Rombo di tuono, la vita come un romanzo
di Alessandro Marongiu
La storia di Gigi Riva tra episodi inediti e aneddoti nel nuovo lavoro di Davide Piras
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SASSARI. I numeri e le statistiche, per quanto notevoli, possono dare conto solo fino a un certo punto di cosa abbia rappresentato per l’isola, e non solo per l’isola in realtà, la vittoria dello scudetto da parte del Cagliari nel 1970. Stella di prima grandezza di quella squadra fu, com’è noto, Gigi Riva, tra i maggiori calciatori italiani di ogni tempo e tuttora primo realizzatore della Nazionale con le sue 35 reti in 42 incontri. Al giocatore ha dedicato una sentita biografia in forma narrativa Davide Piras (nella foto in alto a destra). “Gigi Riva. Rombo di Tuono”, già disponibile in ebook, è in uscita in libreria (Condaghes, 336 pagine, 18 euro).
Anziché raccontare la vita e la carriera di Riva in maniera canonica, lei ha scelto di percorrere una via diversa, e forse più rischiosa, quella in cui biografia e narrativa si fondono (e confondono): perché?
«Di Gigi Riva si conosce passo per passo la vita sportiva ma il suo carattere introverso ha sempre tenuto tutto il resto all’oscuro dell’opinione pubblica: è in questa distesa inesplorata che si è mossa la creatività della mia penna. Attraverso interviste e la consultazione di una mole enorme di materiale ho reinterpretato il personaggio con la massima sensibilità basandomi su fatti realmente accaduti. Credo che la forma del romanzo possa rendere più giustizia alla sua epica, con maggiore libertà di manovra per l’autore. La biografia, se mai ce ne sarà una, credo sia giusto che venga prodotta su volere esplicito di Riva: solo lui può sviscerare se stesso, come fatto da Agassi in “Open”. Un tentativo esterno sarebbe una misera e parziale ricostruzione. Il mio obiettivo non era assolutamente quello. Volevo, piuttosto, provare a elevare il romanticismo e trasformare in epopea una vicenda che sentiamo da sempre nostra, rendendo omaggio a un uomo che per la Sardegna rimarrà per sempre una leggenda».
Ha avuto qualche tipo di contatto con Riva prima o durante la stesura?
«Nutro grandissimo rispetto per il suo desiderio di restare nell’ombra. Ho avuto dei contatti con la famiglia, raccontando il lavoro che avevo in mente. Sono persone generose, dal grande cuore. Mi è stata gentilmente concessa la liberatoria per la pubblicazione dell’opera».
Inizialmente il giovane Riva aveva molti dubbi circa la possibilità di venire in Sardegna e giocare per il Cagliari. Cosa fece sì, poi, che arrivasse sull’isola?
«Al Nord ci è nato, lì aveva ancora due sorelle e un nipotino, era impensabile che venisse a cuor leggero in Sardegna, anche perché all’epoca l’isola era considerata come il luogo in cui i carabinieri venivano mandati a espiare le proprie colpe. Arrivò dopo essere stato visto nello spareggio tra le nazionali juniores di Italia e Spagna. Realizzò un gran goal e i dirigenti del Cagliari, che militava in B, riuscirono a prelevarlo dal Legnano, in serie C, per 37,5 milioni di lire. Arrivò con la sorella Fausta dopo un’odissea interminabile, facendo scali a Genova e Alghero. In albergo scambiò le luci della Saras per l’Africa».
Quando i sardi si innamorano definitivamente di lui?
« Sulle prime faticò a inserirsi, il campo in terra battuta dell’Amsicora non aiutava le sue doti tecniche, e che il campionato di serie B fosse una categoria durissima dove farsi le ossa non era solo un modo di dire. In più, per il ruolo di ala sinistra titolare, doveva vedersela con Tonino Congiu, sardo doc e idolo della tifoseria. Credo che la scintilla definitiva scoccò il 14 giugno del 1964, con l’imperioso colpo di testa di Riva che a Udine annullò il vantaggio friulano di Selmosson. Quel goal sancì la prima promozione del Cagliari in serie A. E cominciò un’avventura meravigliosa che trasformò per sempre l’atleta in una leggenda».
La partita memorabile di Riva?
