La Nuova Sardegna

L’esistenza macchiata dalle “scorie” dell’infanzia

di MICHELA MURGIA
L’esistenza macchiata dalle “scorie” dell’infanzia

Venerdì 9 ottobre arriva in edicola con il nostro giornale il romanzo “Chirù” di Michela Murgia, secondo volume della collana “Scrittori di Sardegna”

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Pubblichiamo le prime quattro pagine del romanzo di Michela Murgia “Chirù”.

* * *di MICHELA MURGIA

Chirú venne a me come vengono i legni alla spiaggia, levigato e ritorto, scarto superstite di una lunga deriva. Era vestito da adulto e ostentava una disinvoltura sfrontata, ma sotto la giacca da orchestrale gli s’intuivano due braccia troppo lunghe per essere qualcosa di piú che goffe. Aveva un violino con sé, e chi lo aveva convocato gli aveva fatto credere che avrebbe potuto suonarlo sul palco accanto a me. Temendo l’inesperienza che gli si leggeva addosso, trovai un modo gentile per dirgli che preferivo recitare in silenzio e lui, senza mostrare alcun risentimento per quel primo battesimo di sfiducia, accettò. Si sedette nella terrazza del centro storico e mi ascoltò con la stessa attenzione degli altri presenti.

Alla fine dello spettacolo, nel buio ancora tiepido di ottobre, mi sorprese chiedendomi se poteva seguirmi a cena. Lo guardai con attenzione. Era giovanissimo, forse neppure diciottenne, ma aveva nello sguardo qualcosa di slabbrato, come se osservasse il mondo da una prospettiva già offesa. Vorrei poter dire che quella tra noi fu un’immediata affinità elettiva, ma sarebbe una menzogna: io Chirú lo riconobbi dall’odore di cose marcite che gli veniva da dentro, perché quell’odore era lo stesso mio.

Fino a otto anni sono stata una bambina felice. Che si potesse essere anche infelici lo scoprii una sera in cui c’era la festa e il paese era impregnato dai sentori del pesce arrostito, della juta bagnata e dello zucchero filato. Casa nostra si affacciava proprio sulla piazza e sui giardini pubblici dove io e mio fratello andavamo sempre a giocare con gli altri bambini.

Quel giorno eravamo tornati quasi al tramonto, strisciati di fango e di sangue come animaletti scampati al macello, lui nei calzoni nuovi ormai stazzonati e io in ampio spregio al vestitino bianco che mia madre aveva lavorato ai ferri per settimane nell’attesa invernale di quei primi caldi. A ripensarci adesso mi rendo conto che forse la causa di tutto fu proprio quel maledetto vestito, la cui lana ispida color del latte prudeva come crine nello scontro coi miei sudori; quell’attrito, unito ai volants all’uncinetto che si aggrappavano a ogni sporgenza, me lo aveva fatto odiare dal primo momento. Mi era riuscito anche di impigliarlo in uno sterpo, sfilacciandolo proprio sull’orlo con una noncuranza rivelatoria che suscitò in mia madre un’eco di rancore destinata a durare mesi. La festa del patrono cadeva a fine maggio di un’epoca in cui le mezze stagioni sapevano ancora il fatto loro: a dispetto del caldo diurno, dopo il tramonto era venuta giù un’umidità algida che aveva bagnato i seggiolini delle giostre e le carrozzerie colorate dei dischi volanti su cui ero troppo piccola per salire, come mi aveva ripetuto mio padre anche quell’anno.

Babbo non era un uomo di indole allegra. Al nostro arrivo a casa era pronto per uscire da venti minuti, e dalla sua espressione era facile intuire che averci aspettato non gli avesse migliorato l’umore.

