«Favole e teatro, un binomio che affascina»
di Roberta Sanna
La compagnia Akròama, la prima in Sardegna a esplorare le fantasie che seducono i bambini
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“Famiglie a teatro” e “Teatro ragazzi” sono cartelloni rilevanti nell’attività del Teatro delle Saline, per Akròama il legame fra teatro e fiaba è addirittura fondante nella storia della compagine. Nel 1981 con “Mariedda” – trasposizione de “La piccola fiammiferaia” di Andersen – Lelio Lecis fa conoscere la compagnia a livello nazionale ed europeo, inaugurando uno stile espressivo contemporaneo e profondamente legato alla Sardegna nelle immagini e nella lingua.
«Sono sardo e ho ambientato la fiaba – racconta Lecis – nel paese dove son nato e vissuto nei miei primi anni. L’idea era di fare uno spettacolo per bambini. Ma forse allora non lo sapevo bene e quindi divenne uno spettacolo per tutti, dovrei dire, perché piaceva anche ai piccoli. Il senso era questo: la ragazzina che vendeva fiammiferi e chiedeva l’elemosina era estromessa da una comunità che non l’accettava. Raccontavo insomma la parte peggiore del paese, quella piccola borghesia ipocrita che mostra umanità solo alla morte della bambina. “Allumafogus”, il grido di Mariedda, lo capiva tutto il mondo, la trama era conosciuta ovunque, la parte parlata minima, nel sardo di mia nonna così vicino al latino. Era uno spettacolo fatto di immagini e della sopravvivenza del mondo antico in quello moderno. Nacque così un linguaggio a differenti livelli e che arriva a diverse generazioni. Per noi fu la chiave per elaborare poi spettacoli per bambini che piacciono molto anche ai loro genitori. Ovviamente questa consapevolezza è arrivata dopo, allora ero molto giovane».
Giovanissima era anche l’interprete di Mariedda, subito acclamata attrice. «Avevo 18 anni – racconta Elisabetta Podda – l’energia, le luci, tutto contribuiva a farci entrare in un mondo magico. Quella forma e le immagini create da Lelio sono rimaste in me, è una matrice comune. Mi sono chiesta anche perché. La dimensione fiabesca mi si confà, ecco, è come un vestito che mi sta molto bene».
Con “Il soldatino di piombo”, Lecis torna alla fiaba nel 1997. «Divenne – ricorda il regista – la storia di un uomo che ha perso la gamba in guerra, con riferimenti ai conflitti in ex-Jugoslavia, raccontato in un mondo di sogno. I bambini amano anche il tragico. Andersen da piccolo aveva un teatrino in cui con le sue figurine faceva addirittura Shakespeare. Il mio sogno sarebbe mettere in scena uno Shakespeare fatto da Andersen nel suo teatrino». Akròama sviluppò quindi cartelloni e produzioni per ragazzi, settore in piena espansione. «Sono prima di tutto un bambino che vuol continuare a sognare – sottolinea Lecis – certo sono anche manager, ma la vera spinta è il gusto di raccontare storie nel modo più libero. Nel fare spettacoli per bambini sei meno sottoposto al giudizio, è come il lato B dei 45 giri».
Dal 2011 lo scettro registico è passato a Elisabetta Podda, con l’impegno dello spettacolo di Natale, diventato quasi il maggiore sforzo produttivo annuale, con tutti i crismi di professionalità tecnologica, di cast e collaborazioni – come quella con il costumista Marco Nateri. «Anche lui è un bambino che vuole sognare, in molti spettacoli è stato fondamentale, ogni produzione è la collaborazione di più intelligenze. Ora – conclude Lecis – la filosofia della mia direzione artistica è quella di fare storie universalmente conosciute e inserire una serie di contaminazioni con l’attualità».
L’impegno di Elisabetta Podda comincia con “Alice”. «Proprio per la mia prima regia mi sono trovata davanti all’opera di Carrol – racconta l’attrice e regista – ai tanti pezzi da connettere e trasporre per la scena con una vivezza che li portasse a noi, visti i fitti rimandi a figure e consuetudini dell’Inghilterra dell’epoca. E come rappresentare le “meraviglie”, dato che il teatro non è cinema? Ho dovuto immaginare e creare immagini potenti, con soluzioni tecniche che non svelassero il trucco e che potessero competere con l’immaginario depositato in noi dai film d’animazione. Amo le fiabe e quando le leggo riesco a cogliere elementi particolari, inserisco dialoghi anche comici - esaltare il divertimento è più forte di me – e quasi non so più dove finiscono le parole dell’autore e iniziano le mie. E ogni volta è stata una sfida».
