Il volo di Faber: tutti i libri di De André
Novità editoriali: una collana della Nave di Teseo con la Fondazione intitolata al cantautore
Pubblichiamo un estratto dall’introduzione dello scrittore Sandro Veronesi al libro di Fabrizio De André “Volammo davvero”, Fondazione Fabrizio De André Onlus, a cura di Elena Valdini, postfazione di Dario Fo (La nave di Teseo, Nave+, 460 pagine, 20 euro).
* * *di SANDRO VERONESI
C’è stato un tempo, nella radio libera dove trasmettevo, in cui le notizie del giorno venivano commentate con i versi di Fabrizio. Nello sforzo di mandare a memoria le sue canzoni, che noi ragazzi stavamo facendo comunque, fu introdotto un minimo di metodo e così, ogni mattina veniva scansionata mentalmente tutta la sua opera fino a trovare il verso, o i versi, che incrociassero il fatto del giorno, o la ricorrenza, o la notizia. Funzionava. Si era alla fine degli anni ’70 e per quel che risultò a noi, Fabrizio aveva già scritto su qualunque cosa. È il dono dell’universalità.
E anda u mè u mè e anda u mè u mè e anda e ooh…
E anda u mè u mè e anda u mè u mè e anda e ooh…
Qualunque cosa. Potrebbe essere il titolo del cofanetto che raccoglie i suoi album originali – cofanetto che io possiedo, e che si chiama per l’appunto solo “Gli album originali”, dal dorso del quale, largo 12 centimetri e alto 35, perché gli album sono dischi a 33 giri, e sono quattordici, la metà destra del volto di Fabrizio mi osserva in questo preciso momento con un unico occhio che per intensità ne vale cento. Qualunque cosa. Renderebbe l’idea dell’ampiezza del suo abbraccio, della grandezza della rete che getta. Delle cose che ha imparato e che ha insegnato. Di cosa ha scritto Fabrizio, di cosa si è interessato, di cosa ha cantato? Di qualunque cosa…
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E anda u mè u mè e anda u mè u mè e anda e ooh…
E anda u mè u mè e anda u mè u mè e anda e ooh…
Per dire: qual è stata l’esperienza più strana che mi è capitato di fare nella vita? Mangiare il gatto. E non una volta, molte volte, nella bettola di Claudiu Lavezzi, a Parigi, chiamata Sampieru Corsu, in rue de l’Amiral Roussin, che ora non c’è più ma dove fino a tutti gli anni Ottanta si poteva mangiare senza pagare, o pagando pochissimo, se proprio si voleva pagare. A me piaceva mangiarci il coniglio alla marsigliese, ma dopo settimane che lo mangiavo un amico che avevo conosciuto lì, Gavinu, corso di Propriano, mi disse che Claudiu lo chiamava coniglio, ma era gatto. In certe contrade povere della Corsica, mi spiegò, il tabù del gatto che non si può mangiare non aveva attecchito, e c’erano ricette anche molto elaborate. Era il 1985, e quella cosa avrebbe potuto scioccarmi, e invece no, perché – mi accorsi, fulmineamente, mentre Gavinu spiegava – che io quella cosa la sapevo. La sapevo da un anno, da quando me l’aveva detta Fabrizio in “Crêuza de mä”: il paciûgu in agruduse de lèvre de cuppi, il pasticcio di lepre di tegole in agrodolce. La lepre dei tetti, cioè il gatto…
E anda u mè u mè e anda u mè u mè e anda e ooh…
E anda u mè u mè e anda u mè u mè e anda e ooh…
