Il rimpianto di Grazia: scriveva in una lingua che parlava poco
di Cristina Lavinio
La Deledda non nascondeva la difficoltà a esprimersi in italiano e preferiva ascoltare per arricchire le sue storie
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Pubblichiamo un estratto dell’intervento di Cristina Lavinio contenuto nel volume “Oralità narrativa, cultura popolare e arte. Grazia Deledda e Dario Fo» (Aipsa Edizioni), che contiene gli atti del convegno tenutosi a Nuoro nel dicembre 2018
* * *di Cristina Lavinio
«Non parlava moltissimo mia madre, amava ascoltare», testimoniava in un’intervista, nel 1961, Franz Madesani, il figlio minore di Grazia Deledda. E la scrittrice venne definita da Lucio D’Ambra (giornalista, scrittore e regista), che la incontrava nella sede della redazione della «Nuova Antologia», come una donna che «aveva il sorriso, come la parola, difficile. Non sapeva conversare. Era un silenzio che ascoltava».
Questa preferenza deleddiana per l’ascolto può correlarsi anche a quanto la stessa scrittrice ha dichiarato più volte, dicendo di non saper conversare e riferendosi in particolare alle conversazioni in italiano, cioè in una lingua per lei non nativa, imparata sui libri più che praticata oralmente, almeno finché viveva a Nuoro e si trovava in una situazione di netta diglossia, con il nuorese usato nel parlato (fatta eccezione per le poche interazioni orali con estranei non barbaricini) e l’italiano nella scrittura. Per esempio, il 9 giugno 1891 Deledda scriveva a Stanis Manca: «L’abitudine di parlare, per forza, i nostri dialetti, sempre, sempre, fa sì che non ci possiamo mai spiegare bene in italiano. Cominciando da me, se son riuscita a scarabocchiare la presente è però certo che non sarei mai riuscita a dirgliela a viva voce: mi è più facile scrivere un romanzo che raccontare una fiaba, e così quasi tutti, mentre conosco qualche signora o signorina continentale che avvezza a parlare sempre in italiano parla, racconta e chiacchiera elegantemente nel medesimo tempo che non sa scrivere una lettera».
La giovane scrittrice ha dunque competenze linguistiche asimmetricamente distribuite tra parlato e scritto. Per lei è più facile scrivere in un italiano che invece, parlando, non usa quasi mai; per altre donne sarà più facile parlarlo, questo italiano, ma non lo sanno scrivere. Si noti anche la leggera ironia che attraversa le righe citate, similare a quella che si ricava da questo altro passo, a proposito di uno sconosciuto a cavallo incontrato mentre si recava a una festa: «Attaccò subito conversazione e parlò in italiano. Io credetti, sulle prime, che lo facesse ritenendoci forestieri, ma siccome continuò a parlare il suo italiano, poco elegante e vagliato invero, anche dopo averci inteso rispondergli in dialetto, mi accorsi che lo faceva per una certa prosopopea di paesano benestante». È insomma stigmatizzato l’ostentato parlare italiano di chi vuole così rimarcare il proprio benessere e la propria superiorità sociale, prendendo le distanze da chi invece, molto più tranquillamente, gli risponda in un dialetto che anche per lui sarebbe molto più semplice da usare.
Dopo il trasferimento a Roma nel 1900, a seguito del matrimonio con Palmiro Madesani, Deledda ovviamente usava ormai l’italiano abitualmente, anche parlando (tranne che con le sorelle e i nuoresi che andavano a trovarla, perché con loro passava immediatamente al sardo), ma era sempre schiva e parca nel parlare. Non solo «era un silenzio che ascoltava», ma – si può aggiungere – preferiva ascoltare, per poi riversare nella sua scrittura il molto che ogni ascolto le dava. Ed era, il suo, un ascolto avido di storie e di avvenimenti piccoli e grandi, di quelli che tutti quotidianamente narriamo e che costituiscono la narrativa che gli studiosi definiscono “naturale”. Come risulta da tutte le sue biografie, anche quando ormai da anni viveva a Roma, Grazia era desiderosa in particolare di conoscere le vicende di tutti coloro che aveva lasciato in Sardegna e che magari erano stati per lei semplici conoscenti, era avida di quelle storie che, per dirla con la formula felice coniata da Borgese nel 1910, proprio recensendo due romanzi della scrittrice, costituivano l’ «epopea del vicinato». Di questa epopea facevano parte le storie narrate gli uni degli altri e gli uni agli altri dai membri di comunità circoscritte, attraversate da giudizi e pregiudizi morali e societari. Anche per nutrirsi e rifornirsi di tali storie Grazia tornava spesso in Sardegna. Ma Deledda, che fin da piccola ascoltava affascinata i racconti di servi e pastori, tanto da riferirsi poi con grande consapevolezza (per esempio in Cosima) a tale suo apprendistato narrativo, era attenta anche a tutti i “rumori” provenienti dalla natura e/o prodotti dagli animali, da quello del più impercettibile frusciare di foglie a quello delle acque scroscianti di un temporale. Lo sfondo campestre, montagnoso e boschivo che è spesso parte integrante del mondo narrato deleddiano, abbondantemente e “liricamente” descritto, oltre che “visibile”, è anche ampiamente “udibile” – potremmo dire – nella restituzione che Deledda ne fa nelle sue pagine.
Del resto, lei stessa lo attesta nel breve discorso fatto a Stoccolma al momento del ritiro del premio Nobel, dove in poche righe torna due volte il suo ascoltare, riferito in particolare a «la voce delle foglie» oltre che ai «canti e le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo»: «Ho vissuto coi venti, coi boschi, con le montagne, ho guardato per mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo, ho mille e mille volte appoggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce, per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente; ho visto l’alba il tramonto il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne; ho ascoltato i canti e le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo, e così si è formata la mia arte».
