L’isola di Felice Melis Marini Sguardo lirico e malinconico tra verismo e impressionismo
di M.G. SCANO NAITZA
Agli albori della sua passione il padre ingegnere e il nonno famoso disegnatore Una carriera tecnica segnata che abbandona per dedicarsi solo alla pittura
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Pubblichiamo un brano tratto dal volume dedicato a Felice Melis Marini che da venerdì prossimo sarà in edicola con La Nuova per la collana “I maestri dell’arte sarda”, curato da Maria Grazia Scano Naitza.
* * *di M.G. SCANO NAITZA
«Tutto nero, nel vestito, nel fiocco, nella chioma, e negli occhi che pure hanno spesso un sorriso da ragazzo, con le mani lunghe e agili da mago – mi accorgo che egli medesimo somiglia a un’acquaforte, o almeno mi pare che soltanto in un’acquaforte potrebbe avere un buon ritratto». Così appariva Felice Melis Marini nel 1925 agli occhi dello scrittore Giuseppe Fanciulli. L’acquaforte, e più in generale l’incisione, era il campo d’azione prediletto dall’artista cagliaritano, ed è oggi quello cui egli deve soprattutto la sua fama; ma, accanto all’incisione, va ricordata la sua attività di pittore, di disegnatore e di illustratore. In tutti questi ambiti l’artista ha trasfuso la sua sensibilità formatasi tra Romanticismo e Verismo, ha riversato le sue doti di cantore del paesaggio, e innanzitutto del paesaggio sardo. Soprattutto per questa ragione, più che per la sua tardiva adesione alla scelta di rappresentare una Sardegna “in costume”, Melis Marini entra di diritto nella ristretta cerchia degli artisti sardi (Antonio Ballero, Francesco Ciusa, Filippo Figari, Giuseppe Biasi) che agli inizi del ’900 furono protagonisti di una fervida stagione artistica, motivo di profondo rinnovamento e valorizzazione dell’immagine della Sardegna in ambito internazionale.
INIZIATORE DI UNA SCUOLA
L’Isola e il suo paesaggio, interpretati attraverso una sensibilità oscillante tra Verismo e Impressionismo, sono, dunque, alla base della sua ispirazione: in questa scelta tematica consiste il suo apporto alla fondazione di una tradizione artistica propriamente “sarda” che, guidata da motivazioni analoghe a quelle di poeti e scrittori del primo ’900 come Sebastiano Satta e Grazia Deledda, finirà per imporsi all’attenzione della critica nazionale con i caratteri di una vera e propria “scuola”. Definito da Luigi Servolini (1955) come uno degli autori che nel ’900 hanno dato maggior lustro all’incisione originale, Melis Marini è stato negli ultimi anni dell’800 l’iniziatore della ricca tradizione dell’incisione su rame o zinco in Sardegna. Benché solo alla fine degli anni Venti affronti la xilografia, il suo esempio indubbiamente è illuminante per gli artisti sardi che in seguito si dedicheranno all’incisione su legno o su metallo. Un importante contributo alla divulgazione delle tecniche incisorie è costituito dal suo prezioso volumetto “L’acquaforte. Manuale pratico”, pubblicato nel 1916 dall’editore Hoepli, uscito in seconda edizione nel 1924, poi tradotto nel 1954 in spagnolo per le edizioni Meseguer di Barcellona. Accanto ai suoi meriti di artista, non dobbiamo dimenticarne la fervida e ininterrotta attività culturale.
Felice Melis Marini (il secondo cognome è quello della madre, Annunziata Marini, adottato per distinguersi da casi di omonimia), nato nel 1871 a Cagliari, esordisce sulla scena dell’arte all’età di ventitré anni, esponendo un quadretto ad olio nella vetrina del negozio Fornara in via Manno, raffigurante «un gruppo di animali con diverse stoviglie a lato», come risulta da una recensione della mostra pubblicata sull’Unione sarda; il dipinto, che rivelava le buone attitudini del giovane artista, non è stato rintracciato, ma i caratteri della sua prima formazione sono documentabili attraverso diversi disegni tra quelli conservati negli otto album della Biblioteca Universitaria di Cagliari. Disegnatore instancabile e di grande talento, sin dalle sue prime prove dimostra un’attenzione significativa verso la vita quotidiana e popolare nonché verso la natura dell’Isola, interpretati attraverso una sensibilità formatasi nel tardo Ottocento.