A me, ragazzo italiano, che Gesù era un marinaio l’ha detto Fabrizio. Lo dice chiaro il Vangelo, certo, ma si sa che i ragazzi il Vangelo non lo leggono. Lo dice chiaro soprattutto Marco (3, 7-10 o 6, 31-33 e tante altre volte), ma si sa che se un ragazzo deve proprio leggere il Vangelo legge Matteo, non Marco. Ai ragazzi del mondo lo dice Leonard Cohen, un ebreo, nel 1967, in quella creatura magica che è Suzanne, ma io, ragazzo italiano, di Suzanne ho conosciuto prima la cover che ne ha fatto Fabrizio cinque anni dopo, nel 1972, nel 45 giri dei Produttori Associati: «E Gesù fu marinaio finché camminò sull’acqua e restò per molto tempo a guardare solitario dalla sua torre di legno e poi quando fu sicuro che soltanto agli annegati fosse dato di vederlo disse “Siate marinai finché il mare vi libererà”»
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E anda u mè u mè e anda u mè u mè e anda e ooh…
E anda u mè u mè e anda u mè u mè e anda e ooh…
Leonard Cohen stesso, noi ragazzi italiani nati nel ’58, nel ’59, nel ’60, nel ’61, nel ’62, l’abbiamo conosciuto grazie a Fabrizio. Leonard Cohen che nella sua canzone autobiografica intitolata “Tower of song” dice una cosa madornale, che vale per lui e per pochissimi altri, e tra questi pochissimi c’è sicuramente anche Fabrizio, ma Leonard Cohen e Fabrizio, tra tutti quelli per cui vale quella cosa, sono quelli di cui non lo diresti, dato il loro sfavillante talento di musicisti, di parolieri, di poeti, di narratori, e invece è vera, è sacrosanta, ed è questa: “I was born with the gift of a golden voice”. Cioè alla fin fine il dono, il vero dono che li eleva entrambi al di sopra degli altri, cioè che non è stato conquistato con l’intelligenza, con lo studio, col sacrificio, col lavoro il dono che si trovava lì fin dall’inizio, arrotolato nella spirale del dna, per il quale entrambi potevano rendere grazie e nient’altro, era la voce. Ed è vero. È vero per Leonard Cohen ed è vero per Fabrizio. La loro voce d’oro. Non è una diminutio. Al contrario: se T.S. Eliot avesse avuto una voce così, avrebbe cantato anche lui. Joyce ce l’aveva, e infatti cantava. Da tenore.
E anda u mè u mè e anda u mè u mè e anda e ooh…
E anda u mè u mè e anda u mè u mè e anda e ooh…
E questo libro è la dimostrazione di tutto quel che ho detto fin qui. La dimostrazione che Fabrizio è quel che tu hai bisogno che sia, che i limiti di Fabrizio sono sempre solo i limiti di chi lo avvicina, perché qualunque cosa si riesca a concepire di chiedergli, lui la dà – anzi, l’ha già data. Che si tratti di un fotografo, di un sacerdote, di uno scrittore, di un critico, di un musicista, di un premio Nobel, l’interlocuzione instaurata in queste pagine con Fabrizio risulta naturale, perfino ovvia, per ciascuno di loro, perché il loro punto di vista e quello di Fabrizio sembrano sempre coincidere – di coincidenze che possono essere anche del tutto casuali: non cambia nulla, perché come insegna Yamamoto Jinuemon, padre di Tsunetomo, autore dell’ “Hagakure”, ovvero il libro segreto dei Samurai, “se si guarda bene in una direzione, si vedono anche tutte le altre”. E a proposito di samurai, qualcuno potrebbe forse dire – magari con soddisfazione – che in Fabrizio c’è poco oriente: ma in realtà non è vero, perché c’è anche quello, anche solo per coincidenza, appunto – basta cercarlo. Per esempio: l’ultima canzone di Fabrizio, l’ultima traccia del suo ultimo disco, da molti considerata il suo testamento spirituale, si ispira com’è noto alla “Summa di Maqroll il Gabbiere” di Alvaro Mutis, e si intitola “Smisurata preghiera”. Ed ecco l’ultima delle massime di Confucio, quella che chiude il libro: «Pregando, se non mi dessi tutto alla preghiera, sarebbe come se non pregassi».
© 2021 La nave di Teseo
editore, Milano
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