Vita di Samuel Pozzi, star della Belle Époque
In “L’uomo con la vestaglia rossa” Julian Barnes racconta l’inquieta Parigi attraverso il personaggio di una collezione di “figurine” dedicata ai divi
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Nel 1844 Félix Potin fondò in Francia una catena di drogherie che si distinsero per un tipo di politica commerciale non molto dissimile da quella degli odierni discount. Nel 1885 Potin, il quale aveva cominciato a investire sulle più innovative tecniche di stampa, promosse una campagna pubblicitaria dei propri prodotti, e in particolare della cioccolata, distribuendo a chi ne avesse acquistata una confezione da 500 grammi delle piccole tessere che ritraevano le celebrità di quel periodo. Vere e proprie precorritrici delle figurine adesive, queste tessere, collezionabili nell’album delle Célebrité Contemporaines, ritraevano un ampio guazzabuglio internazionale di principi, poeti, politici, attrici e papi, tra i quali Madame Curie, Lombroso, Monet, Pio IX, Verlaine, il ciclista italiano Momo e Lord Kitchener.
Una parte ancorché esigua di questa curiosa raccolta di oltre 500 ritratti figura oggi ne «L’uomo con la vestaglia rossa» (287 pagg, 22 euro), l’ultimo libro di Julian Barnes che Einaudi manda in libreria nella bella traduzione di Daniela Fargione. A condurre Barnes a questa collezione è il ritratto di Samuel Pozzi, misconosciuto chirurgo e ginecologo che ebbe l’ardire di innovare la pratica medica del suo tempo, un darwinista, ma anche una figura pubblica: senatore, sindaco, attivista con opinioni spesso contestate, un dreyfusiano dichiarato e infine tenente colonnello nell’esercito francese nella Grande guerra. Figlio di immigrati valtellinesi, da Bergerac era riuscito ad approdare all’alta società parigina in un «trionfo di intelletto, carattere, ambizione, professionalità e, sì, di seduzione che funzionava tanto con gli uomini quanto con le donne»: non stupirà perciò che per Sarah Bernhardt era semplicemente il «Docteur Dieu».
Barnes confessa subito che a suscitare la sua curiosità nei confronti di Pozzi era stato un suo ritratto apparso nel 2015 alla National Portrait Gallery di Londra e dipinto da John Singer Sargent, un dettaglio del quale è osservabile sulla copertina, oltre che nel ricco apparato iconografico del libro; fu però lo stupore per non aver mai incontrato il suo nome nelle sue vaste letture francesi a dare avvio a uno scrupoloso lavoro di scrutinio dei repertori biografici del periodo per ricostruirne la straordinaria vicenda esistenziale. E ciò nonostante lo scetticismo dello scrittore nei confronti del genere biografico che ritiene «una versione pubblica di una vita pubblica, e una versione parziale di una vita privata», con una definizione che è tanto più vera quanto più si considera la discrezione di questo singolare personaggio. Pozzi viene difatti incontro al lettore in punta di piedi; accanto a lui avanzano chiassosi due aristocratici: il principe Edmond de Polignac e il conte Robert de Montesquiou, entrambi epitome della natura frenetica, dissoluta e narcisistica di quella Belle Époque che Barnes illustra con un sarcasmo misurato, senza ombra alcuna di moralismo e sempre a partire dall’aneddoto ameno. Ne risulta un quadro dettagliatissimo dell’Europa dell’epoca, delle fitte reti di relazioni letterarie, commerciali e private che annullavano le distanze tra il continente e la Gran Bretagna; un quadro che consente a Barnes di ricordare ai suoi conterranei che «lo sciovinismo è una forma di ignoranza», come sosteneva Pozzi, figura progressista, internazionale e costantemente avido di novità, «una sorta di eroe», insomma.
Una parte ancorché esigua di questa curiosa raccolta di oltre 500 ritratti figura oggi ne «L’uomo con la vestaglia rossa» (287 pagg, 22 euro), l’ultimo libro di Julian Barnes che Einaudi manda in libreria nella bella traduzione di Daniela Fargione. A condurre Barnes a questa collezione è il ritratto di Samuel Pozzi, misconosciuto chirurgo e ginecologo che ebbe l’ardire di innovare la pratica medica del suo tempo, un darwinista, ma anche una figura pubblica: senatore, sindaco, attivista con opinioni spesso contestate, un dreyfusiano dichiarato e infine tenente colonnello nell’esercito francese nella Grande guerra. Figlio di immigrati valtellinesi, da Bergerac era riuscito ad approdare all’alta società parigina in un «trionfo di intelletto, carattere, ambizione, professionalità e, sì, di seduzione che funzionava tanto con gli uomini quanto con le donne»: non stupirà perciò che per Sarah Bernhardt era semplicemente il «Docteur Dieu».
Barnes confessa subito che a suscitare la sua curiosità nei confronti di Pozzi era stato un suo ritratto apparso nel 2015 alla National Portrait Gallery di Londra e dipinto da John Singer Sargent, un dettaglio del quale è osservabile sulla copertina, oltre che nel ricco apparato iconografico del libro; fu però lo stupore per non aver mai incontrato il suo nome nelle sue vaste letture francesi a dare avvio a uno scrupoloso lavoro di scrutinio dei repertori biografici del periodo per ricostruirne la straordinaria vicenda esistenziale. E ciò nonostante lo scetticismo dello scrittore nei confronti del genere biografico che ritiene «una versione pubblica di una vita pubblica, e una versione parziale di una vita privata», con una definizione che è tanto più vera quanto più si considera la discrezione di questo singolare personaggio. Pozzi viene difatti incontro al lettore in punta di piedi; accanto a lui avanzano chiassosi due aristocratici: il principe Edmond de Polignac e il conte Robert de Montesquiou, entrambi epitome della natura frenetica, dissoluta e narcisistica di quella Belle Époque che Barnes illustra con un sarcasmo misurato, senza ombra alcuna di moralismo e sempre a partire dall’aneddoto ameno. Ne risulta un quadro dettagliatissimo dell’Europa dell’epoca, delle fitte reti di relazioni letterarie, commerciali e private che annullavano le distanze tra il continente e la Gran Bretagna; un quadro che consente a Barnes di ricordare ai suoi conterranei che «lo sciovinismo è una forma di ignoranza», come sosteneva Pozzi, figura progressista, internazionale e costantemente avido di novità, «una sorta di eroe», insomma.
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