GLI ESORDI
Agli albori della sua passione per l’arte, è stata certamente determinante l’influenza familiare. Suo nonno Gerolamo, membro dell’accademia di Belle Arti di Carrara, fu apprezzato disegnatore; suo padre, Enrico, allievo di Gaetano Cima, in qualità di ingegnere capo dell’Ufficio Tecnico del Comune, era stato promotore della trasformazione urbanistica di Cagliari nell’ultimo quarto dell’Ottocento. Ma bisogna tener conto anche degli stimoli dati dalla presenza, a Cagliari, del pittore piemontese Giovanni Battista Quadrone, autore di numerosi dipinti di paesaggio e di vita sarda; del riminese Guglielmo Bilancioni, che si conquista una buona clientela pubblica e privata con l’attività di ritrattista, paesaggista e decoratore; del perugino Domenico Bruschi, autore degli affreschi della Sala del Consiglio provinciale di Cagliari. Questi operatori ricoprono un ruolo importante nella vocazione pittorica di Melis Marini, sostenuta, fra l’altro, dal pittore scenografo Ludovico Crespi e dall’architetto Vittorio Levi, suoi insegnanti all’Istituto Tecnico. Il giovane frequenta le scuole tecniche per assecondare la tradizione di famiglia, ma una volta conseguito il diploma, invece di proseguire gli studi per diventare ingegnere, parte per Roma, dedicandosi alla sua vocazione artistica.
Vi soggiorna per la prima volta tra il 1893 e il 1894 (..). Già negli anni della giovinezza compie le sue scelte tematiche e va formulando il primo nucleo di immagini su cui si eserciterà lungo lo sviluppo della sua ricerca, rivelando la precoce formazione di una coscienza artistica, con la predilezione per soggetti che gli consentano di esprimere situazioni emozionali intime e poetiche. L’attenzione di Melis Marini si appunta spesso sugli scorci di caratteristici villaggi sardi, animati da vivaci presenze popolari, ma sembrano prevalere le vedute dello stagno con le barche, che gli permettono di trasmettere le sensazioni liriche, spesso malinconiche, con le quali guarda alla natura; fa la comparsa un altro soggetto che gli è caro, quello della donna alla finestra: velando con dolci penombre gli interni, l’artista infonde un senso di mistero, mentre i balconcini pittoreschi, con i panni stesi al vento e i vasi fioriti, gli consentono di esprimere, nelle vibrazioni della luce, un vivace pittoricismo narrativo.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
* * *di M.G. SCANO NAITZA
«Tutto nero, nel vestito, nel fiocco, nella chioma, e negli occhi che pure hanno spesso un sorriso da ragazzo, con le mani lunghe e agili da mago – mi accorgo che egli medesimo somiglia a un’acquaforte, o almeno mi pare che soltanto in un’acquaforte potrebbe avere un buon ritratto». Così appariva Felice Melis Marini nel 1925 agli occhi dello scrittore Giuseppe Fanciulli. L’acquaforte, e più in generale l’incisione, era il campo d’azione prediletto dall’artista cagliaritano, ed è oggi quello cui egli deve soprattutto la sua fama; ma, accanto all’incisione, va ricordata la sua attività di pittore, di disegnatore e di illustratore. In tutti questi ambiti l’artista ha trasfuso la sua sensibilità formatasi tra Romanticismo e Verismo, ha riversato le sue doti di cantore del paesaggio, e innanzitutto del paesaggio sardo. Soprattutto per questa ragione, più che per la sua tardiva adesione alla scelta di rappresentare una Sardegna “in costume”, Melis Marini entra di diritto nella ristretta cerchia degli artisti sardi (Antonio Ballero, Francesco Ciusa, Filippo Figari, Giuseppe Biasi) che agli inizi del ’900 furono protagonisti di una fervida stagione artistica, motivo di profondo rinnovamento e valorizzazione dell’immagine della Sardegna in ambito internazionale.
