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Nuoro, un nido di corvi dove la vita è sospesa

Nuoro, un nido di corvi dove la vita è sospesa

Da venerdì in edicola il romanzo “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta La saga della famiglia Sanna Carboni in «un’isola di demoniaca tristezza»

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“Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta, sarà il prossimo volume della collana Scrittori di Sardegna, in edicola al prezzo di 7.50 euro oltre il costo del quotidiano a partire da venerdì 6 novembre.

In Sardegna, in quest’isola di «demoniaca tristezza», una città che è un «nido di corvi», Nuoro, abitata da gente che «sembra il corpo di guardia di un castello malfamato». E in questo paese «che non ha motivo di esistere», una vecchia famiglia, i Sanna Carboni, di notai agiati, rappresentanti di un’autorità che appartiene, in tutti i sensi, a un altro mondo. Il giorno del giudizio segue la storia di questa famiglia tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del secolo scorso: e, insieme a essa, di tutta di Nuoro, dai notabili alle «donne ricche e pallide che sognavano e intristivano nella clausura», dai pastori ai banditi, agli oziosi del Corso, ai preti, ai vagabondi, alle prostitute. E, se pure le vicende dei Sanna formano la spina dorsale del libro, i personaggi si mescolano tutti in un groviglio inestricabile. Il loro vero “luogo comune” è in realtà la morte, il camposanto di Nuoro «dominato dalla rupe, che sembrava una parca».

Più che una nuova saga familiare, con quel certo andamento pletorico e in fondo prevedibile che appartiene al genere, questo libro potrebbe essere definito un romanzo metafisico. Qui i vivi e i morti, la Legge e le donne, gli innocenti e i criminali sono come spinti da un turbine rapinoso a presentarsi alla memoria di chi li racconta, sono fantasmi che perseguitano lo scrittore, che poi è uno dei loro e inavvertitamente racconta se stesso come fantasma. Tutti gli si avvicinano «scongiurandolo di liberarli dalla loro vita». Ma, perché ciò avvenga, bisogna che il grande fiume del vivere si arresti in quell’«atto antiumano, inumano» che è il giudizio, come Satta lo definiva in un suo saggio giuridico: «un atto veramente – se lo si considera, bene inteso, nella sua essenza – che non ha scopo». Ma «di quest’atto senza scopo gli uomini hanno intuito la natura divina, e gli hanno dato in balìa tutta la loro esistenza». Per la Nuoro di Satta, che ignora la Storia, «la vera e la sola storia è il giorno del giudizio», così come l’unico peccato, per il codice oscuro e implacabile del luogo, è «il peccato di essere vivi». Sospeso nel momento innaturale e veggente del giudizio, un intero mondo parla qui per la prima volta e si inabissa: ogni sua traccia ha in queste pagine un’intensità violenta, dolorosa e, a tratti, di disperata dolcezza. Alla fine sentiamo che davvero «il sogno galoppava in quelle brulle lande».

Il critico George Steiner sul New Yorker a suo tempo definì “Il giorno del giudizio” «uno dei capolavori della letteratura del Novcento». «E’ un libro postumo – scrive Steiner – non solo perché è apparso dopo la morte di Satta, ma soprattutto perché per molti aspetti è un libro sui morti e per i morti. Un sardo, un nuorese può ammettere che un unico luogo è ricco: il cimitero. Solo nei “Morti” di James Joyce risuona in maniera tanto commovente il passo del tempo che mai più tornerà». (red. c.)

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