Quei sette giorni che lo scirocco spazzò via l’umanità

Nel romanzo di Gianni Tetti una riflessione amara su Sassari in un mondo sospeso sull’orlo dell’apocalisse

Pubblichiamo le pagine iniziali del romanzo di Gianni Tetti “Mette pioggia”

* * *di Gianni Tetti

Alle quattro di mattina non c’è nessuno in giro. La camionetta di Nicolino Pescespada è l’unica cosa che si sente da lontano. Nicolino bestemmia. Bestemmia e suda, sigaretta tra le labbra. La camionetta sbuffa. La salita è ripida. Nicolino spinge con la prima, poi ingrana la seconda, poi bestemmia di nuovo. E la camionetta sale, piano ma sale, come sempre. Nicolino ha sete.

Sette giorni passano in fretta.

Il ponte di Rosello è al buio. Hans Telemachos si avvicina al centro del ponte zoppicando. Si tiene le mani sulla pancia. Ha sete anche lui. Chi non lo conosce Hans il greco, quello del semaforo di corso Vico, quello che chiede uno spicciolo e in cambio ti dà un sorriso a tre denti, quello che scrocca una sigaretta ogni cinque minuti, quello che la finisce sbronzo in piazza Tola a cantare romanze napoletane.

Dietro Hans c’è la cagna. La cagna di Hans si chiama Penelope. Una cagna grande, bianca, calda. Da tre giorni Hans dorme in quella casa abbandonata vicino a Gioscari. Ci dormono lui e due tunisini. Lui, due tunisini e una quarantina di gatti. Hans beve vino, i due tunisini sgobbano. Sgobbano dalla mattina alla sera e parlano solo tra loro.

Hans cammina zoppicando e arriva al centro del ponte. Si appoggia al parapetto. Hans è giallo, secco, aggrinzito. La barba bianca cade a ciocche intere. Hans boccheggia come un pesce fuori dall’acqua. Sta male da qualche giorno ma non è come le altre volte. La pancia lo tortura. Ha sete, ha fame, ha voglia di piangere. Ma per quanto beva, mangi e pianga, non basta mai.

Hans sale il parapetto, piano piano, tremando. Sale e si butta. Penelope abbaia appena. Un BAU nemmeno troppo convinto. È abituata, lei, alle stravaganze di zio Hans.

Il corpo di Hans finisce in mezzo a un cespuglio di rovi. Ci finisce in mezzo e sparisce. Diventa concime. Diventa cibo per i topi, per i vermi, per i gatti, per i cani.

Per lui sette giorni sono troppi.

E poi fa caldo. Non piove da una vita. Nessuno si ricorda l’ultima volta che ha piovuto. Si apre di già la serranda di un bar. Il bar è di Gianfranco, Gianfranco è del bar. Barista per diritto di nascita. Da quando ha dieci anni Gianfranco serve ai tavoli del suo bar. La serranda del bar si alza e fa rumore di ferraglia che sfrega con altra ferraglia.

Per lui sette giorni non passano mai.

Gianfranco ne ha viste tante. Gianfranco non si scompone mai. A Gianfranco lo conoscono in tanti. Gianfranco conosce tutti. Nicolino Pescespada e Hans Telemachos, invece, sono due nomi che spariscono in fretta. E non tornano più.

Sono seduto al bar. È mezzogiorno. Non puoi stare in giro a mezzogiorno. Non in questi giorni. Non con questo caldo. Non con questo scirocco che ulula sulle strade. Ulula e secca quello che tocca. Puoi stare a casa, ai giardinetti pubblici o sotto la veranda del bar. A meno che non hai un lavoro. Perché se hai un lavoro la cosa è diversa. E stai dove devi stare.

Ci vuole l’ombra. Per esempio, i vecchi passeggiano ai giardinetti. Dove c’è molta ombra. Zoppicano, sudano, portano a spasso cani minuscoli. Questi cani minuscoli abbaiano a qualsiasi cosa. Abbaiano, ti puntano. Ma se li guardi negli occhi smettono, abbassano la testa e tornano indietro. Perché i cani minuscoli sono animali inutili e vigliacchi. Animali fatti apposta per chi è vecchio, povero, con una casa piccola. Perché chi è vecchio, povero, con una casa piccola non ha molta voglia, non ha molti soldi e non ha molto spazio. Allora per loro ci sono questi cani minuscoli. I vecchi se ne stanno ai giardinetti coi loro cani minuscoli e pensano. Pensano ai nipotini. Se ce li hanno. Pensano alla morte. Di sicuro ci pensano. Pensano che magari vogliono una bella tomba piena di fiori. Camminano, pensano e hanno paura.

E mentre i vecchi se ne stanno ai giardinetti con le loro paure, quelli come me stanno al bar. Se avessi un lavoro in ufficio sarei felice di lavorare per godermi l’aria condizionata. A scrocco. Se avessi uno di quei lavori tipo magazziniere di un negozio di surgelati sarei felice di lavorare per starmene tutto il tempo in mezzo al ghiaccio. In generale se avessi un lavoro sarei felice di lavorare.

Anche a casa dei miei c’è l’aria condizionata. Se avessi un lavoro a casa ci starei volentieri. Ma così mi dà fastidio. E allora sto al bar. Perché al bar non c’è nessuno che mi dice tagliati la barba, non c’è nessuno che mi dice stirati i pantaloni, non c’è nessuno che mi fissa e scuote la testa, non c’è nessuno che mi passa di fronte e mi dice cose del tipo: io alla tua età avevo già due figli e il mutuo per la casa.

Davanti a me c’è il duomo. Il duomo è bianco. La strada che lo costeggia è bianca, il cielo sopra il campanile è bianco, i vecchi turisti tedeschi hanno i capelli bianchi o biondi e i cappellini azzurri o bianchi con la bandiera della Germania stampata sopra. Mezzogiorno. Con tutto questo caldo finisce che qualcuno ci resta secco.

Al bar c’è gente che suda, fuma e beve birre fresche. Gente che non ha voglia di parlare di quello che succede a casa. Parliamo del caldo, di quel tipo che hanno arrestato, della macchina, della Torres, Cagliari merda, di quando lavoravamo. Passiamo ore a parlare di quello che facevamo a lavoro. Per esempio io portavo scatoloni. E allora sto ore a parlare di questi scatoloni. Dico che che quando portavo scatoloni la vita mi sembrava meglio.



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