«Il sacerdote e il criminale, un cinema che sa osare»
di Paolo Ardovino
L’attore di Vanzina e Sorrentino è nelle sale con un film da regista: “Abbi fede” Ospite dell’Olbia Film Network parla di vizi e virtù delle produzioni italiane
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Insieme a Tirabassi, costretto però a dare forfait per problemi di salute, Giorgio Pasotti era l’ospite più atteso della settimana di proiezioni e passerelle targate Olbia Film Network. Il suo “Abbi fede”, proiettato nella platea a cielo aperto di via Dante, al centro storico, ha raccolto applausi e sorrisi. Gli stessi sorrisi che Pasotti riserva la mattina dopo ai giornalisti che gli si susseguono di fronte, al museo archeologico di Olbia, quartier generale dell’evento. Qualcuno gli punta addosso la telecamera, qualcun altro interviene via telefono, altri hanno taccuini e telefono in mano. E lui, Giorgio Pasotti, non manca di dispensare sorrisi. Risposte diplomatiche sì ma mai frutto di frasi fatte standard e confezionate per l’occasione. C’è ragionamento, passione, voglia di confronto.
Il suo “Abbi fede” è il secondo film che vede Pasotti dietro la macchina da presa, anche se l’altro, “Io, Arlecchino” (2015) era una co-direzione. «Vero, diciamo che questo è un secondo debutto allora». La storia è curiosa, un violento neofascista è condannato a stare al servizio in una comunità religiosa sulle alpi italiane, a stretto contatto con un parroco particolare. Si gioca tra il messaggio politico e la risata del grottesco. «Si tratta di un remake di “Le mele di Adamo”, film danese (di Anders Thomas Jensen, ndc) uscito nel 2005. Tratta temi che adesso sono di estrema attualità, per assurdo dopo 15 anni l’Italia ha ogni giorno a che fare con questi problemi – racconta Pasotti –. I fatti di cronaca ci fanno conoscere un mondo sempre violento. È un film che ha dell’ironia, quando lo vidi mi divertì tanto. Il mio, rispetto all’originale, cambia in una certa italianizzazione. Era più cupo e thriller mentre “Abbi fede” ha toni più colorati, latini se vogliamo».
Il ruolo di Adamo, il criminale, è stato affidato a Claudio Amendola. Il parroco Ivan è proprio Giorgio Pasotti. «Per un caso. Avevo chiesto già a un altro attore di impersonarlo ma poi non ce l’abbiamo fatta per impegni comuni, la produzione vide in me l’interprete perfetto. Tra l’altro, il prete dell’originale effettivamente mi somiglia». Ma sia chiaro, persona e personaggio sono molto lontani tra loro, conferma l’attore e regista bergamasco: «Fortunatamente mi sento lontano da Ivan, per decine di ragioni. È un prete che dice cose folli, che sembra fuori del mondo».
A pochi metri la fidanzata, Claudia Tosoni, giovane attrice e terza a Miss Italia 2012, lo segue tutto il tempo con lo sguardo. “Faticoso” è, su tutti, l’aggettivo che lui sceglie per parlare dell’attività come regista. Recitare il copione e concentrarsi solo su sé stessi è un conto, dirigersi e dirigere un intero cast, trovarsi a dover dare indicazioni e in un’ora prendere anche un centinaio di decisioni è un altro paio di maniche». Si parla dell’evoluzione digitale del cinema. «Nessuno può fermare il progresso», fa spallucce. In mezzo a chi si divide tra devoti del cinema tradizionale e altri che puntano sullo streaming, Giorgio Pasotti semplicemente accetta l’evoluzione: «Il cinema non poteva più dipendere dalla sola sala. Poi, quello italiano si è troppo seduto sulle commedie e così il pubblico si è disaffezionato. Le piattaforme hanno alzato l’asticella – spiega –. Riescono a produrre cose di qualità con un linguaggio a cui non siamo abituati. Il nostro cinema ha perso la posizione invidiata che aveva una volta, recuperare è difficile, ma oggi una serie o un film italiano può arrivare di nuovo ovunque nel mondo. Certo, bisognerebbe smetterla di andare avanti con il solito tipo di commedia – il recente “Lockdown all’italiana” di Vanzina offre uno spunto interessante –. Guardiamoci attorno. La Francia sta avendo il coraggio di raccontare storie che non hanno nulla di scontato; ricordiamo “Quasi amici” e il successo che ha avuto. In Italia un’idea del genere non sarebbe mai stata presa sul serio».
