Chiara Francini: «Io, il gatto Rollone e la Sardegna nel mio Decameron»
di Alessandro Pirina
L’attrice torna in libreria ispirandosi a Boccaccio: amo raccontare ciò che amo, quindi anche l’isola
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C’è tutta Chiara Francini nelle 337 pagine del suo nuovo romanzo. Ci sono la sua ironia, la sua curiosità, la sua passione per la ricerca. E poi la sua toscanità, gli amati imperfetti, gli amici, i racconti della sua famiglia e dell’Italia nata dalla Resistenza, l’amore per la poesia e la lingua italiana. C’è anche la sua Sardegna, quella che lei ha imparato a conoscere e amare grazie ad amici sardi doc. E poi c’è Rollone, il suo gatto, che è la voce narrante di questo nuovo romanzo edito da Rizzoli, “Il cielo stellato fa le fusa”, che segna il ritorno in libreria della attrice-scrittrice di Campi Bisenzio a un anno e mezzo dall’exploit di “Un anno felice”. Una storia piena di storie in cui i protagonisti si trovano rinchiusi in casa per diversi giorni e passano il tempo a raccontare novelle, conoscersi, studiarsi, forse amarsi.
Chiara, già dalle prime pagine è chiaro il riferimento al Decamerone.
«In realtà, io stavo già scrivendo un altro romanzo. È stata la mia agente libraria, Vicki Satlow, a dirmi: devi scrivere il Decamerone. Ci ho pensato e l’ho trovata subito un’idea geniale. Metteva insieme la grande curiosità che io ho nei confronti di tutto, l’enorme amore per gli esseri umani, la possibilità di raccontare storie, fare lavori di ricerca».
E come nel Decamerone i protagonisti sono numerosi e molto diversi tra loro: personaggi reali o immaginari?
«Quando scrivo nei personaggi ci sono sbriciolata io, ci sono sbriciolate le persone che conosco, le emozioni, gli amori passati, le amicizie. Quando narro la vicenda di Patrizia Vicinelli c’è tantissimo di me, c’è tanta umanità che mi ha toccato, mi ha commosso. Amalia Grace è più che un’amica, anche se non l’ho mai conosciuta: l’80 per cento di lei è vita vissuta, il resto l’ho inventato. Ma io sono molto in Albert, nel senso di giustizia di Angela, nell’ironia di Mario. Ed è molto mia Clara. Anzi, forse per il 65 per cento sono io».
La sarda Mara fa pensare subito alla sua amica Mara Tanchis, cantante di Bolotana.
«Ma non è in toto lei».
Nel romanzo ci sono anche delle parti in sardo.
«Mi ha aiutato Caterina Sulas, la mamma di Mara. Io amo molto i sardi, ci vado molto d’accordo. Ho tanti amici: Pietro Giordi di Alà, Nicola di Cagliari, Paolo Isoni a Porto Rotondo. Siccome io amo raccontare tutto ciò che amo mi piaceva l’idea di raccontare la Sardegna. Una terra così piena di misteri e bellezza che talvolta può sembrare inaccessibile ma invece è aperta e generosa. Sono rimasta affascinata dalle storie che mi raccontava la mamma di Mara. Un mix di attaccamento alla terra, spiritualità e profumo di magia».
Altro protagonista assoluto è il gatto Rollone.
«Amo i gatti, perché come diceva Hemingway “ai gatti riesce senza fatica ciò che resta negato all’uomo: attraversare la vita senza fare rumore”. I gatti non fanno trasparire i sentimenti che provano. E io adoravo l’idea che il mio Boccaccio fosse un gatto. Stoico, filosofo, saggio, ma dall’ironia monicelliana».
Ogni personaggio e ogni storia hanno un linguaggio diverso. È stato difficile creare diversi registri?
«Mi è venuto abbastanza spontaneo, era come se scrivessi per immagini. Mario, Mara, Caterina e tutti i personaggi vari è come se me li fossi visti davanti. In questo modo è più facile rimanere fedeli a una verità».
La padrona della casa è Lauretta, una donna d’altri tempi.
«Lauretta è un insieme di tutte quelle donne che abbiamo conosciuto nella vita. Ha una cultura che parte dal basso e assurge al cielo. Per le sue novelle mi sono rifatta a ricordi di mia nonna, dei miei amici. Storie che magari non hanno questo grande lavoro di ricerca, ma sono perle di saggezza. Ecco, le novelle di Lauretta sono dei tondi perfetti».
Anche in questo libro c’è una storia sulla Resistenza.
«Mi piace sempre dire le cose giuste. E quella è la parte giusta».
Un’altra novella è dedicata alla drammatica storia di Patrizia Vicinelli e Vittorio Reta.
«Stavo studiando il Gruppo 63 e ho scoperto la Vicinelli. Di lei è rimasto poco, ma era davvero performativa. Nel leggere di lei mi sono imbattuta nella storia di Vittorio Reta, di cui non si trova neanche la data di nascita. Nella vita sono stati bistrattati. Come d’altro canto lo è la poesia».