«Difficile scegliere, ci vorrebbe un altro libro. Con la maglia del Cagliari direi Inter-Cagliari del 25 ottobre 1970, data in cui Gianni Brera coniò per la prima volta l’appellativo di “Rombo di Tuono”. Riva umiliò Burgnich e con due saette regalò ai sardi la vittoria per 3 a 1. Sul 3 a 0 Mazzola gli chiese di fermarsi. Con la Nazionale potrei dire la partita del secolo con la Germania Ovest, ma opto per la ripetizione della finale degli Europei del 1968 contro la Jugoslavia, giocata il 10 giugno 1968. Schierato a sorpresa da Valcareggi, Gigi realizzò il vantaggio azzurro poi bissato da Anastasi. Quel titolo rimane tuttora l’unico della nostra Nazionale a livello europeo. Riva era la punta di diamante, ma quella squadra e quella società erano notevoli in tutti i reparti. Tra i dirigenti cito Andrea Arrica, soprannominato “La Volpe”. Quasi tutti gli acquisti erano farina del suo sacco. Ovviamente Angelo Moratti, che mise il capitale economico. I giocatori andrebbero celebrati tutti, sicuramente da ricordare la duttilità del capitano Cera, il carisma di Albertosi, l’estro di Nené, i dribbling di Domenghini, la classe di Gori, la sfortuna di Tomasini (si infortunò due volte, non finì il campionato e non poté andare a Messico ’70), la sapiente regia di Ricciotti Greatti, la follia di Niccolai, la capacità di entrare subito in partita di Brugnera. Ma come dimenticare Mancin, Martiradonna, Poli, Reginato e Zignoli? E poi che dire del filosofo Manlio Scopigno, uomo libertino che permetteva ai calciatori di bere e fumare? Li responsabilizzò trattandoli da uomini, faccia a faccia».
C’è nel suo libro un episodio della vita di Riva finora rimasto inedito?
«Mi ha fatto molto ridere quando ho scoperto che l’estate in cui Riva sarebbe poi approdato al Cagliari, l’Italia Juniores giocò due partite in Africa, una ad Accra contro il Ghana e l’altra a Kumasi contro la Rappresentativa Ashanti. Vinsero gli Azzurri per 3 a 2 entrambe le partite, e Riva diede spettacolo con 3 goal. Ma spostarsi da un luogo all’altro con velivoli rudimentali, per usare un eufemismo, rappresentò per Riva un bel dramma, lui che già soffriva di aerofobia anche volando su aerei all’avanguardia».
Un’ultima domanda. La sua passione per i libri l’ha portata qualche anno fa ad aprire a Terralba una caffetteria-libreria, che in questi mesi è rimasta chiusa per l’emergenza sanitaria: cosa riserva l’immediato futuro?
« Purtroppo nulla di buono. La nostra attività è nata come centro di aggregazione sociale all’interno del quale proponiamo eventi culturali: le nuove disposizioni anti-Covid snaturano completamente l’identità del locale e del personale, proibendo, appunto, l’aggregazione. Si faceva fatica già prima, adesso che le spese si moltiplicano e i coperti sono stati ridotti del 60/70%, non so se il sogno costato tanta fatica possa rimanere in piedi col solo entusiasmo».
Anziché raccontare la vita e la carriera di Riva in maniera canonica, lei ha scelto di percorrere una via diversa, e forse più rischiosa, quella in cui biografia e narrativa si fondono (e confondono): perché?
«Di Gigi Riva si conosce passo per passo la vita sportiva ma il suo carattere introverso ha sempre tenuto tutto il resto all’oscuro dell’opinione pubblica: è in questa distesa inesplorata che si è mossa la creatività della mia penna. Attraverso interviste e la consultazione di una mole enorme di materiale ho reinterpretato il personaggio con la massima sensibilità basandomi su fatti realmente accaduti. Credo che la forma del romanzo possa rendere più giustizia alla sua epica, con maggiore libertà di manovra per l’autore. La biografia, se mai ce ne sarà una, credo sia giusto che venga prodotta su volere esplicito di Riva: solo lui può sviscerare se stesso, come fatto da Agassi in “Open”. Un tentativo esterno sarebbe una misera e parziale ricostruzione. Il mio obiettivo non era assolutamente quello. Volevo, piuttosto, provare a elevare il romanticismo e trasformare in epopea una vicenda che sentiamo da sempre nostra, rendendo omaggio a un uomo che per la Sardegna rimarrà per sempre una leggenda».
Ha avuto qualche tipo di contatto con Riva prima o durante la stesura?
«Nutro grandissimo rispetto per il suo desiderio di restare nell’ombra. Ho avuto dei contatti con la famiglia, raccontando il lavoro che avevo in mente. Sono persone generose, dal grande cuore. Mi è stata gentilmente concessa la liberatoria per la pubblicazione dell’opera».
Inizialmente il giovane Riva aveva molti dubbi circa la possibilità di venire in Sardegna e giocare per il Cagliari. Cosa fece sì, poi, che arrivasse sull’isola?
