La Nuova Sardegna

«Dobbiamo spezzare la catena della paura»

di Giacomo Mameli
«Dobbiamo spezzare la catena della paura»

Come ricostruire la basi di una comprensione reciproca. La filosofa al festival “Lettura, emozioni, intelligenza”

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Michela Marzano, filosofa con la passione per l’economia, oggi parla – da remoto - al festival Lei (Lettura, Emozioni, Intelligenza). Tema della lectio: «La sfida della fiducia». Era stata a Cagliari lo scorso febbraio alla Fondazione di Sardegna per ricordare Remo Bodei, il maestro (scomparso il 7 novembre 2019) col quale aveva discusso la tesi di dottorato a Pisa “Per uno statuto del corpo umano”. Tra gli intellettuali più ascoltati in Europa, dirige il Dipartimento di Scienze sociali alla Sorbona, università René Descartes. Risponde al telefono da Parigi, dopo cinque ore di lezione su Zoom.

La sfida della fiducia è un titolo che porta all’ottimismo. Ma oggi, per molti, essere ottimisti è non misurarsi con la realtà.

«La sfida, più che una forma di ottimismo, è un modo per dire che – prima o poi – bisogna far di tutto per ricostruirla. Non è un traguardo facile perché occorre scommettere, pian piano, sul futuro e sugli altri. Se non ci muoviamo in questa direzione, rischiamo di sbrindellare la società e, con essa, la stessa immagine di futuro. Kafka, nel suo “Castello”, diceva che noi ci spaventiamo a ogni scricchiolio del legno, se si spaventa uno succede lo stesso all’altro. Per arrivare a un giudizio sereno va spezzata questa catena di timori».

La fiducia manca anche nei leader. Donald Trump non si fida neanche dei postini della sua stessa amministrazione, toglie legittimità agli organi che governa.

«Tutto ciò è strumentale, fa comodo prima di una probabile sconfitta. Quanto è avvenuto nelle ultime ore negli Stati Uniti è l’esatto contrario di un percorso virtuoso di fiducia. Si agita una forma di complottismo al potere. Questo non è altro che il risultato della paura, della crisi della fiducia. Il futuro è possibile scommettendo sugli altri. Oltre la propria immagine Trump non ne vede altre. Analoghe reazioni scomposte le abbiamo in Italia o in Francia con la pandemia da Coronavirus, e nessuno crede più a nessuno. Tutti credono che la verità è altrove. Ma chi la sa indicare? La paura viene implementata dal populismo facile. In Francia era successo anche nel 2009: irresponsabilità di alcuni politici, disinformazione, alle 15 dico che le mascherine non servono, poi dico che sono utili. Si dice che la verità non appartiene alla politica. Dove è scritto? La verità riguarda tutti, soprattutto chi governa».

Non esiste il mea culpa, né sotto, né oltre le Alpi.

«Il vero guaio non è l’errore ma il non riconoscerlo anche davanti a fatti oggettivi. Il politico in sella ritiene di essere infallibile ma così non è. Cadendo in fallo senza chiedere scusa, fa calare la fiducia».

Da quando avviene? Non è il risultato della cronaca recente.

«La fiducia subisce un grosso colpo dal diciottesimo secolo quando l’onore viene rimpiazzato dall’interesse. Massimizzando l’interesse personale, si ritiene di fare a meno degli altri. Si impone il contratto. George Simmel ci diffidava dal dare credibilità alle persone non affidabili. Si può andare avanti col tutto economico, col tutto contrattuale? Ma l’amore, l’amicizia si reggono sulla affidabilità, o invece sul contratto scritto semmai in un atto pubblico? Il colpo definitivo è poi avuto nel ventesimo secolo quando abbiamo capito che le élites spesso mentivano, erano corrotte. Così, erodi ieri, erodi domani si è giunti al collasso attuale: ma è da ricreare la fiducia, è il vaccino di oggi. Ci costruiamo dal basso le relazioni affettive. Ma, per dare fiducia, devo avere anche consapevolezza del mio valore».

In questo processo può essere d’aiuto la filosofia: lei scriveva che è un modo per raccontare gli ossimori dell’esistenza.

«Più che dare risposte la filosofia è un modo per interrogare l’esistenza guardandola bene dentro, dopo aver dato gli strumenti per poter leggere il reale anche per sottolinearne le contraddizioni. Ma talvolta assistiamo a chi afferma e pretende di aprire orizzonti ancor prima di aver dato gli strumenti per leggere il reale. Non mi devo accontentare di avere tra le mani una lastra radiografica: devo saperla decriptare, capire che cosa mi dice quella realtà».

Lei ha appena finito una lezione webinar con oltre duecento studenti, i suoi alunni come li vede? Sfiduciati o proiettati verso la fiducia?

« Vedo gli studenti, i giovani tra i 19 e i 23 anni di oggi, soprattutto persi, smarriti. Non sono una generazione fortunata, tutt’altro. Non vivono una condizione di favore. La politica ha offerto loro un terreno pieno di ostacoli, di trabocchetti. Hanno attorno meno certezze che in passato. Non attendono altro che il ritorno delle lezioni di presenza. Perché hanno bisogno di socializzare. Però in cinque ore sono rimasti collegati, hanno partecipato, interagito. Perché? Perché sono alla ricerca di risposte, ciò non avverrebbe se in loro prendesse sopravvento la sfiducia. È una forma positiva di reazione nonostante le difficoltà tra le quali vivono».

Nel suo libro del 2010 un titolo diceva: “Il mito della società della fiducia”. Dopo dieci anni, lo riscriverebbe?

«Assolutamente sì. Ma non dobbiamo aggrapparci al mito, bensì misurarci giorno dopo giorno con la realtà, lanciare il cuore al di là dell’acqua e muoverci nel concreto, sulla terraferma: mettere in ordine gli egoismi e prendere sul serio il desiderio di chi ci sta di fronte anche quando ci costa. Guardiamoci allo specchio: il primo egoismo da frenare è il nostro. Poi si mitigheranno anche gli altri».

Che modello proporrebbe per incrementare la fiducia soprattutto nei giovani?

«Il filosofo tedesco Axel Honneth, allievo di Jürgen Habermas, studioso del “riconoscimento”, sostiene che l’uomo deve essere riconosciuto per ciò che è. Oggi è necessario accompagnare soprattutto i giovani verso la consapevolezza del proprio valore. Sono smarriti ma hanno dentro tante risorse e tanta voglia di fare, di emergere. Studiano con metodo. Il riconoscimento è possibile se si radiografa bene ogni individuo che poi viene valutato per ciò che è».

Titolerebbe di nuovo un suo saggio “Il mito della società della fiducia”?

«Certamente. Quando ne avevo parlato per la prima volta erano gli anni della fiducia sul calcolo della razionalità. Oggi ripeterei con maggiori convinzioni che la scommessa della fiducia è la scommessa dell’uomo che non si isola ma crede nell’altro uomo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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