Nei versi della Commedia un cambiamento epocale

Lo studioso Franco G.R. Campus ricostruisce gli intrecci tra il poema e l’isola L’archeologo e storico del Medioevo è impegnato con il Fai nelle celebrazioni

Franco G.R. Campus è un archeologo e storico del medioevo, impegnato nella divulgazione e in questi mesi col Fai, il Fondo per l’ambiente italiano, in una serie di eventi attraverso gli itinerari danteschi in Sardegna, argomento che ha trattato in numerosi incontri e conferenze.

In questi giorni molto si è parlato del rapporto tra Dante e l’isola, dei suoi personaggi sardi, delle sue note terzine in cui, per ben sette volte, parla dell’isola, e su questo Campus offre uno sguardo ricco di ritmo e di movimento, un modo onesto e efficace per costruire una trama slegata dal clima commemorativo per i settecento anni dalla morte di Dante, e lo fa come un regista che decide dove mettere la macchina da presa.

IL POETA POLITICO

Per lui Dante è naturalmente il Sommo Poeta ma ancor di più è un uomo immerso nel suo tempo, un politico impegnato con una chiara idea del mondo che avrebbe voluto, in alternativa a quello che gli era toccato di vivere. «È un vero conservatore, anche se letterariamente rivoluzionario. Lo scenario delle sue vicende è il mondo in subbuglio dei 50 anni meravigliosi della seconda metà del XIII secolo, dove tutto cambiava e lo faceva molto in fretta – spiega Campus –. Più che il crollo di un impero o la fine di un’epoca, era l’alba di un nuovo modo di concepire la vita, la religione e il potere». Queste novità travolgono anche la Sardegna dove i regni giudicali sono oramai al tramonto. «Sopravvive un giudicato sui 4 storici, quello di Arborea, sono ormai strutture politiche obsolete, incapaci di gestire quello che sta accadendo attorno – continua Campus – . Il potere passa nelle mani di signori che per evidenziare il loro successo costruiscono nuovi castelli al centro nelle aree economicamente più avanzate dell’isola (spazi portuali, aree minerarie). Luoghi fortificati abitati in parte dagli stessi signori ma soprattutto dai loro fideles, cioè i fondatori, ed è in questo modo che si formarono i centri misti con personaggi sardi e quelli provenienti dal continente. Insieme rappresentano la nuova classe dirigente che deve vivere nel borgo fortificato, tanto che hanno una serie di privilegi necessari alla formazione del loro status di burgenses. Sono lasciati fuori gli abitanti dei villaggi distribuiti nelle campagne.

NUOVA RICCHEZZA

Ma non si tratta di sfruttamento, ma di gestire la nuova ricchezza data dal commercio – sottolinea l’archeologo –. L’isola in questa fase storica, dopo le sperimentazioni dei monasteri dei secoli precedenti, è la nuova frontiera posta al centro del Mediterraneo. Le sue miniere e il corallo, la vite e il grano, le pelli pregiate e la carne lavorata, insieme al formaggio, sono i beni preziosi che può fornire. Il commercio, la capacità imprenditoriale divengono più forti quanto, se non di più, del blasone aristocratico delle vecchie famiglie giudicali ancora ancorate al solo possesso della terra. Era un mondo che poteva “trasformare un cittadino in re”. Una nuova frontiera. Passatemi il termine un “selvaggio ovest” da corsa all’oro». Un cardine della storia, la linea d’ombra di un’alba che genera profondi mutamenti, e Dante in tutto questo?

LO SGUARDO SULL’ISOLA

«Dante ha citato molti personaggi legati alla storia della Sardegna: il suo amico Nino di Gallura, Ugolino della Gherardesca, Brancaleone Doria – ricorda l’archeologo del Medioevo – , uno dei personaggi più longevi della storia sarda, protagonista di primo piano della politica internazionale del tempo in grado di parlare e negoziare con il Papa e lo stesso Imperatore (da non confondere con il successivo e omonimo marito di Eleonora d’Arborea), ma anche Bonifacio VIII, il papa che creò il Regno di Sardegna ufficializzando quella licenza di invasione alla corona d’Aragona. E non si può dimenticare il ricco mercante sassarese Michele Zanche, famoso proprio grazie a Dante, ed esponente emblematico di quel ceto mercantile locale divenuto potente attraverso i commerci internazionali con la Corsica, Genova e la Catalogna».

Sono attori che si muovono sullo sfondo di quell’enorme ed originale novità politica che è la civiltà comunale oramai diffusa in tutto il continente italiano. «In questo è possibile immaginare proprio la sorpresa di Dante nel successo e affermazione dell’unico centro comunale della Sardegna: Sassari una città non solo autonoma – sostiene Campus – ma che ha un veloce successo senza l’appoggio né di un signore di riferimento, né di un vescovo, e che in pochi anni costruisce le sue mura, accoglie nuove persone, innova il suo linguaggio politico trasformando la sua Carta de Logu negli Statuti e che fa tutto mirando sempre e comunque all’obiettivo di preservare il suo territorio produttivo. Il comune rappresenta di fatto la novità ma da subito, vista la concorrenza, si comporta con modalità identiche a quelle dei vicini castelli signorili».

SASSARI PROTAGONISTA

Questo insieme, quindi, farebbe pensare a Dante interessato all’esperimento politico, al nuovo modo di gestire il potere che sta nascendo nella capitale del Capo di sopra.

«Ci permette di immaginare, anche se con la dovuta cautela, come l’Alighieri ebbe la possibilità di trattare con informazioni di primissima mano, notizie che si impegnò a cogliere e dipanare nelle fasi di stesura e costruzione dell’intreccio alla base dei suoi versi – risponde l’archeologo –. Un lavoro che certamente trovava spazio in preziosissimi appunti, una sorta di scatola nera, che sfortunatamente non abbiamo, mentre abbiamo copiosissime pagine dei suoi primi commentatori, come i figli Jacopo e Pietro Alighieri, quest’ultimo ci offre l’importante notizia del matrimonio tra Corrado Malaspina e una figlia naturale di Mariano II di Torres. Un matrimonio alla base della loro signoria distribuita tra il castello di Osilo e la città di Bosa.

CAOS LINGUISTICO

Quindi Dante conosce la situazione dell’isola, è al corrente della direzione che sta prendendo, dove la fortuna politica è strettamente legata alla bramosia per quel potere che non ha nessuno sopra di sé (inconcepibile per Dante). Ma il tutto regge sino a quando non cade in disgrazia la fazione di riferimento, in Sardegna – o nella città di riferimento – come nel caso dei Della Gherdesca a Pisa o come successo allo stesso Dante a Firenze. Un’evoluzione e svolgimento che il poeta condanna in quanto poco controllabile e alla base del caos anche linguistico che caratterizza l’intera Italia – conclude Franco G.R. Campus –. Ma questa non era la paura sentita delle persone del tempo, Dante in questo era scavalcato dal clima di euforia economica generale in Italia e che verrà spezzato, anche in Sardegna, dalla peste del 1348. E sarà Boccaccio, colui che definirà Divina la Comedìa, a raccontarci le reali paure del tempo».

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