«Sono sardo e ho ambientato la fiaba – racconta Lecis – nel paese dove son nato e vissuto nei miei primi anni. L’idea era di fare uno spettacolo per bambini. Ma forse allora non lo sapevo bene e quindi divenne uno spettacolo per tutti, dovrei dire, perché piaceva anche ai piccoli. Il senso era questo: la ragazzina che vendeva fiammiferi e chiedeva l’elemosina era estromessa da una comunità che non l’accettava. Raccontavo insomma la parte peggiore del paese, quella piccola borghesia ipocrita che mostra umanità solo alla morte della bambina. “Allumafogus”, il grido di Mariedda, lo capiva tutto il mondo, la trama era conosciuta ovunque, la parte parlata minima, nel sardo di mia nonna così vicino al latino. Era uno spettacolo fatto di immagini e della sopravvivenza del mondo antico in quello moderno. Nacque così un linguaggio a differenti livelli e che arriva a diverse generazioni. Per noi fu la chiave per elaborare poi spettacoli per bambini che piacciono molto anche ai loro genitori. Ovviamente questa consapevolezza è arrivata dopo, allora ero molto giovane».
Giovanissima era anche l’interprete di Mariedda, subito acclamata attrice. «Avevo 18 anni – racconta Elisabetta Podda – l’energia, le luci, tutto contribuiva a farci entrare in un mondo magico. Quella forma e le immagini create da Lelio sono rimaste in me, è una matrice comune. Mi sono chiesta anche perché. La dimensione fiabesca mi si confà, ecco, è come un vestito che mi sta molto bene».
Con “Il soldatino di piombo”, Lecis torna alla fiaba nel 1997. «Divenne – ricorda il regista – la storia di un uomo che ha perso la gamba in guerra, con riferimenti ai conflitti in ex-Jugoslavia, raccontato in un mondo di sogno. I bambini amano anche il tragico. Andersen da piccolo aveva un teatrino in cui con le sue figurine faceva addirittura Shakespeare. Il mio sogno sarebbe mettere in scena uno Shakespeare fatto da Andersen nel suo teatrino». Akròama sviluppò quindi cartelloni e produzioni per ragazzi, settore in piena espansione. «Sono prima di tutto un bambino che vuol continuare a sognare – sottolinea Lecis – certo sono anche manager, ma la vera spinta è il gusto di raccontare storie nel modo più libero. Nel fare spettacoli per bambini sei meno sottoposto al giudizio, è come il lato B dei 45 giri».
Dal 2011 lo scettro registico è passato a Elisabetta Podda, con l’impegno dello spettacolo di Natale, diventato quasi il maggiore sforzo produttivo annuale, con tutti i crismi di professionalità tecnologica, di cast e collaborazioni – come quella con il costumista Marco Nateri. «Anche lui è un bambino che vuole sognare, in molti spettacoli è stato fondamentale, ogni produzione è la collaborazione di più intelligenze. Ora – conclude Lecis – la filosofia della mia direzione artistica è quella di fare storie universalmente conosciute e inserire una serie di contaminazioni con l’attualità».
L’impegno di Elisabetta Podda comincia con “Alice”. «Proprio per la mia prima regia mi sono trovata davanti all’opera di Carrol – racconta l’attrice e regista – ai tanti pezzi da connettere e trasporre per la scena con una vivezza che li portasse a noi, visti i fitti rimandi a figure e consuetudini dell’Inghilterra dell’epoca. E come rappresentare le “meraviglie”, dato che il teatro non è cinema? Ho dovuto immaginare e creare immagini potenti, con soluzioni tecniche che non svelassero il trucco e che potessero competere con l’immaginario depositato in noi dai film d’animazione. Amo le fiabe e quando le leggo riesco a cogliere elementi particolari, inserisco dialoghi anche comici - esaltare il divertimento è più forte di me – e quasi non so più dove finiscono le parole dell’autore e iniziano le mie. E ogni volta è stata una sfida».
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