© 2019 Aipsa Edizioni
* * *di Cristina Lavinio
«Non parlava moltissimo mia madre, amava ascoltare», testimoniava in un’intervista, nel 1961, Franz Madesani, il figlio minore di Grazia Deledda. E la scrittrice venne definita da Lucio D’Ambra (giornalista, scrittore e regista), che la incontrava nella sede della redazione della «Nuova Antologia», come una donna che «aveva il sorriso, come la parola, difficile. Non sapeva conversare. Era un silenzio che ascoltava».
Questa preferenza deleddiana per l’ascolto può correlarsi anche a quanto la stessa scrittrice ha dichiarato più volte, dicendo di non saper conversare e riferendosi in particolare alle conversazioni in italiano, cioè in una lingua per lei non nativa, imparata sui libri più che praticata oralmente, almeno finché viveva a Nuoro e si trovava in una situazione di netta diglossia, con il nuorese usato nel parlato (fatta eccezione per le poche interazioni orali con estranei non barbaricini) e l’italiano nella scrittura. Per esempio, il 9 giugno 1891 Deledda scriveva a Stanis Manca: «L’abitudine di parlare, per forza, i nostri dialetti, sempre, sempre, fa sì che non ci possiamo mai spiegare bene in italiano. Cominciando da me, se son riuscita a scarabocchiare la presente è però certo che non sarei mai riuscita a dirgliela a viva voce: mi è più facile scrivere un romanzo che raccontare una fiaba, e così quasi tutti, mentre conosco qualche signora o signorina continentale che avvezza a parlare sempre in italiano parla, racconta e chiacchiera elegantemente nel medesimo tempo che non sa scrivere una lettera».
La giovane scrittrice ha dunque competenze linguistiche asimmetricamente distribuite tra parlato e scritto. Per lei è più facile scrivere in un italiano che invece, parlando, non usa quasi mai; per altre donne sarà più facile parlarlo, questo italiano, ma non lo sanno scrivere. Si noti anche la leggera ironia che attraversa le righe citate, similare a quella che si ricava da questo altro passo, a proposito di uno sconosciuto a cavallo incontrato mentre si recava a una festa: «Attaccò subito conversazione e parlò in italiano. Io credetti, sulle prime, che lo facesse ritenendoci forestieri, ma siccome continuò a parlare il suo italiano, poco elegante e vagliato invero, anche dopo averci inteso rispondergli in dialetto, mi accorsi che lo faceva per una certa prosopopea di paesano benestante». È insomma stigmatizzato l’ostentato parlare italiano di chi vuole così rimarcare il proprio benessere e la propria superiorità sociale, prendendo le distanze da chi invece, molto più tranquillamente, gli risponda in un dialetto che anche per lui sarebbe molto più semplice da usare.
Dopo il trasferimento a Roma nel 1900, a seguito del matrimonio con Palmiro Madesani, Deledda ovviamente usava ormai l’italiano abitualmente, anche parlando (tranne che con le sorelle e i nuoresi che andavano a trovarla, perché con loro passava immediatamente al sardo), ma era sempre schiva e parca nel parlare. Non solo «era un silenzio che ascoltava», ma – si può aggiungere – preferiva ascoltare, per poi riversare nella sua scrittura il molto che ogni ascolto le dava. Ed era, il suo, un ascolto avido di storie e di avvenimenti piccoli e grandi, di quelli che tutti quotidianamente narriamo e che costituiscono la narrativa che gli studiosi definiscono “naturale”. Come risulta da tutte le sue biografie, anche quando ormai da anni viveva a Roma, Grazia era desiderosa in particolare di conoscere le vicende di tutti coloro che aveva lasciato in Sardegna e che magari erano stati per lei semplici conoscenti, era avida di quelle storie che, per dirla con la formula felice coniata da Borgese nel 1910, proprio recensendo due romanzi della scrittrice, costituivano l’ «epopea del vicinato». Di questa epopea facevano parte le storie narrate gli uni degli altri e gli uni agli altri dai membri di comunità circoscritte, attraversate da giudizi e pregiudizi morali e societari. Anche per nutrirsi e rifornirsi di tali storie Grazia tornava spesso in Sardegna. Ma Deledda, che fin da piccola ascoltava affascinata i racconti di servi e pastori, tanto da riferirsi poi con grande consapevolezza (per esempio in Cosima) a tale suo apprendistato narrativo, era attenta anche a tutti i “rumori” provenienti dalla natura e/o prodotti dagli animali, da quello del più impercettibile frusciare di foglie a quello delle acque scroscianti di un temporale. Lo sfondo campestre, montagnoso e boschivo che è spesso parte integrante del mondo narrato deleddiano, abbondantemente e “liricamente” descritto, oltre che “visibile”, è anche ampiamente “udibile” – potremmo dire – nella restituzione che Deledda ne fa nelle sue pagine.
Del resto, lei stessa lo attesta nel breve discorso fatto a Stoccolma al momento del ritiro del premio Nobel, dove in poche righe torna due volte il suo ascoltare, riferito in particolare a «la voce delle foglie» oltre che ai «canti e le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo»: «Ho vissuto coi venti, coi boschi, con le montagne, ho guardato per mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo, ho mille e mille volte appoggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce, per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente; ho visto l’alba il tramonto il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne; ho ascoltato i canti e le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo, e così si è formata la mia arte».
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