«Nei labirinti dell’anima L’impresa di tradurre il Re»

Lo scrittore americano esce con la raccolta di racconti “Se scorre il sangue” La sua “voce italiana”, Luca Briasco, svela i segreti di una scrittura unica 

Nel corso di quarantacinque anni di carriera sono stati tantissimi i primati che Stephen King ha infranto. Più di cinquecento milioni di copie vendute. Decine e decine di film e serie tv tratte dai suoi romanzi. Una quantità impressionante di premi e onorificenze tra cui spicca la National Medal of Arts conferitagli dal presidente Barack Obama. Ma il risultato più prestigioso ottenuto dal “Re” – come viene universalmente riconosciuto – è quello di aver creato un universo letterario in cui tantissimi lettori di diverse generazioni si sono sentiti a casa. Località come le città immaginarie di Derry e Castle Rock, e il Maine in generale, sono ormai luoghi dell’anima dove i “fedeli lettori” di King – termine a lui molto caro – hanno pieno diritto di cittadinanza. Non solo. Ogni sua nuova uscita è un’occasione per tornare a casa, in quella provincia americana che pochi altri autori hanno saputo raccontare con la sua stessa sensibilità.

“Se scorre il sangue” (Sperling&Kupfer, 21,90 euro) è il nuovo libro da pochi giorni in libreria. Si tratta di una raccolta di quattro racconti lunghi che affondano le radici nei piccoli orrori quotidiani. A tradurre quest’antologia è stato Luca Briasco, da qualche anno la nuova “voce italiana” dello scrittore americano. Briasco, americanista, editor e traduttore di moltissimi autori – tra i tanti: Joe Lansdale e Jim Thompson – è stato assai abile nel saper restituire con limpidezza la prosa ipnotica del “Re”.

Nel suo lavoro come editor alla narrativa straniera di Fanucci ed Einaudi Stile Libero, e ora come direttore editoriale in Minimum Fax, ha lavorato sui romanzi di autori straordinari e tantissimi li ha tradotti. Ma immagino che quando ha ricevuto la chiamata di Anna Pastore, editor della Sperling&Kupfer, in cui le proponeva di tradurre “The Outsider” di Stephen King l’emozione sia stata immensa.

«In realtà non ci credevo! Considera che Anna mi ha chiamato il giorno dell’ultima nevicata a Roma. Sono uscito di casa per “smaltire” l’emozione e mi sono trovato a camminare su un tappeto morbido e a guardare gli aranci selvatici del mio quartiere spruzzati di bianco. Mi è sembrato tutto irreale, fino a quando non mi sono messo a lavorare sulla prima pagine di “The Outsider”».

Come lettore, qual è stato il suo primo King?

«Sono partito “pesante”. Il mio primo è stato “It”. Ricordo solo di essere stato completamente travolto. L’ho letto in quattro giorni, riprendendolo in mano perfino quando sapevo di non avere più di venti minuti da dedicargli. Quali e quante fossero le implicazioni di quello che leggevo… beh, a quello sono arrivato anni più tardi, quando l’ho ripreso in mano».

Immagino che essere investiti della responsabilità di essere la voce italiana di Stephen King non sia stato facile, soprattutto perché è un autore che negli anni ha costruito un immaginario collettivo in cui tanti lettori si sentono a casa.

«Quando prendi in carico un autore così popolare e amato, devi fare prima di tutto i conti con le traduzioni di chi ti ha preceduto. Non le puoi ignorare. Ogni traduttore ha dato un suo contributo alla “voce italiana” che i lettori sentono risuonare da anni. Per King ciò è particolarmente evidente nel caso di Tullio Dobner, sia per il suo indubbio talento sia per la quantità di libri che si è preso in carico, ma è stato importante per me anche confrontarmi con il lavoro di Wu Ming 1 e Giovanni Arduino, i miei predecessori più immediati».

In quest’antologia sono quattro i racconti che King offre ai suoi lettori. A livello tecnico è stata più semplice o più complessa la resa letteraria della short novel rispetto a romanzi più fluviali come quelli precedenti?

«Non credo ci siano poi tante differenze. Specie se, come in questo caso, i quattro testi non hanno alcuna interdipendenza. Ho però sempre trovato che la “novella”, nel senso americano del termine, sia forse la forma nella quale King dà il meglio di sé. Non è un caso se, insieme a “It”, il mio libro preferito tra i tantissimi suoi che ho letto sia “Stagioni diverse”».

Anche da questa raccolta emerge forse il tratto più peculiare di King: quella di utilizzare degli orrori quotidiani in cui tutti possiamo riconoscerci per analizzare paure ben più profonde. Qual è stato il racconto che ha preferito?

«Non ho dubbi, in proposito: “La vita di Chuck”. Lo considero un capolavoro, e probabilmente la cosa più bella di King che ho tradotto finora. Ci trovo dentro tutto quello che amo in lui: l’invenzione narrativa, l’equilibrio mirabile tra realismo minuto e “weirdness”, la capacità di raccontare i sentimenti primari che ci rendono quello che siamo senz’ombra di cinismo e con un afflato quasi romantico. A questo si aggiunge una padronanza mirabile, un’economia del racconto che non sempre è dato trovare nei romanzi più “fluviali”».

A 72 anni King sembra più in forma che mai. Ogni libro diventa un best-seller e la sua bibliografia continua a essere saccheggiata da registi e produttori cinematografici e televisivi. In tanti si interrogano sul segreto del suo successo.

« Posso risponderti parlando di ciò che mi è balzato all’occhio mentre traducevo. Nessun personaggio, per King, può essere “buttato lì”. Anche se appare magari in una sola pagina di un suo romanzo, e se pronuncia non più di tre o quattro battute, va caratterizzato in modo inconfondibile e non deve mai parlare come gli altri. Deve avere, insomma, una cifra tutta sua. King riesce in ciò con una tale perfezione che, in termini di trama, può permettersi cose che in quasi qualunque autore genererebbero confusione. Può abbandonare un personaggio e la componente d’intreccio che lo riguarda anche per duecento pagine, con la certezza che, al momento di farlo ricomparire, tutti i lettori ricorderanno perfettamente chi è e che cosa ha fatto, per dire, venticinque capitoli prima. È un dono divino che appartiene solo ai narratori e scrittori di razza. Un qualcosa che, King a parte, ho visto fare allo stesso livello forse soltanto al Don Winslow del “Potere del cane”».

In Italia la figura del traduttore è stata spesso considerata marginale sia dal mondo editoriale che dal pubblico. La percezione verso questa figura artistica e professionale sta finalmente cambiando?

« Mi piacerebbe poterlo confermare… ma non ne sono sicuro. Personalmente, come responsabile editoriale di Minimum Fax, ho sposato con convinzione una politica già attuata da chi mi aveva preceduto, ossia quella di mettere in copertina il nome del traduttore. E non già perché consideri il traduttore un “secondo autore” (so che sono in molti a sostenerlo, ma io preferisco parlare di “mediatore”), ma perché è attraverso il traduttore e il suo lavoro che la voce dell’autore e il contesto culturale entro cui è maturata la sua opera arrivano fino a noi».

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