Il libro: la grande avventura della lumaca Ulisse
Lo scrittore Alberto Capitta torna in libreria con un racconto per ragazzi illustrato dai disegni di Elsa Broccardo
Pubblichiamo le prime pagine del libro per ragazzi di Alberto Capitta “Quel mangione di Renato”, in libreria per i tipi di Angelica Editore.
* * *di ALBERTO CAPITTA
Nel villaggio di Mores abitava un contadino di nome Renato. Che era un bel tipo per davvero. Un tipo proprio speciale. Anche troppo, a volte. Non che avesse mai fatto del male a nessuno, no, questo no. O che avesse derubato qualcuno, no, neanche questo no per carità. Solo, diciamo, era un esageratone. Per il semplice fatto che esagerava; in tutto. Esagerava nel mangiare e nel dormire. Era, insomma, un poltrone e un golosone o, se preferite dirlo in altre parole, un mangione e un dormiglione. E poi era anche un brontolone, oltre che birbaccione e simpaticone, pacioccone e anche un po’ nasone. Chi lo conosceva meglio di tutti era sua moglie, Ricamina, che impiegava almeno trentaquattro minuti al mattino per buttarlo giù dal letto: “Svegliati Renato, è tardi, devi dare da mangiare ai conigli”, gli sussurrava bagnandogli di caffè le labbra con un dito.
Ghiaccio sul collo. Ricamina era molto gentile, in principio, ed era contraria alle maniere forti, in principio. Ma quando vedeva che il suo Renato continuava a ronfare beato sotto le coltri allora diventava un’altra, gli strappava le coperte e gli versava acqua gelata sulla schiena e sui piedi oppure gli posava un cubetto di ghiaccio sul collo. Era l’unico modo per riportarlo in vita. E siccome Renato era il simpaticone che abbiamo detto non se la prendeva affatto, anzi, era ben contento di ritornare in vita per poter riabbracciare la sua adorata Ricamina. Le faceva un po’ di solletico o le raccontava due o tre barzellette mentre divorava le polpette al sugo che lei gli aveva preparato come sempre per colazione. Di barzellette Renato ne conosceva un’infinità, una più gustosa dell’altra, che facevano sbellicare Ricamina sino allo sfinimento.
“Basta Renato, vai a lavorare, non ce la faccio più dal ridere” lo implorava lei. “Se continui così oggi non combiniamo nulla né tu né io”.
Ma quello niente, continuava a raccontare sino a quando il sole si faceva alto, e più quella rideva più lui raccontava, più lui raccontava più quella rideva, sino a non poterne proprio più, sino alle lacrime. Pensate che un giorno per una sola barzelletta, ma di quelle fantastiche, Ricamina rise buttata sul pavimento per tre ore e ottantacinque minuti, che poi sono più di quattro ore, e anche quando lui uscì per andare a lavorare in campagna lei continuò a ridere da sola dimenticandosi di preparare il pranzo.
Luccicore d’erba. Ma ascoltate ora che cosa avvenne un giorno: era un giorno come un altro, almeno all’apparenza. Renato aveva appena terminato di vangare il campo. Intorno a lui era tutto un luccicore di erba stupenda e frutta che pendeva dai rami degli alberi e pannocchie di granoturco e distese di meravigliosi ortaggi e zolle di terra bella grassa. Renato era un ingordo, lo abbiamo appena detto, così non seppe resistere alla vista di tutto quel bendiddio e cominciò a divorare un frutto dietro l’altro senza alcuna pietà, prima un bel caco arancione, poi una mela, poi due mele, quindi un mandarino, quindi un’arancia e tre pere e ancora un altro caco più arancione del precedente, e più divorava più la sua pancia si riempiva di felicità arancione e di contentezza giallomandarino e di soddisfazione rossomela, quindi passò alle lattughe e fece piazza pulita anche di quelle, e la felicità divenne verdefoglia e altrettanto fece coi finocchi e lo stesso con gli asparagi e con le tenere carotine; per accompagnare i bocconcini mandava giù lunghe sorsate di acqua fresca; e si rimpinzò e si satollò e si abboffò a tal punto che ora la sua pancia più che ad una pancia assomigliava a un negozio di frutta e verdura. Ed era così sazio e talmente appesantito da quella forsennata libagione che si addormentò come un sasso senza avere la forza di sollevare neppure un minuscolo rastrello, neppure un minuscolo mignolo ebbe la forza di sollevare. Niente, cadde a peso morto, addormentato, tum.
Un pezzo di mela. Cadde addormentato abbiamo detto. Ma non fu un sonno normale quello. Qualcosa era avvenuto di molto strano durante quel pasto. Potremmo persino dire: qualcosa di magico. Qualcosa che andremo a scoprire adesso, insieme…
Dunque cos’era successo di tanto incredibile? Beh non è cosa proprio facile a dirsi, ma vale la pena provarci. Era successo che nella bocca del contadino Renato, travolto dalla sua insaziabile voglia di mandar giù di tutto e in fretta, era finita una chiocciola viva. Una chiocciola viva!
“E questo cosa sarà?” aveva pensato l’uomo sentendo la casetta della chiocciola carambolargli tra lingua, denti e palato. “Ma… di certo un pezzo un po’ duro di mela”.
Un’orrenda oscurità. E l’aveva mandata giù viva e vegeta per la gola. La chiocciola si chiamava Ulisse, e se ne stava beato a scivolare su un paesaggio di mela gialla e a godersi il profumo del frutteto prima che il contadino lo divorasse. Quando Renato l’aveva fagocitato s’era ritrovato all’improvviso in un’orrenda oscurità. La cavità orale del contadino era quanto di più spaventevole si possa immaginare. C’erano carcasse di carne incastrate tra i denti, bolle di sputo un po’ dappertutto; la lingua era un orribile serpente viscido e caldo, ma ciò che più fece rizzare le antenne di Ulisse per lo sgomento, ciò che più lo fece rabbrividire, che più lo fece tremare di autentica e vera paura, fu l’intera dentatura quando Renato cominciò a masticare. Fu come lo scatenarsi di una tempesta. I molari, come dei colossi di marmo, creavano un rimbombo brutale all’interno di quella grotta ogni volta che cozzavano l’uno contro l’altro. I canini erano taglienti come canini feroci che tentavano di affettarlo.
Come marmellata. La sua casetta scaraventata di qua e di là rischiava di sfracellarsi contro il palato, la lingua la sollevava di peso ed egli si sentiva oramai perduto, presto sarebbe rimasto sciolto come marmellata sopra qualche guancia. E fu proprio allora, proprio nell’istante in cui pensò “basta, è finita, sono morto” che Renato lo ingoiò intero e vivo. Proprio così: intero e vivo.
© Alberto Capitta, 2020
© Angelica Editore, 2020
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