Riva, storia di un uomo e di un mito
di Carlo Vulpio
Il racconto del giornalista Carlo Vulpio dedicato a una delle leggende della storia del football
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Pubblichiamo le prime cinque pagine del libro “Il sono di Achille” (Chiarelettere, 256 pagine, 18,00 euro) di Carlo Vulpio, in libreria da oggi.
* * *di Carlo Vulpio
La prima cosa che capì da bambino fu che erano poveri.
Non riuscì mai a dimenticarlo.
Erano in sei. Il padre Ugo, la madre Edis e quattro figli, tre femmine e un maschio: Lucia, Fausta, Candida e lui, Luigi.
In una famiglia numerosa, quando si è poveri, la povertà si sente molto di più. Luigi la vedeva nelle piccole cose, che per tutti loro erano grandi, le più importanti, perché erano la misura della felicita. La tavola imbandita, un paio di scarpe nuove, il vestito della prima comunione delle sorelle maggiori, il viso di suo padre, gli occhi di sua madre. La piega impercettibile che assumevano le labbra di lei o di lui. Un sorriso appena accennato, per non prendere troppa confidenza con la buona sorte, che appena se ne accorge ti abbandona subito. O più spesso una preoccupazione celata con grande sforzo, come se tutto il corpo concentrasse la sua pressione in quel punto, le labbra, per nascondere la tristezza del volto che lui, bambino, non doveva vedere sofferente.
VISSUTO DAVVERO. Quella di Luigi e la storia di un sogno. Un sogno che ha vissuto davvero, ma che non ha scelto di sognare. Forse e il sogno che ha sognato lui e oggi gli detta ricordi che non sapeva di ricordare, gli fa conoscere cose che non sapeva di aver conosciuto. Ma questo e il suo sogno, contiene ciò che Luigi avrebbe voluto vivere e anche ciò che non avrebbe mai voluto. Come tutti i sogni veri, non deve ricorrere alla fantasia ne all’immaginazione, soltanto alla memoria. E lei, infatti, che può ricordare tutto ciò che le e stato rivelato e che poi ha nascosto, ma non può cancellare. Non ha importanza se ciò che la memoria ricorda sia veramente accaduto, esattamente così come essa lo racconta. Ciò che importa e che è stato un lungo, grande sogno mai sognato da nessun altro, cominciato sulle rive del lago, quando da ragazzo Luigi si sdraiava sull’erba sotto il sole e si assopiva.
COME IN UN QUADRO. Era il sogno di Achille, ma lui non lo sapeva. Lo avrebbe scoperto molto più tardi, quando, diventato uomo, per la prima volta gli mostrarono il dipinto di Alberto Savinio, “Il sogno di Achille”, che lo ipnotizzò.
Luigi e la sua famiglia abitavano a Leggiuno, nella parte della provincia di Varese in cui la Lombardia confina con il Piemonte, proprio sotto le montagne che la separano dal Canton Ticino, dalla Svizzera. Il Lago Maggiore e le Prealpi davanti agli occhi, i piedi al centro dell’Insubria. Discendenti dei galli o dei celti, o di entrambi, o forse di altre popolazioni che prima ancora vennero a stabilirsi lì e non erano meno indipendenti e guerriere di quelle, e furono alleate di Annibale e dei punici contro Roma.
I PUNICI. I punici. Torneranno nella vita di Luigi. In quegli anni non poteva ancora saperlo, ma li ritroverà lontano da Leggiuno, oltre il mare, di fronte all’Africa, in Sardegna, a Cagliari, dove i punici subentrarono ai fondatori della citta, i fenici. Giunti nel Sud dell’isola, in due posti meravigliosi e perfetti per l’approdo delle imbarcazioni in qualunque condizione di vento, i fenici fondarono Nora e Sulky, l’odierna Sant’Antioco, tra i più antichi centri urbani del Mediterraneo, più di Roma. I punici, che succedettero ai fenici, altro non erano che i fenici occidentali, i fondatori di Cartagine, in Tunisia. Furono loro a lasciare alle successive generazioni della Sardegna il fiero spirito guerriero che non si sarebbe mai più spento.
SOTTO LE BOMBE. Luigi nacque il 7 novembre 1944, un figlio della guerra, come tutti i compagni di squadra e di vita che incontrera a Cagliari. Che strana coincidenza. A pensarci dopo “l’impresa” del 1970, quando sui diciassette calciatori del Cagliari campione d’Italia i giornali facevano statistiche, riempivano tabelle, incrociavano dati su dati, i loro anni di nascita fanno uno strano effetto. Tutti, eccetto Adriano Reginato e Mario Martiradonna, erano nati tra il 1939 e il 1946. Sotto il cielo nero della guerra, sotto le bombe, nella fame e nella disperazione. Anche i due che erano nati un po’ prima, Reginato nel 1937 e Martiradonna nel 1938, appartenevano al periodo della guerra. Anzi, forse più degli altri, perché avevano fatto in tempo a vederne gli scempi e, a quell’età, a fissarli nella memoria.
