare quel miracolo. Sicuramente ha settato la classifica delle mie priorità”.
L’allestimento di un’opera lirica è davvero un lavoro di coordinamento tra personalità fortissime. Una di queste, oltre ai cantanti e al regista è il direttore d’orchestra. Come si rapporta Lei con queste figure? Non Le chiederò una classifica, ma perché il maestro Muti le vuole così bene?
‘‘
Dovremmo chiederlo al Maestro Muti,
mi piace pensare che mi stima
e crede in me. A gennaio ero ospite chiamato da lui a Chicago con la Simphony Orchestra. Un altro sogno che si è avverato: tre concerti di Cavalleria Rusticana, credo che uscirà un disco del concerto. È stata una delle cose più belle della mia vita artistica, lui era molto contento del risultato ottenuto e quindi io sicuramente credo in lui, un grandissimo maestro come pochi. Quando mi chiama per me è un sogno e un motivo di crescita. Devo dire che lavoro molto bene anche con tanti altri direttori. Con alcuni c’è una grande amicizia, con altri grande stima e ci vediamo solo dal palco verso la buca e viceversa, con altri magari ci si sopporta, ma, alla fine, la musica mette tutti d’accordo. Stesso discorso per i registi anche se a volte sono più ostici”.
Il suo repertorio si è modificato, come accade per tutti i grandissimi interpreti, con la maturità. Oggi la sua voce è matura, corposa, vibrante. Un’opera che deve e vuole fare a tutti i costi? E perché?
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Come dicevo prima, questa estate
sarebbero previsti due debutti
importanti Radames nell’Aida di Verdi e Cavaradossi nella Tosca di Puccini, due ruoli che si aggiungono al mio repertorio. Due ruoli lirici dove la storia ha dato spazio a grandi interpreti che ancora ascoltiamo e ammiriamo. Nuove sfide che danno benzina, e nuove direzioni, alla mia vita artistica. Più altre opportunità di crescita interpretativa”.
Un lavoro in Sardegna in vista? Siamo una realtà trascurata o semplicemente in ritardo?
“Non direi realtà trascurata, il Lirico di Cagliari fa una bella stagione e anche Sassari riesce a portare l’Opera a tutti. L’unica difficoltà è nella programmazione, tolte pochissime eccezioni i teatri italiani fanno fatica a programmare le stagioni future e quindi ad avere un’opzione su un artista, su un direttore, o altro. Ma confido di poter trovare un progetto fattibile a casa mia, in Sardegna”.
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