La Nuova Sardegna

Libero le storie dalla polvere del tempo

Libero le storie dalla polvere del tempo

Il complicato rapporto tra burocrazia e società: Guido Melis parla del nuovo libro, “La storia delle istituzioni”

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Con vocabolario scaramantico il professor Guido Melis, prossimo alla pensione (è nato a Sassari nel 1949, abita in pieno centro storico, d'estate risiede ad Alghero) dice che il suo nuovo libro – “La storia delle istituzioni”, Carocci, 195 pagine, 19 euro – è «un'opera terminale». No, è un volume agile che completa ed esalta quelli precedenti, che hanno fatto di Melis un divulgatore a diciotto carati, analista politico e storico ascoltato da radio, tv e giornali nazionali. Fra le sue opere ricordiamo per Il Mulino “Storia della amministrazione italiana: 1861-1993), seguito da “La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista”. E poi il gioiello della collana “Farsi un'idea” dal titolo “La burocrazia”, poche pagine che erano e sono una summa di un tema caro a Max Weber. Sulla burocrazia e i suoi eccessi oggi Melis dice: «Divido le responsabilità. Addosso le maggiori al legislatore che fa leggi ingarbugliate, poi a chi ha governato, che non ha mai seriamente riformato la macchina dello Stato».

Il suo nuovo libro è diverso dai precedenti. Più che raccontare una storia, dice cosa sono le nostre istituzioni e spiega anche come si dovrebbe studiare la storia. È un Melis pedagogista pubblico. Confessa: «Sì, è un libro diverso. Affronto l’identikit della storia delle istituzioni, la materia che ho insegnato dal 1972 a oggi; e mi domando cosa è e cosa dovrebbe essere».

È curioso che se lo domandi, dopo quasi mezzo secolo.

«Arrivato alla pensione (che spero non mi impedisca di continuare a studiare e a scrivere) sentivo il bisogno di fare un mio bilancio. Quindi questo libro parla della storia delle istituzioni, ma parla anche di me, delle mie passioni e dei miei studi».

Il libro si apre con un’immagine folgorante, che diverte: D’Artagnan, l’eroe di Dumas, giovanissimo, che sul suo ronzino va dalla Guascogna a Parigi per diventare moschettiere del Re. E poi, in sequenza, lei ragazzo alle prime armi, che dalla Sardegna va a Roma, all’Archivio centrale dello Stato all'Eus, per diventare un ricercatore.

«Un po’ ci assomigliamo: ragazzi di poco più di 20 anni, provincialotti, timidi ma al tempo stesso ambiziosi. Tutti e due scopriremo un mondo nuovo, che ci affascinerà. Per D’Artagnan il mondo dei duelli cappa e spada. Per me quello delle carte d’archivio e degli studi storici».

Cosa c’è di affascinante nelle carte d’archivio?

«Quando tu apri uno di quei faldoni polverosi non sai ancora cosa ci trovi dentro. Poi cominci a sfogliare documenti chiusi lì da secoli e ti sembra di essere proiettato in un altro tempo. Incontri gli uomini o le donne che hanno scritto quelle carte o che sono descritti; ne vedi la vita quotidiana, le virtù e i vizi; comprendi anche il funzionamento concreto delle istituzioni. Pian piano, come in certi puzzle che facevamo da bambini, una realtà sconosciuta ti si forma nella mente e si impadronisce di te. Trovi nessi, coincidenze».

Lei fa la storia degli studi. Nel libro cita centinaia di libri e di ricerche. Qual è stato il filo rosso che ha seguito?

«Parlo prima di come erano gli studi quando ho cominciato io. C’erano poche cattedre di storia delle istituzioni (la prima la ebbe un sardo, il professor Antonio Marongiu di Siniscola). Dominava il campo una corrente molto forte e prestigiosa, quella dell’Isap, fondato a Milano dal giurista Feliciano Benvenuti e dal politologo Gianfranco Miglio. Però questo dominio Isap era destinato a essere presto insidiato».

Come lei scrive, i galeoni spagnoli alla fonda (l’Isap) minacciati dalle navi corsare di sir Francis Drake…

« Sì, quei “corsari” erano gente come Alberto Caracciolo, Alberto Aquarone, Claudio Pavone».

E che differenza c’era tra loro e l’Isap?

«L’Isap aveva radici politologiche, invece i “corsari” più storiche; l’Isap aveva un’idea molto circoscritta della storia delle istituzioni, che doveva distinguersi dalla storia generale, dalla storia del diritto e da quella del pensiero politico erigendo barricate anche accademiche. Gli altri navigavano in mare aperto, non temevano le contaminazioni. Con tutto ciò l’Isap ha fatto un lavoro fondamentale per far nascere la storia delle istituzioni in Italia».

Chi ricorda degli storici di marca Isap?

Soprattutto tre: Ettore Rotelli, Pierangelo Schiera e Roberto Ruffilli. Con Ruffilli sono stato molto legato, perché ha insegnato a Sassari, prima di trasferirsi a Bologna e poi siamo rimasti sempre in costante rapporto. Un’amicizia finita quando nel 1988 fu ucciso a casa sua da un commando armato delle Brigate Rosse».

Lei però non nasce come storico con Ruffilli, in breve qual è stata la sua carriera?

«Sono stato “svezzato” da Luigi Berlinguer, che mi ha insegnato l’arte. Luigi era storico del diritto, ma creò a Sassari quella che lui chiamava con autoironia “la scoletta”: c’erano Francesco Manconi, Antonello Mattone, Piero Sanna, Giuseppina Fois, Elisa Pilia e altri che magari non ricordo. Regìa di Manlio Brigaglia, un altro dei miei maestri. Facemmo insieme studi pionieristici sui partiti in Sardegna. Io scrissi una fortunata antologia del Gramsci sardo. Poi ho incontrato Sabino Cassese. Ha contato e conta molto. Mi ha insegnato a interpretare quelle che lui, come il grande Eduardo, chiamava “le voci di dentro” delle istituzioni. Vinta la cattedra mi sono trasferito a Siena, a Economia: ho trovato un ambiente pieno di stimoli. Dal 1996 al 1999 professore alla Scuola superiore dell’amministrazione. Dal 1999 a oggi, a parte cinque anni da deputato, alla Sapienza. Ovunque ho contratto debiti importanti con colleghi che mi hanno insegnato cose nuove».

Parla di una “gita a Chiasso”: cioè gli influssi stranieri sulla ricerca in Italia.

«Furono determinanti. Sia inizialmente quelli francesi, sia quelli inglesi e soprattutto tedeschi attraverso l’Istituto italo-germanico di Trento, dove lavoravano Pierangelo Schiera, ma anche un grande storico modernista, Paolo Prodi».

C’è un capitolo su archivi e archivisti...

«La storia delle istituzioni si può fare solo negli archivi né può limitarsi a studiare le carte per cercarci notizie ma deve spingersi molto oltre: il modo in cui le carte sono prodotte dall’istituzione e il modo in cui sono state collocate originariamente possono dire allo storico cose importanti. Ho avuto molti amici archivisti, alcuni anche poi professori universitari: insieme facciamo da 25 anni la rivista “Le Carte e la Storia”. Da pochi giorni sono il primo socio “laico” cooptato nella Associazione degli archivisti, l’Anai. Ne vado fiero».

Domanda finale: breve definizione della storia delle istituzioni come lei la intende.

«A porte e finestre aperte, curiosa del nuovo, con un’identità meticcia».

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