PICCOLO BORGO. Leggiuno in quegli anni era un piccolo borgo, un villaggio di poche centinaia di persone, anche se a mettere assieme tutte le sue frazioni il comune sfiorava i duemila abitanti. Aveva il vantaggio di essere a due chilometri dalla riva del Lago Maggiore, una distanza che per Luigi e i suoi amici, già a sette o otto anni, rappresentava una passeggiata un po’ più lunga del solito. Il paese era quello. Piccolo, raccolto, silenzioso, povero e affamato.
NELLE TRINCEE. Suo padre Ugo aveva fatto tre guerre e per l’ultima, la Prima guerra mondiale, gli avevano anche dato una medaglia di bronzo al valore. Ne era moderatamente orgoglioso, se fosse stato per lui, all’onore della medaglia avrebbe preferito il disonore di non andare in guerra. Ne era tornato, si era messo a lavorare come barbiere e come sarto, dopotutto l’abilita nell’uso delle forbici era la stessa, e per questo motivo si era guadagnato il soprannome di “forzelina”. Poi aveva sposato Edis. Un nome singolare. A Luigi chiedevano sempre che cosa significasse il nome di sua madre, ma lui non sapeva spiegarlo. Solo anni dopo avrebbe scoperto che si trattava di una deformazione di Edith, un nome di origine celtica.
UN’ALTRA GUERRA. Ugo aveva ancora negli occhi e nella mente i ricordi terribili della Prima guerra quando, appena nata la figlia Candida, si ritrovo dentro a un’altra guerra, se possibile più tragica della precedente. E quando questa seconda guerra, mondiale anch’essa, non era ancora finita, ecco che nacque Luigi.
Quattro figli. Ugo e Edis non sapevano come fare a dar loro da mangiare tutti i giorni. Ma non si lamentavano, non imprecavano. O almeno Luigi non ricorda di averli mai visti sprofondare nello sconforto o adirarsi tra loro e con i figli. Forse sua madre piangeva di nascosto, suo padre si isolava e si prendeva la testa tra le mani quando non sapeva come avrebbe fatto a superare una giornata più buia delle altre. Ai quattro figli però, soprattutto a Luigi, l’ultimo arrivato, i genitori cercavano di nascondere come potevano la loro situazione drammatica, di poveri.
© Chiarelettere editore srl
* * *di Carlo Vulpio
La prima cosa che capì da bambino fu che erano poveri.
Non riuscì mai a dimenticarlo.
Erano in sei. Il padre Ugo, la madre Edis e quattro figli, tre femmine e un maschio: Lucia, Fausta, Candida e lui, Luigi.
In una famiglia numerosa, quando si è poveri, la povertà si sente molto di più. Luigi la vedeva nelle piccole cose, che per tutti loro erano grandi, le più importanti, perché erano la misura della felicita. La tavola imbandita, un paio di scarpe nuove, il vestito della prima comunione delle sorelle maggiori, il viso di suo padre, gli occhi di sua madre. La piega impercettibile che assumevano le labbra di lei o di lui. Un sorriso appena accennato, per non prendere troppa confidenza con la buona sorte, che appena se ne accorge ti abbandona subito. O più spesso una preoccupazione celata con grande sforzo, come se tutto il corpo concentrasse la sua pressione in quel punto, le labbra, per nascondere la tristezza del volto che lui, bambino, non doveva vedere sofferente.
VISSUTO DAVVERO. Quella di Luigi e la storia di un sogno. Un sogno che ha vissuto davvero, ma che non ha scelto di sognare. Forse e il sogno che ha sognato lui e oggi gli detta ricordi che non sapeva di ricordare, gli fa conoscere cose che non sapeva di aver conosciuto. Ma questo e il suo sogno, contiene ciò che Luigi avrebbe voluto vivere e anche ciò che non avrebbe mai voluto. Come tutti i sogni veri, non deve ricorrere alla fantasia ne all’immaginazione, soltanto alla memoria. E lei, infatti, che può ricordare tutto ciò che le e stato rivelato e che poi ha nascosto, ma non può cancellare. Non ha importanza se ciò che la memoria ricorda sia veramente accaduto, esattamente così come essa lo racconta. Ciò che importa e che è stato un lungo, grande sogno mai sognato da nessun altro, cominciato sulle rive del lago, quando da ragazzo Luigi si sdraiava sull’erba sotto il sole e si assopiva.
