La Nuova Sardegna

Quel piccolo mondo di don Sebastiano

di SALVATORE SATTA
Quel piccolo mondo di don Sebastiano

Da venerdì in edicola con la Nuova il quinto volume della collana: il romanzo di Salvatore Satta “Il giorno del giudizio”

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Pubblichiamo le pagine iniziali del romanzo di Salvatore Satta “Il giorno del giudizio”.

* * *di SALVATORE SATTA

Don Sebastiano Sanna Carboni, alle nove in punto, come tutte le sere, spinse indietro la poltrona, piegò accuratamente il giornale che aveva letto fino all’ultima riga, riassettò le piccole cose sulla scrivania, e si apprestò a scendere al piano terreno, nella modesta stanza che era da pranzo, di soggiorno, di studio per la nidiata dei figli, ed era l’unica viva nella grande casa, anche perché l’unica riscaldata da un vecchio caminetto.

Don Sebastiano era nobile, se è vero che Carlo Quinto aveva distribuito titoli di piccola nobiltà agli autoctoni sardi che avevano innestato gli olivastri nelle loro campagne (la grande nobiltà con tanto di predicato era quasi tutta cagliaritana, ed era praticamente straniera all’isola): ma il doppio cognome era solo un’apparenza, altro non essendo il Carboni che il nome della madre, aggiunto al Sanna, il vero e unico nome di famiglia, un poco per l’usanza spagnola, un poco per la necessità di distinguere le persone, nella poca varietà dei nomi determinata dalla scarsa popolazione. Ogni bifolco in Sardegna ha due cognomi, anche se poi sull’uno e sull’altro prevale di solito un soprannome, che, se la fortuna aiuta, diventa il contrassegno temuto di una pastorale dinastia. Tipico esempio i Corrales. Il tempo e la necessità han finito col dare una certa legittimità al doppio cognome, e infatti «Sebastiano Sanna Carboni» circoscriveva in lettere tonde lo stemma sabaudo nel timbro ufficiale d’ottone che don Sebastiano chiudeva ogni sera gelosamente in un cassetto della scrivania. Poiché Don Sebastiano era notaio; notaio nel capoluogo di Nuoro.

Chi fosse poi questa Carboni che aveva lasciato il suo nome in un timbro, nessuno avrebbe potuto dire. La madre di Don Sebastiano doveva essere morta presto, e nulla è più eterno, a Nuoro, nulla più effimero della morte. Quando muore qualcuno è come se muoia tutto il paese. Dalla cattedrale – la chiesa di Santa Maria, alta sul colle – calano sui 7051 abitanti registrati nell’ultimo censimento i rintocchi che danno notizia che uno di essi è passato: nove per gli uomini, sette per le donne, più lenti per i notabili (non si sa se a giudizio del campanaro o a tariffa dei preti: ma un povero che si fa fare su toccu pasau, il rintocco lento, e poco men che uno scandalo). L’indomani, tutto il paese si snoda dietro la bara, con un prete davanti, tre preti, l’intero capitolo (poiché Nuoro è sede di un vescovo), il primo frettoloso e gratuito, gli altri con due, tre, quattro soste prima del camposanto, quante uno ne chiede, e veramente l’ala della morte posa sulle casette basse, sui rari e recenti palazzi. Poi, quando l’ultima palata ha concluso la scena, il morto è morto sul serio, e anche il ricordo scompare. Rimane la croce sulla fossa, ma quella è affar suo. E infatti nel cimitero, meglio nel camposanto dominato da una rupe che sembra una parca, non c’e una cappella, un monumento. (Oggi non è più così: da quando la morte ha cessato di esistere è tutto pieno di tombe di famiglia: sa ’e Manca, quella di Manca, come si chiamava, credo dal nome del proprietario anticamente espropriato, è diventata oltre le costose muraglie, oltre gli assurdi colonnati, la continuazione della città imborghesita). E così questa Carboni si era dissolta nel nulla, nonostante i cinque figli che aveva messo al mondo, e di lei non ricordavano neppure il nome di battesimo, protesi com’erano ciascuno nell’avventura della propria vita. Del resto, oltre questa faticosa avventura, erano vivi essi stessi, sentivano come vive le persone che il destino aveva legato al loro carro, mogli, figli, servi, parenti.

Don Sebastiano afferrò il lume a petrolio, grande globo bianco su un piede iridato, e s’inoltro per il vano della scala. Il buio era immenso, e col passo incerto un occhio tondo di luce vagava rapidissimo sul soffitto. Vent’anni prima egli aveva costruito quella casa, su un terreno comprato da certi miserabili napoletani che il vento aveva spinto fino a Nuoro, e il vento aveva respinto chissà dove. L’impresa non era stata semplice, con sette figli maschi da gettare nel futuro, e partendo si può dire da zero, in un mondo che di speranza non voleva assolutamente sentirne. Ma essere notaio in un paese e un privilegio inestimabile, perché, come si diceva, una procura fa bollire la pentola; e oltre quel ridicolo atto che è la procura (3 lire e 50 di onorari) c’erano i testamenti, c’erano le vendite che già cominciavano a farsi per iscritto, poiché la parola perdeva valore, c’erano i contratti che quei signori del continente venivano a stipulare per il taglio dei boschi e la devastazione dell’isola.

Costoro erano gente meravigliosa, che trasformava in oro quel che toccava (qualcuno però finiva col restare nell’isola, preso dalla sua demoniaca tristezza). Non pareva vero ad essi, abituati a quei notai affaristi del continente, di trovare un notaio che si qualificava romanticamente depositario della fede pubblica, e procurava loro gli affari, trattava i prezzi coi proprietari, e tutto questo senza pretendere un soldo (anzi rifiutando ogni offerta) oltre la tariffa dell’atto. Non importa: ciò che conta non è guadagnare molto, è spendere poco, anzi non spendere affatto, se possibile, e possibile era per via dei capretti, degli agnelli che la buona gente mandava in regalo.

Una volta, la prima e l’ultima volta, si era lasciato attrarre nel circolo degli ufficiali (Nuoro era anche sede di una guarnigione), e si era seduto a un tavolo da gioco. Dopo mezz’ora – inadatto com’era – aveva perduto trenta lire. Aveva aspettato che la mano toccasse a lui (la dignità sopra tutto) e allora si era alzato, resistendo a tutte le lusinghe. Tornato a casa, per tre notti di seguito aveva fatto di suo pugno le copie destinate all’amanuense, fino a compensare le trenta lire. Così, dicevano i maligni, le aveva pagate l’amanuense. Ma che importa? Qualcuno deve sempre pagare.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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