Questo romanzo può essere considerato un inno alla vita?
«È sicuramente una commedia umana».
Lei ha in casa due alberi di Natale accesi tutto l’anno perché le danno felicità. Che Natale ci aspetta?
«Quest’anno non tornerò dai miei genitori in Toscana. E questo libro è il più grande abbraccio da dare a loro. Spero che queste novelle, magari lette anche una al giorno, possano davvero aiutare a ritrovare quella speranza che è il vero vaccino dell’anima di cui abbiamo bisogno».
Chiara, già dalle prime pagine è chiaro il riferimento al Decamerone.
«In realtà, io stavo già scrivendo un altro romanzo. È stata la mia agente libraria, Vicki Satlow, a dirmi: devi scrivere il Decamerone. Ci ho pensato e l’ho trovata subito un’idea geniale. Metteva insieme la grande curiosità che io ho nei confronti di tutto, l’enorme amore per gli esseri umani, la possibilità di raccontare storie, fare lavori di ricerca».
E come nel Decamerone i protagonisti sono numerosi e molto diversi tra loro: personaggi reali o immaginari?
«Quando scrivo nei personaggi ci sono sbriciolata io, ci sono sbriciolate le persone che conosco, le emozioni, gli amori passati, le amicizie. Quando narro la vicenda di Patrizia Vicinelli c’è tantissimo di me, c’è tanta umanità che mi ha toccato, mi ha commosso. Amalia Grace è più che un’amica, anche se non l’ho mai conosciuta: l’80 per cento di lei è vita vissuta, il resto l’ho inventato. Ma io sono molto in Albert, nel senso di giustizia di Angela, nell’ironia di Mario. Ed è molto mia Clara. Anzi, forse per il 65 per cento sono io».
La sarda Mara fa pensare subito alla sua amica Mara Tanchis, cantante di Bolotana.
«Ma non è in toto lei».
Nel romanzo ci sono anche delle parti in sardo.
«Mi ha aiutato Caterina Sulas, la mamma di Mara. Io amo molto i sardi, ci vado molto d’accordo. Ho tanti amici: Pietro Giordi di Alà, Nicola di Cagliari, Paolo Isoni a Porto Rotondo. Siccome io amo raccontare tutto ciò che amo mi piaceva l’idea di raccontare la Sardegna. Una terra così piena di misteri e bellezza che talvolta può sembrare inaccessibile ma invece è aperta e generosa. Sono rimasta affascinata dalle storie che mi raccontava la mamma di Mara. Un mix di attaccamento alla terra, spiritualità e profumo di magia».
Altro protagonista assoluto è il gatto Rollone.
«Amo i gatti, perché come diceva Hemingway “ai gatti riesce senza fatica ciò che resta negato all’uomo: attraversare la vita senza fare rumore”. I gatti non fanno trasparire i sentimenti che provano. E io adoravo l’idea che il mio Boccaccio fosse un gatto. Stoico, filosofo, saggio, ma dall’ironia monicelliana».
Ogni personaggio e ogni storia hanno un linguaggio diverso. È stato difficile creare diversi registri?
«Mi è venuto abbastanza spontaneo, era come se scrivessi per immagini. Mario, Mara, Caterina e tutti i personaggi vari è come se me li fossi visti davanti. In questo modo è più facile rimanere fedeli a una verità».
La padrona della casa è Lauretta, una donna d’altri tempi.
«Lauretta è un insieme di tutte quelle donne che abbiamo conosciuto nella vita. Ha una cultura che parte dal basso e assurge al cielo. Per le sue novelle mi sono rifatta a ricordi di mia nonna, dei miei amici. Storie che magari non hanno questo grande lavoro di ricerca, ma sono perle di saggezza. Ecco, le novelle di Lauretta sono dei tondi perfetti».
Anche in questo libro c’è una storia sulla Resistenza.
«Mi piace sempre dire le cose giuste. E quella è la parte giusta».
Un’altra novella è dedicata alla drammatica storia di Patrizia Vicinelli e Vittorio Reta.
«Stavo studiando il Gruppo 63 e ho scoperto la Vicinelli. Di lei è rimasto poco, ma era davvero performativa. Nel leggere di lei mi sono imbattuta nella storia di Vittorio Reta, di cui non si trova neanche la data di nascita. Nella vita sono stati bistrattati. Come d’altro canto lo è la poesia».
Questo romanzo può essere considerato un inno alla vita?
«È sicuramente una commedia umana».
Lei ha in casa due alberi di Natale accesi tutto l’anno perché le danno felicità. Che Natale ci aspetta?
«Quest’anno non tornerò dai miei genitori in Toscana. E questo libro è il più grande abbraccio da dare a loro. Spero che queste novelle, magari lette anche una al giorno, possano davvero aiutare a ritrovare quella speranza che è il vero vaccino dell’anima di cui abbiamo bisogno».
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