«Al Nord ci è nato, lì aveva ancora due sorelle e un nipotino, era impensabile che venisse a cuor leggero in Sardegna, anche perché all’epoca l’isola era considerata come il luogo in cui i carabinieri venivano mandati a espiare le proprie colpe. Arrivò dopo essere stato visto nello spareggio tra le nazionali juniores di Italia e Spagna. Realizzò un gran goal e i dirigenti del Cagliari, che militava in B, riuscirono a prelevarlo dal Legnano, in serie C, per 37,5 milioni di lire. Arrivò con la sorella Fausta dopo un’odissea interminabile, facendo scali a Genova e Alghero. In albergo scambiò le luci della Saras per l’Africa».
Quando i sardi si innamorano definitivamente di lui?
« Sulle prime faticò a inserirsi, il campo in terra battuta dell’Amsicora non aiutava le sue doti tecniche, e che il campionato di serie B fosse una categoria durissima dove farsi le ossa non era solo un modo di dire. In più, per il ruolo di ala sinistra titolare, doveva vedersela con Tonino Congiu, sardo doc e idolo della tifoseria. Credo che la scintilla definitiva scoccò il 14 giugno del 1964, con l’imperioso colpo di testa di Riva che a Udine annullò il vantaggio friulano di Selmosson. Quel goal sancì la prima promozione del Cagliari in serie A. E cominciò un’avventura meravigliosa che trasformò per sempre l’atleta in una leggenda».
La partita memorabile di Riva?
«Difficile scegliere, ci vorrebbe un altro libro. Con la maglia del Cagliari direi Inter-Cagliari del 25 ottobre 1970, data in cui Gianni Brera coniò per la prima volta l’appellativo di “Rombo di Tuono”. Riva umiliò Burgnich e con due saette regalò ai sardi la vittoria per 3 a 1. Sul 3 a 0 Mazzola gli chiese di fermarsi. Con la Nazionale potrei dire la partita del secolo con la Germania Ovest, ma opto per la ripetizione della finale degli Europei del 1968 contro la Jugoslavia, giocata il 10 giugno 1968. Schierato a sorpresa da Valcareggi, Gigi realizzò il vantaggio azzurro poi bissato da Anastasi. Quel titolo rimane tuttora l’unico della nostra Nazionale a livello europeo. Riva era la punta di diamante, ma quella squadra e quella società erano notevoli in tutti i reparti. Tra i dirigenti cito Andrea Arrica, soprannominato “La Volpe”. Quasi tutti gli acquisti erano farina del suo sacco. Ovviamente Angelo Moratti, che mise il capitale economico. I giocatori andrebbero celebrati tutti, sicuramente da ricordare la duttilità del capitano Cera, il carisma di Albertosi, l’estro di Nené, i dribbling di Domenghini, la classe di Gori, la sfortuna di Tomasini (si infortunò due volte, non finì il campionato e non poté andare a Messico ’70), la sapiente regia di Ricciotti Greatti, la follia di Niccolai, la capacità di entrare subito in partita di Brugnera. Ma come dimenticare Mancin, Martiradonna, Poli, Reginato e Zignoli? E poi che dire del filosofo Manlio Scopigno, uomo libertino che permetteva ai calciatori di bere e fumare? Li responsabilizzò trattandoli da uomini, faccia a faccia».
C’è nel suo libro un episodio della vita di Riva finora rimasto inedito?
«Mi ha fatto molto ridere quando ho scoperto che l’estate in cui Riva sarebbe poi approdato al Cagliari, l’Italia Juniores giocò due partite in Africa, una ad Accra contro il Ghana e l’altra a Kumasi contro la Rappresentativa Ashanti. Vinsero gli Azzurri per 3 a 2 entrambe le partite, e Riva diede spettacolo con 3 goal. Ma spostarsi da un luogo all’altro con velivoli rudimentali, per usare un eufemismo, rappresentò per Riva un bel dramma, lui che già soffriva di aerofobia anche volando su aerei all’avanguardia».
Un’ultima domanda. La sua passione per i libri l’ha portata qualche anno fa ad aprire a Terralba una caffetteria-libreria, che in questi mesi è rimasta chiusa per l’emergenza sanitaria: cosa riserva l’immediato futuro?
« Purtroppo nulla di buono. La nostra attività è nata come centro di aggregazione sociale all’interno del quale proponiamo eventi culturali: le nuove disposizioni anti-Covid snaturano completamente l’identità del locale e del personale, proibendo, appunto, l’aggregazione. Si faceva fatica già prima, adesso che le spese si moltiplicano e i coperti sono stati ridotti del 60/70%, non so se il sogno costato tanta fatica possa rimanere in piedi col solo entusiasmo».
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