COME IN UN QUADRO. Era il sogno di Achille, ma lui non lo sapeva. Lo avrebbe scoperto molto più tardi, quando, diventato uomo, per la prima volta gli mostrarono il dipinto di Alberto Savinio, “Il sogno di Achille”, che lo ipnotizzò.
Luigi e la sua famiglia abitavano a Leggiuno, nella parte della provincia di Varese in cui la Lombardia confina con il Piemonte, proprio sotto le montagne che la separano dal Canton Ticino, dalla Svizzera. Il Lago Maggiore e le Prealpi davanti agli occhi, i piedi al centro dell’Insubria. Discendenti dei galli o dei celti, o di entrambi, o forse di altre popolazioni che prima ancora vennero a stabilirsi lì e non erano meno indipendenti e guerriere di quelle, e furono alleate di Annibale e dei punici contro Roma.
I PUNICI. I punici. Torneranno nella vita di Luigi. In quegli anni non poteva ancora saperlo, ma li ritroverà lontano da Leggiuno, oltre il mare, di fronte all’Africa, in Sardegna, a Cagliari, dove i punici subentrarono ai fondatori della citta, i fenici. Giunti nel Sud dell’isola, in due posti meravigliosi e perfetti per l’approdo delle imbarcazioni in qualunque condizione di vento, i fenici fondarono Nora e Sulky, l’odierna Sant’Antioco, tra i più antichi centri urbani del Mediterraneo, più di Roma. I punici, che succedettero ai fenici, altro non erano che i fenici occidentali, i fondatori di Cartagine, in Tunisia. Furono loro a lasciare alle successive generazioni della Sardegna il fiero spirito guerriero che non si sarebbe mai più spento.
SOTTO LE BOMBE. Luigi nacque il 7 novembre 1944, un figlio della guerra, come tutti i compagni di squadra e di vita che incontrera a Cagliari. Che strana coincidenza. A pensarci dopo “l’impresa” del 1970, quando sui diciassette calciatori del Cagliari campione d’Italia i giornali facevano statistiche, riempivano tabelle, incrociavano dati su dati, i loro anni di nascita fanno uno strano effetto. Tutti, eccetto Adriano Reginato e Mario Martiradonna, erano nati tra il 1939 e il 1946. Sotto il cielo nero della guerra, sotto le bombe, nella fame e nella disperazione. Anche i due che erano nati un po’ prima, Reginato nel 1937 e Martiradonna nel 1938, appartenevano al periodo della guerra. Anzi, forse più degli altri, perché avevano fatto in tempo a vederne gli scempi e, a quell’età, a fissarli nella memoria.
PICCOLO BORGO. Leggiuno in quegli anni era un piccolo borgo, un villaggio di poche centinaia di persone, anche se a mettere assieme tutte le sue frazioni il comune sfiorava i duemila abitanti. Aveva il vantaggio di essere a due chilometri dalla riva del Lago Maggiore, una distanza che per Luigi e i suoi amici, già a sette o otto anni, rappresentava una passeggiata un po’ più lunga del solito. Il paese era quello. Piccolo, raccolto, silenzioso, povero e affamato.
NELLE TRINCEE. Suo padre Ugo aveva fatto tre guerre e per l’ultima, la Prima guerra mondiale, gli avevano anche dato una medaglia di bronzo al valore. Ne era moderatamente orgoglioso, se fosse stato per lui, all’onore della medaglia avrebbe preferito il disonore di non andare in guerra. Ne era tornato, si era messo a lavorare come barbiere e come sarto, dopotutto l’abilita nell’uso delle forbici era la stessa, e per questo motivo si era guadagnato il soprannome di “forzelina”. Poi aveva sposato Edis. Un nome singolare. A Luigi chiedevano sempre che cosa significasse il nome di sua madre, ma lui non sapeva spiegarlo. Solo anni dopo avrebbe scoperto che si trattava di una deformazione di Edith, un nome di origine celtica.
UN’ALTRA GUERRA. Ugo aveva ancora negli occhi e nella mente i ricordi terribili della Prima guerra quando, appena nata la figlia Candida, si ritrovo dentro a un’altra guerra, se possibile più tragica della precedente. E quando questa seconda guerra, mondiale anch’essa, non era ancora finita, ecco che nacque Luigi.
Quattro figli. Ugo e Edis non sapevano come fare a dar loro da mangiare tutti i giorni. Ma non si lamentavano, non imprecavano. O almeno Luigi non ricorda di averli mai visti sprofondare nello sconforto o adirarsi tra loro e con i figli. Forse sua madre piangeva di nascosto, suo padre si isolava e si prendeva la testa tra le mani quando non sapeva come avrebbe fatto a superare una giornata più buia delle altre. Ai quattro figli però, soprattutto a Luigi, l’ultimo arrivato, i genitori cercavano di nascondere come potevano la loro situazione drammatica, di poveri.
© Chiarelettere editore srl
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