La Nuova Sardegna

«Il successo è solo un optional ma splendido»

di Piergiorgio Pulixi
«Il successo è solo un optional ma splendido»

Parla Luca Di Fulvio quasi sconosciuto in Italia e autore da bestseller in Germania e Francia

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Sembra una storia tratta da uno dei suoi romanzi, quella di Luca di Fulvio. Romano, classe 1957, allievo di Andrea Camilleri all’Accademia d’Arte Drammatica Salvo D’Acquisto, ha iniziato la sua carriera come attore e autore teatrale, per poi approdare alla narrativa. Uno dei suoi romanzi, “L’impagliatore”, nel 2004 è stato trasposto in un film: “Occhi di cristallo” con protagonista Luigi Lo Cascio. Sono seguiti altri romanzi, altre opzioni per film, fiabe per bambini scritte sotto pseudonimo con cui hai vinto premi di rilievo, ma la carriera letteraria dello scrittore stenta a spiccare il volo. Tutto cambia con un romanzo “La Gang dei sogni”, pubblicato in Italia da Mondadori e passato quasi in sordina.

Quel libro, a differenza dei precedenti, non è un thriller. È ambientato a New York, nel 1909, e racconta una storia di formazione, amicizia ed emancipazione. Una casa editrice tedesca se ne innamora, e acquista i diritti di traduzione. Il romanzo viene pubblicato e i librai “teutonici” iniziano ad appassionarsi a questo libro e a consigliarlo a più non posso. Il romanzo comincia a vendere decine di migliaia di copie. Poi centinaia di migliaia. Al momento, soltanto in Germania, “La Gang dei sogni” ha venduto più di un milione e quattrocentomila copie, e Di Fulvio è considerato un autore di culto, alla stregua di Stephen King o Ken Follett. Anche la Francia si appassiona ai suoi romanzi, e il miracolo editoriale si ripete.

Oggi Luca Di Fulvio è tradotto in diciassette paesi. All’estero le sue gigantografie campeggiano sui cartelloni pubblicitari delle metropolitane e degli autobus e nelle principali stazioni di treni e aeroporti. I librai gli dedicano intere vetrine, e nei festival letterari le code ai suoi firmacopie sono chilometriche. Nel nostro Paese, invece, rimane ancora un autore di nicchia, poco noto, se non a un gruppo fedelissimo di librai e lettori. Da qualche settimana ha pubblicato il suo nuovo romanzo “La ballata della città eterna” (Rizzoli, 20 euro) in contemporanea con la Germania, dove il romanzo è schizzato subito ai vertici della classifica.

“La Ballata della città eterna” è ambientato nel 1870. Tra i tanti temi uno è quello della violenza contro le donne, ma forse è ancora più presente la ricerca di un’emancipazione femminile in un mondo molto maschilista e chiuso anche tra i sedicenti rivoluzionari. È una tematica molto presente nei suoi romanzi, penso per esempio a “La figlia della libertà”.

«La violenza sulle donne e la loro lotta per trovare un posto dignitoso nella società che si auto-definisce “civile” (e che spesso non lo è) è sempre stato un tema a me molto caro. Penso che noi uomini dobbiamo impegnarci al fianco delle donne, sennò rimangono solo belle chiacchiere da salotto».

Nell’arco di pochissimo tempo è diventato un autore bestseller all’estero con milioni di copie vendute in paesi come Germania e Francia. Ci racconta com’è avvenuto questo “colpo di scena” e come le ha cambiato la vita?

«Un uomo che non riconosca che nella vita ci vuole soprattutto fortuna, per me è un cretino. E io ne ho avuta tanta. E una delle mie fortune è stata quella di avere successo in età avanzata. Prima, quando non ero nessuno, ho potuto sperimentare che si può avere una vita felice e piena anche senza successo. Perciò la mia vita (a parte la mutata condizione economica) è rimasta identica. Il successo, ho potuto capire, è solo uno splendido optional».

I librai e i lettori sono stati il segreto della sua affermazione?

«I librai sono il cuore dell’editoria. Sono loro che portano le nostre storie nelle case dei lettori. E i lettori (come me) credo che cerchino emozioni genuine, viaggi in altre vite che però potrebbero essere anche le loro. Per me empatia e identificazione quando leggo sono fondamentali».

Marta, la “Contessa”, Pietro sono tutti personaggi in cerca di definizione, smaniosi di trovare il proprio posto nel mondo. Sarebbe un errore definire questa storia un romanzo storico. I suoi libri trasudano sogni, speranze, desiderio di un futuro migliore. Cosa vorrebbe lasciare ai suoi lettori, terminata la lettura?

«Che non smettano mai di sognare. E il desiderio e la forza di lottare per i propri sogni. Il sogno non è la vetta, è il cammino. E sognare è di per sé qualcosa che ci rende migliori».

Lei ha un passato da attore e regista teatrale. Ha avuto come maestro e amico Andrea Camilleri. Qual è il ricordo più bello che ha di questo straordinario artista?

«La sua capacità di essere un maestro, un padre e un amico insieme. E il suo immenso cuore, che lo portava a prendersi cura di tutti noi ragazzi dell’Accademia d’Arte Drammatica. La nostra è stata un’amicizia lunga quarantadue anni (dal 1977) e non ho mai smesso di sentirmi accolto».

Uno dei suoi libri, “La Gang dei sogni” è diventato oggetto di esame di maturità in alcuni licei in Francia. Forse questo è il premio più bello per un autore, non crede?

«Assolutamente sì! Ma non in “alcuni” licei. In “tutti” i licei di Francia, per tutti gli studenti che portavano italiano come materia. Confesso che, essendo abituato all’Italia, dove bisogna essere morti per accedere all’esame di maturità, ho fatto anche dei riti scaramantici, da bravo italiano. Ma, a parte gli scherzi, è stata una gioia immensa! Ho pianto, lo confesso».



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