Il suo “Abbi fede” è il secondo film che vede Pasotti dietro la macchina da presa, anche se l’altro, “Io, Arlecchino” (2015) era una co-direzione. «Vero, diciamo che questo è un secondo debutto allora». La storia è curiosa, un violento neofascista è condannato a stare al servizio in una comunità religiosa sulle alpi italiane, a stretto contatto con un parroco particolare. Si gioca tra il messaggio politico e la risata del grottesco. «Si tratta di un remake di “Le mele di Adamo”, film danese (di Anders Thomas Jensen, ndc) uscito nel 2005. Tratta temi che adesso sono di estrema attualità, per assurdo dopo 15 anni l’Italia ha ogni giorno a che fare con questi problemi – racconta Pasotti –. I fatti di cronaca ci fanno conoscere un mondo sempre violento. È un film che ha dell’ironia, quando lo vidi mi divertì tanto. Il mio, rispetto all’originale, cambia in una certa italianizzazione. Era più cupo e thriller mentre “Abbi fede” ha toni più colorati, latini se vogliamo».
Il ruolo di Adamo, il criminale, è stato affidato a Claudio Amendola. Il parroco Ivan è proprio Giorgio Pasotti. «Per un caso. Avevo chiesto già a un altro attore di impersonarlo ma poi non ce l’abbiamo fatta per impegni comuni, la produzione vide in me l’interprete perfetto. Tra l’altro, il prete dell’originale effettivamente mi somiglia». Ma sia chiaro, persona e personaggio sono molto lontani tra loro, conferma l’attore e regista bergamasco: «Fortunatamente mi sento lontano da Ivan, per decine di ragioni. È un prete che dice cose folli, che sembra fuori del mondo».
A pochi metri la fidanzata, Claudia Tosoni, giovane attrice e terza a Miss Italia 2012, lo segue tutto il tempo con lo sguardo. “Faticoso” è, su tutti, l’aggettivo che lui sceglie per parlare dell’attività come regista. Recitare il copione e concentrarsi solo su sé stessi è un conto, dirigersi e dirigere un intero cast, trovarsi a dover dare indicazioni e in un’ora prendere anche un centinaio di decisioni è un altro paio di maniche». Si parla dell’evoluzione digitale del cinema. «Nessuno può fermare il progresso», fa spallucce. In mezzo a chi si divide tra devoti del cinema tradizionale e altri che puntano sullo streaming, Giorgio Pasotti semplicemente accetta l’evoluzione: «Il cinema non poteva più dipendere dalla sola sala. Poi, quello italiano si è troppo seduto sulle commedie e così il pubblico si è disaffezionato. Le piattaforme hanno alzato l’asticella – spiega –. Riescono a produrre cose di qualità con un linguaggio a cui non siamo abituati. Il nostro cinema ha perso la posizione invidiata che aveva una volta, recuperare è difficile, ma oggi una serie o un film italiano può arrivare di nuovo ovunque nel mondo. Certo, bisognerebbe smetterla di andare avanti con il solito tipo di commedia – il recente “Lockdown all’italiana” di Vanzina offre uno spunto interessante –. Guardiamoci attorno. La Francia sta avendo il coraggio di raccontare storie che non hanno nulla di scontato; ricordiamo “Quasi amici” e il successo che ha avuto. In Italia un’idea del genere non sarebbe mai stata presa sul serio».
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