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Marcello Fois: «Cultura e Covid, basta dilettanti»

Marcello Fois: «Cultura e Covid, basta dilettanti»

È fuor di dubbio che la salute dell’uomo non è una faccenda esclusivamente fisica. Ma un insieme complesso di avvenimenti e abitudini virtuose che contribuiscono al buon funzionamento della macchina...

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È fuor di dubbio che la salute dell’uomo non è una faccenda esclusivamente fisica. Ma un insieme complesso di avvenimenti e abitudini virtuose che contribuiscono al buon funzionamento della macchina corpo umano. Bisogna mangiare meglio possibile, possibilmente tutti i giorni; bisogna bere, acqua pulita, quando necessario; bisogna fare del movimento e, pensate un po’, bisogna tenere il cervello irrorato e vigile attraverso un cibo che si chiama cultura. Tuttavia neanche la cultura è una questione esclusivamente cerebrale, pur passando per il cervello è infatti degna di tale nome solo quando genera attitudini che determinano la pratica della vita quotidiana: scusarsi quando si è sbagliato, rispettare l’anzianità anche quando non si è d’accordo, aspettare che qualcuno finisca di parlare prima di replicare, essere informati su quanto si afferma, concepire una comunicazione in prospettiva e non solo legata al contingente o al proprio interesse momentaneo.

Ora spesso si fa confusione tra cultura e istruzione. Esse sono, come dire, due sorellastre. L’istruzione rappresenta uno dei sistemi, non il solo, per accumulare un patrimonio culturale. L’istruzione è il momento aerobico, quello in cui ci si esercita, ci si fanno i muscoli, si accumulano dati. Una fase tutt’altro che poetica. L’istruzione ha poco a che fare con il godimento diretto, ma produce un godimento a rilascio lento come quando si sente di aver allenato abbastanza il corpo da reggere un’intera vasca a nuoto o un’intera rampa di scale senza crepare per il fiatone.

Fase accumulativa

L’istruzione è la fase accumulativa, quanto più materiale si è stivato, tanto più se ne può mettere in gioco nella vita di tutti i giorni. Chi non è abbastanza istruito, per esempio, può pensare che la lettura sia una perdita di tempo, o che guardare un telefilm abbia lo stesso apporto “calorico” di un buon libro. Alla luce di queste convinzioni, sarà portato ad estendere questo concetto alla vita di tutti i giorni: leggere un contratto, leggere attentamente una ricetta, esaminare un bugiardino diventeranno “perdite di tempo”, il che significherà essere fregati dalla postilla in corpo 6 di una polizza assicurativa o di un accordo di compravendita; far afflosciare la torta sul più bello; affollare inutilmente un pronto soccorso e così via.

Le conseguenze civiche di una istruzione sottovalutata sono inimmaginabili e sempre sfociano nel dover dipendere da qualcuno. La mancanza d’istruzione, la sottovalutazione di essa, l’illusione che se ne possa fare a meno, non solo riduce le nostre capacità di accumulare, ed archiviare, dati ed esperienze che determinano un apparato culturale efficiente, ma ci fa servi, e cioè dipendenti, di chi quelle competenze le ha accumulate. Ora, certamente, non si può essere ferrati su tutto, ma si può certamente avere una grammatica di base per poter capire che il primo apporto di una buona istruzione è avere una perfetta coscienza delle cose che non si sanno. “So di non sapere” era un modo sintetico per esprimere il paradosso di chi ignorantemente crede di sapere, e poter sapere, tutto, contro chi ha abbastanza cultura da sapere che, per quanto impari, il processo dell’istruzione è infinito. Questa coscienza è la cultura: non arrivare mai, nella vita, al momento in cui si possa affermare di non avere più niente da imparare. Chi si rende conto di non sapere è sempre disposto ad imparare, chi crede di sapere smette di mettersi all’ascolto.

I dribbling di Maradona

Dunque vengo al primo punto: formazione e intrattenimento sono due concetti diametralmente opposti. Dall’istruzione non ci si può attendere intrattenimento, ma performance, come sacrificare qualche panino o qualche pizza quando si è troppo grassi; come fare le flessioni se si vuol, superare la prova costume; come leggere se si vogliono avere a disposizione parole e concetti contro il mutismo. Tutte attività faticose. Nessuna di queste attività è naturale: anche i fisici più fortunati con un’alimentazione sbagliata ingrassano; ogni addominale non allenato adeguatamente, se non quotidianamente, si appanna; chi non ha abbastanza parole non riesce ad esprimere buona parte dei concetti che elabora dentro di sé. Qualunque modificazione è un artificio e, in quanto tale, un’azione culturale. Ci siamo abituati a credere che la spontaneità sia un valore di per sé, ma di fatto, ammiriamo l’artificiosità, cioè il risultato culturale di un’istruzione. Vedere dribblare Ronaldo o Maradona è esattamente vedere il risultato di questa artificiosità. Senza l’allenamento quotidiano la spontaneità non servirebbe a nulla. Quando ascoltiamo Arturo Benedetti Michelangeli ci beiamo degli esiti del suo massacrante allenamento. Quando ammiriamo Bolle o Nureyev danzare, siamo davanti all’esito eclatante di questo tremendo, quotidiano apprendistato. Quando vediamo Madonna o Lady Gaga o Beyoncé cantare e ballare siamo al cospetto di tre disciplinatissime e instancabili artiste. Quando leggiamo Roth o Calvino o Eco ci mettiamo in comunicazione diretta con tre individui che hanno sancito senza ombra di dubbio che la maggior parte di tutti coloro che scrivono, nonostante vengano pubblicati, non sono scrittori.

Operazioni al cuore

E passo così al secondo punto: dilettante e professionista non hanno lo stesso valore. Ancora una volta il discrimine sta nella prospettiva e nell’etimologia: il dilettante ha come fine ultimo il proprio diletto, che qualche volta, e momentaneamente, può coincidere con quello degli altri; il professionista “professa”, fa atto di fede, vuol misurare un sistema in corso e, tendenzialmente, marcare una differenza. Un professionista vuole rappresentarsi come punto di riferimento, costituire un paradigma. La prospettiva del dilettante dura finché dura il diletto, quella del professionista è la sopravvivenza. Il fallimento fa cambiare idea ad un dilettante, perché, per l’appunto, gli sottrae quel tornaconto consolatorio che sta cercando. Al professionista il fallimento è utile, persino indispensabile, perché anziché scoraggiarlo lo invita a perfezionarsi sempre meglio, a ridurre al massimo i margini di errore. E’ il motivo per cui, in caso di operazioni a cuore aperto o di un viaggio intercontinentale su un Jet, preferiamo senza dubbio optare per cardiochirurghi e piloti professionisti piuttosto che per dilettanti. Un professionista non è nient’altro che un dilettante che ha fatto il salto di qualità, che ha ampliato il suo raggio d’azione, che ha messo in connessione, passione, spontaneità, istruzione, diletto. Questo connettere è la cultura, un enzima che mette in rapporto fatti, dati e sentimenti. Che colloca le informazioni, le esperienze, i punti di riferimento nei giusti spazi. Che cataloga e storicizza avvenimenti e ci impedisce di diventare vittime di colui che urla più forte. La cultura è elaborazione sotto forma di naturalezza. In questo senso riprodurre la naturalezza è l’atto più artificiale, o artistico, che esista. Ora che alcuni, forse ormai la maggior parte, fraintenda questo principio con quello che non occorre nessuna istruzione per esibire una competenza, spiega perché abbiamo affidato a dei dilettanti, nemmeno tanto appassionati, settori chiave della nosta società..

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