In ogni famiglia c’è un membro che orienta il clima emotivo di tutti gli altri. Quell’impercettibile catena di controllo che attribuisce silenziosamente a un solo familiare la supremazia emotiva non ha a che fare con l’età, col sesso e nemmeno con l’intelligenza di chi la esercita. Ho visto famiglie fondare il proprio equilibrio umorale sul broncio di un neonato, sul cipiglio di un vecchio, sulle moine di una ragazzina, ma nella nostra quel potere era saldamente in mano a mio padre, che con uno sguardo faceva sorgere o tramontare il sole sul viso di mamma e di Daniele. Io trovavo prudente adeguarmi, specialmente quando mi fissava come quella sera.

«Andiamo alla festa», disse senza aggiungere null’altro. Mia madre valutò opportuno rimandare la ramanzina e metterci addosso un giacchetto che, con la scusa di proteggerci dall’umido, occultasse almeno in parte i disastri della nostra indisciplina.

Uscimmo di casa come una famiglia, reggendo tutti insieme l’invisibile impaccio di una formalità che in provincia significa ancora «domenica». I vicini, se fossero stati il genere di persone che nota questi particolari, avrebbero capito più cose da come camminavamo per strada che da qualunque altro segnale. Babbo si era rinsaldato mamma sottobraccio e procedevano affiancati senza fretta, lui nel paltò di pelle marrone liso sui gomiti e lei, più alta e stretta, in un cappottino color zafferano che faceva apparire splendente il suo caschetto biondo. Distanziato in avanti di qualche metro, ma sulla stessa direttrice dei miei, camminava Daniele come un cane agganciato a un invisibile guinzaglio teso; con lo sguardo puntava alle luci delle attrazioni meccaniche dove lui, che di anni ne aveva undici e mezzo, poteva salire finché voleva. Io saltellavo di lato, sfilata come le calzemutande di nylon bianche che mi stringevano le gambe storte.

Quella sera mi sentivo fiera delle mie scarpe di vernice, brillanti nonostante i graffi rimediati contro la ghiaia, ed ero di ottimo umore, in barba a mio padre, alla stanchezza del pomeriggio di gioco e alla disapprovazione di mamma. Ero sempre stata una bambina con malumori di circostanza, una per cui le variazioni dell’allegria dipendevano esclusivamente da quel che accadeva intorno. «È un po’ superficiale», diceva mamma alle cognate, e io ero convinta che fosse un complimento. A modo suo aveva ragione: se niente mi disturbava in modo imperativo, restavo sorridente per tutte le ore che avevo davanti, per giorni in successione, per settimane consecutive. A otto anni, a differenza di tutto il resto della mia famiglia, io sapevo farmi felice da sola. «Andiamo alla festa», aveva detto mio padre, come se la festa fosse un luogo fisico in attesa del nostro arrivo, un posto raggiungibile avanzando compatti, fingendo che andarci contemporaneamente volesse dire andarci insieme. Per me e Daniele in un certo senso era davvero così: la festa era la piazza sotto casa in stato di grazia, un mondo familiare e straordinario allo stesso tempo. Nello sterrato che era scenario quotidiano dei nostri giochi vedevamo accadere un miracolo che durava solo tre giorni all’anno: misteriosamente richiamati dalla solennità del patrono comparivano grandi giochi meccanici a forma di qualunque cosa volasse, con pistoni giganteschi che ti portavano in alto in mezzo alla musica forte, e decine di bancarelle piene di balocchi e dolciumi che non si trovavano da nessun’altra parte, come lo zucchero filato o il gelato bicolore con i gusti che uscivano già mischiati dalla macchinetta a leva.

La festa era il ritrovo di tutte le cose che consideravamo stupefacenti, ma era anche la prova dell’esistenza di una felicità su appuntamento: una gioia programmabile ogni fine di maggio, fatta di emozioni a gettoni e risate tarate sul tempo di un giro sul brucomela. Mia madre e mio padre sul brucomela non salivano, e nemmeno sugli altri giochi. Non si compravano lo zucchero filato né il gelato bicolore. Non acquistavano nulla per sé nelle bancarelle dei giocattoli. Non so cosa avesse in mente mio padre quando diceva che dovevamo andare alla festa, so solo che non era il posto dove stavo andando io.



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