Walter Delogu: «San Patrignano tra luci e ombre»

Un romanzo del braccio destro di Muccioli mentre sulla serie tv Netflix infuria la polemica

Pubblichiamo alcune pagine del libro “Il braccio destro” (Mursia, 236 pagine, 17,00 euro) scritto da Walter Delogu con Davide Grassi.

* * *Parcheggiai sul ciglio della strada, avevo avuto tutto il tempo di pensare a quale fosse la mossa giusta da fare: consegnarmi spontaneamente oppure darmi alla macchia.

La seconda ipotesi non volevo neanche metterla in conto.

Era da un po’ che pensavo e ripensavo ai viaggi sui jet privati, alle macchine potenti – una delle mie grandi passioni – ai movimenti vorticosi di denaro. Tutte cose che un po’ mi mancavano, ma nella mia nuova dimensione mi sentivo finalmente una persona come le altre: un uomo normale, con un lavoro normale e una famiglia normale che abitava in una casa normale.

Non era stato facile abituarmi a non avere più tutti quei soldi in tasca, a non cenare più stappando bottiglie di Krug, a non sentire più la spinta dei cavalli della Maserati sotto il sedere. Avevo una normalissima utilitaria e un’entrata, diciamo discreta, per mantenere la famiglia e pagare le spese di casa.

Alla fine della giornata, quando staccavo dal lavoro, tornavo a casa e vedevo mia figlia crescere responsabile e intelligente, sempre più bella. Mia moglie Marisa aveva trovato un impiego in una pescheria vicino a noi. Era brava con i conti e l’avevano messa a lavorare come cassiera. Lei era stata la prima ad abituarsi alla vita fuori dalla comunità per tossicodipendenti in cui avevamo vissuto per tanti anni. Ero sempre più convinto di aver fatto la scelta giusta, anche se non andavamo più tanto d’accordo, perché qualcosa tra noi si era incrinato ancora prima di uscire.

Ma a Marisa e a nostra figlia dovevo riconoscere il merito di avermi dato il coraggio di rompere ogni tipo di rapporto con la comunità e con il suo fondatore, Sergio. Decisero quale sarebbe stato il giorno del mio arresto quando Matteo, il mio amico fraterno, spifferò tutto a un giornalista della cronaca giudiziaria.

Nel 1994 Sergio fu processato per un fatto molto grave, naturale conseguenza di un’indagine aperta prima che io me ne andassi. Uno dei giovani ospiti della comunità era stato trovato senza vita vicino a Salerno. Il suo corpo giaceva avvolto in una coperta, in mezzo alla sterpaglia, in un fossato che correva lungo una strada sterrata.

Pare che non ci fosse arrivato da solo e che fosse già morto quando lo avevano scaricato.

Del suo omicidio erano stati accusati altri ex tossici della comunità.

Su Sergio da tempo giravano voci strane e quell’accusa aveva scoperchiato il vaso di Pandora. Durante il processo per la morte del ragazzo ini- ziarono sempre più insistenti le chiacchiere su come Sergio gestisse gli affari interni alla comunità e sui suoi metodi di correzione, poi cominciarono ad arrivare anche le prove del suo coinvolgimento nell’omicidio: fu accusato di aver coperto i responsabili.

In quei giorni tutti i giornalisti erano alla ricerca dello scoop, di qualcuno che potesse raccontare meglio i fatti, anche rimanendo nell’anonimato.

Un bravo giornalista avvicinò Matteo, un ex tossico che, come me, aveva lavorato per Sergio e Matteo aveva iniziato a raccontare molti particolari.

Anche di una registrazione compromettente per Sergio custodita nella cassaforte dell’avvocato Dall’Acqua di Milano, uno dei fiduciari della nostra comunità.

Il giornalista si rese conto di aver in mano una bomba a orologeria pronta a esplodere e non perse tempo. Quando il magistrato inquirente lesse l’articolo, balzò dalla sedia. Chiamata a rapporto la sua squadra, fece partire gli avvisi di comparizione, ordinò una perquisizione nello studio del legale che si concluse con la spontanea consegna del nastro.

In quella registrazione si sentiva la voce di Sergio. Mi accusarono di averla usata per garantirmi una sorta di buona uscita per i servizi resi. La sua posizione durante il processo si aggravò e io venni tirato in ballo e come me interrogarono tanti ex tossici della comunità e quello che era stato tenuto nascosto per tanti anni iniziò a venire a galla.

Seduto in macchina in attesa di farmi arrestare, ripensai a quella buon’anima di mio padre e alle sue raccomandazioni.

Aveva tentato in ogni modo di mettermi in guardia dalle scelte sbagliate, ma senza sortire alcun effetto: io ero fatto così, testardo, folle e incosciente.

Non volli mai ascoltarlo. E poi, di trascorrere le giornate tra le pareti fredde di quello stanzino del palazzo in cui lavorava, non ne avevo proprio voglia.

Non volevo essere uno qualunque.

Negli ultimi anni prima di uscire dalla comunità avevo passato molto tempo accanto a Sergio, ero diventato la sua ombra. Insieme percorrevamo migliaia di chilometri tutta la settimana, giravamo il mondo.

Sergio, quindi, aveva affidato la gestione interna della comunità a ex tossici come me, anche per insegnare agli indisciplinati che le regole andavano rispettate. Lo facevano, a volte, con metodi poco ortodossi.

Lo scopo era quello di mantenere un ordine, ma non sempre Sergio aveva scelto le persone giuste per quel tipo di lavoro e ci scappò il morto.

Durante uno dei tanti viaggi di ritorno da Milano, Sergio mi confermò che le cose gli erano sfuggite di mano e mi chiese un favore per sistemarle. Ma io non me la sentii di farglielo. Ogni giorno diventava sempre più insistente, allora decisi di prendere le mie precauzioni.

Il giorno del mio arresto uno sbirro mi avvisò che sarebbero venuti a prendermi, anche se tutti sapevano che non sarei andato tanto lontano. A casa avevano perquisito tutto e non avevano trovato nulla.

Parcheggiai non appena trovai una cabina telefonica. Composi il numero della comunità. Rispose Enrico. Gli chiesi di cercarmi un avvocato perché avevo deciso di costituirmi.

Contavo sul fatto che Sergio, saputo del mio arresto, mi avrebbe mandato uno dei suoi avvocati. Se non altro per sincerarsi che tenessi la bocca chiusa.

Ma pensavo male…

© Copyright 2020 Ugo Mursia Editore s.r.l. – Milano

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