INIZIATORE DI UNA SCUOLA
L’Isola e il suo paesaggio, interpretati attraverso una sensibilità oscillante tra Verismo e Impressionismo, sono, dunque, alla base della sua ispirazione: in questa scelta tematica consiste il suo apporto alla fondazione di una tradizione artistica propriamente “sarda” che, guidata da motivazioni analoghe a quelle di poeti e scrittori del primo ’900 come Sebastiano Satta e Grazia Deledda, finirà per imporsi all’attenzione della critica nazionale con i caratteri di una vera e propria “scuola”. Definito da Luigi Servolini (1955) come uno degli autori che nel ’900 hanno dato maggior lustro all’incisione originale, Melis Marini è stato negli ultimi anni dell’800 l’iniziatore della ricca tradizione dell’incisione su rame o zinco in Sardegna. Benché solo alla fine degli anni Venti affronti la xilografia, il suo esempio indubbiamente è illuminante per gli artisti sardi che in seguito si dedicheranno all’incisione su legno o su metallo. Un importante contributo alla divulgazione delle tecniche incisorie è costituito dal suo prezioso volumetto “L’acquaforte. Manuale pratico”, pubblicato nel 1916 dall’editore Hoepli, uscito in seconda edizione nel 1924, poi tradotto nel 1954 in spagnolo per le edizioni Meseguer di Barcellona. Accanto ai suoi meriti di artista, non dobbiamo dimenticarne la fervida e ininterrotta attività culturale.
Felice Melis Marini (il secondo cognome è quello della madre, Annunziata Marini, adottato per distinguersi da casi di omonimia), nato nel 1871 a Cagliari, esordisce sulla scena dell’arte all’età di ventitré anni, esponendo un quadretto ad olio nella vetrina del negozio Fornara in via Manno, raffigurante «un gruppo di animali con diverse stoviglie a lato», come risulta da una recensione della mostra pubblicata sull’Unione sarda; il dipinto, che rivelava le buone attitudini del giovane artista, non è stato rintracciato, ma i caratteri della sua prima formazione sono documentabili attraverso diversi disegni tra quelli conservati negli otto album della Biblioteca Universitaria di Cagliari. Disegnatore instancabile e di grande talento, sin dalle sue prime prove dimostra un’attenzione significativa verso la vita quotidiana e popolare nonché verso la natura dell’Isola, interpretati attraverso una sensibilità formatasi nel tardo Ottocento.
GLI ESORDI
Agli albori della sua passione per l’arte, è stata certamente determinante l’influenza familiare. Suo nonno Gerolamo, membro dell’accademia di Belle Arti di Carrara, fu apprezzato disegnatore; suo padre, Enrico, allievo di Gaetano Cima, in qualità di ingegnere capo dell’Ufficio Tecnico del Comune, era stato promotore della trasformazione urbanistica di Cagliari nell’ultimo quarto dell’Ottocento. Ma bisogna tener conto anche degli stimoli dati dalla presenza, a Cagliari, del pittore piemontese Giovanni Battista Quadrone, autore di numerosi dipinti di paesaggio e di vita sarda; del riminese Guglielmo Bilancioni, che si conquista una buona clientela pubblica e privata con l’attività di ritrattista, paesaggista e decoratore; del perugino Domenico Bruschi, autore degli affreschi della Sala del Consiglio provinciale di Cagliari. Questi operatori ricoprono un ruolo importante nella vocazione pittorica di Melis Marini, sostenuta, fra l’altro, dal pittore scenografo Ludovico Crespi e dall’architetto Vittorio Levi, suoi insegnanti all’Istituto Tecnico. Il giovane frequenta le scuole tecniche per assecondare la tradizione di famiglia, ma una volta conseguito il diploma, invece di proseguire gli studi per diventare ingegnere, parte per Roma, dedicandosi alla sua vocazione artistica.
Vi soggiorna per la prima volta tra il 1893 e il 1894 (..). Già negli anni della giovinezza compie le sue scelte tematiche e va formulando il primo nucleo di immagini su cui si eserciterà lungo lo sviluppo della sua ricerca, rivelando la precoce formazione di una coscienza artistica, con la predilezione per soggetti che gli consentano di esprimere situazioni emozionali intime e poetiche. L’attenzione di Melis Marini si appunta spesso sugli scorci di caratteristici villaggi sardi, animati da vivaci presenze popolari, ma sembrano prevalere le vedute dello stagno con le barche, che gli permettono di trasmettere le sensazioni liriche, spesso malinconiche, con le quali guarda alla natura; fa la comparsa un altro soggetto che gli è caro, quello della donna alla finestra: velando con dolci penombre gli interni, l’artista infonde un senso di mistero, mentre i balconcini pittoreschi, con i panni stesi al vento e i vasi fioriti, gli consentono di esprimere, nelle vibrazioni della luce, un vivace pittoricismo narrativo.
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