La Nuova Sardegna

Ciusa, nella materia tutta l’anima di in popolo

di SONIA BORSATO
Ciusa, nella materia tutta l’anima di in popolo

Venerdì 29 gennaio i in edicola con La Nuova la monografia di Giuliana Altea su uno dei più grandi scultori della storia dell'isola

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La mancanza indotta dalle nuove regole sociali ci spinge a riconsiderare il “paesaggio corpo”, come lo definisce il saggista Ugo Morelli.

Nella solitudine della distanza, la vista indaga il mondo in cerca di normalità e l’arte ci rassicura con il racconto di passioni passate, ci sprona a credere in un ritorno prossimo alla fisicità. Sfilano nelle nostre bacheche social i Klimt, Munch, Chagall o Hayez, ma accanto a questi noti c’è un altro bacio che spicca per struggente intensità.

Due amanti di profilo, raccolti sotto un velo che li isola dal mondo, le labbra premute le une contro le altre, sembrano fondersi in un’unica entità tanto da render difficile, scendendo con lo sguardo, scindere i corpi. 65 cm di gesso, fluidità dei volumi e sintesi formale realizzato, nel 1922, dal quasi quarantenne Francesco Ciusa: nuorese, formazione accademica a Firenze, conosciuto a livello regionale e nazionale. Una figura quasi mitica se, come dice Giuliana Altea nella monografia in edicola domani con La Nuova: «La scultura moderna inizia in Sardegna con Francesco Ciusa».

LE PORTE DEL MODERNO

È l’affermazione del suo gesso “La madre dell’ucciso” alla Biennale di Venezia del 1907 che «spalanca le porte al moderno». La donna, compostissima, è colta nel rito della veglia funebre. Ciusa combina i recenti studi fiorentini con una volontà di semplificazione che dona alle forme volume e decoro. Questo blocco di dolore diventa simbolo non solo dello strazio di tutte le madri ma del destino isolano. L’acclamazione alla kermesse veneziana acquisisce un valore simbolico per la Sardegna che sente spirare venti di cambiamento grazie al giovane scultore che riesce a fondere tradizione e innovazione, cultura agro-pastorale e suggestioni urbane.

Il brillante esordio segna però le sorti personali e artistiche di Ciusa, come un fardello difficile da trasportare. Si pose subito il problema della Scelta con la S maiuscola: dove vivere? La notorietà fa giungere possibilità e proposte, una perfino da New York. Ma voltare le spalle alla terra d’origine era per lui inimmaginabile. Sebastiano Satta e Grazia Deledda caldeggiano il suo ritorno e lui sente di non poter tradire le aspettative.

La sua ricerca artistica ne risente, privata degli stimoli e degli scambi culturali a cui la frizzante vita fiorentina lo aveva abituato. Se ne avvantaggia però la vita sentimentale: nel 1907 sposa Vittoria Cocco e con lei, nel 1908, si trasferisce a Cagliari.

Inizia un fervido periodo di attività artistica: Ciusa diventa un punto di riferimento della scena culturale cittadina e, nel corso degli anni Dieci, realizza alcune delle sue opere di maggiori. I Cainiti, Il pane, La filatrice, Il nomade, la Dolorante anima sarda illustrano riti e gesti quotidiani del mondo pastorale; raffigurazioni realistiche e allo stesso tempo simboliche della cultura isolana.

SATTA E L’IDENTITÀ

La calorosa accoglienza di critica, la felice vita culturale spesa nel capoluogo, non corrispondono a un ritorno economico e le luci nazionali che si erano accese in seguito al successo veneziano vanno via via affievolendosi.

Le committenze pubbliche son pressoché un miraggio; merita memoria la decorazione di alcuni ambienti nel Palazzo Civico di Cagliari (Scalone d’onore e Sala dei Consiglieri, poi distrutti dai bombardamenti della seconda guerra mondiale).

La morte del poeta Sebastiano Satta nel 1914 scuote profondamente l’Isola e Ciusa vuole dare corpo a questo sentimento trasformando il monumento commemorativo in un simbolo della cultura sarda, una celebrazione identitaria. Ambizione eccessiva secondo la commissione che accantona la proposta, così come accade a Nuoro nel 1931, nonostante le modifiche apportate. Solo nel 1934 riesce a inaugurare un monumento sintetizzato, comprendente solo una stele coronata dall’allegoria della Sardegna, la testa di Sebastiano Satta affiancata da un cane. Dopo l’opera dei vandali, nel colle di Sant’Onofrio a Nuoro, resta ora solo il ritratto del poeta. Gli anni Venti, segnati dalla guerra, si aprono con la riflessione sugli affetti e la famiglia, ma supportati da una capacità di sintesi che dimostra la metabolizzazione della lezione dello scultore Adolfo Wildt.

Sempre guidato dai sui ideali di redenzione dell’isola, nel 1925 Ciusa accetta la direzione della Scuola d’Arte Applicata di Oristano, la prima scuola d’arte pubblica in Sardegna, con l’intento di «salvaguardare quanto ci è stato tramandato, risvegliare il senso artistico, far rivivere l’arte nelle cose utili».

IL DAVID BARBARICINO

Riprende la scultura: L’anfora sarda è la sua ultima apparizione nazionale. I tempi maturano nella direzione che la storia ci ha già raccontato: la Scuola d’Arte viene chiusa e l’isola progressivamente assorbita nel quadro fascista nazionale. Ciusa fatica a ritrovare il suo posto nel mondo. Si isola. Procede in modo appartato con saltuarie commissioni e interventi di decorazione edilizia. Nel 1940 un ultimo guizzo scultoreo, un felice ritorno al mondo dell’infanzia: “Il Fromboliere”, definito da Giuliana Altea un “David barbaricino”. Un gracile corpo fanciullo proteso nell’audacia dell’età, raccolto in imbronciata meditazione: fronte corrucciata appena, labbra carnose e serrate. È l’estrema affermazione dei propri valori, dell’amore per una regione ora da tutti dimenticata. È malato. Sono anni di solitudine. Muore a Cagliari il 26 febbraio 1949. Ci lascia un patrimonio di coerenza e originalità. E questo bacio. In un momento di assenze, una intensa presenza consolatrice.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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