Jar’a, musica che supera muri e confini

Esce il nuovo album di Paolo Angeli. Da Barcellona alla Sardegna una ricerca che recupera il senso dello spazio

A distanza di due anni dall’album fortemente ispirato dai Radiohead, cambia ancora la configurazione musicale di Paolo Angeli, che presenta il nuovo disco “Jar’a” (Rer megacorp/AnMa) in uscita domani. Tecnicismi e strutture articolate cedono il passo a una ricerca sulla spazialità del suono e della voce. Nel definirlo, lo stesso artista parla di una musica «molto sarda ma molto avanguardia» e sembra essere la descrizione più esatta. Poco più di quaranta minuti di ascolto divisi in sei movimenti. La chitarra sarda preparata è quella di sempre, senza sovra-incisioni, accompagnata però da un'intenso lavoro di elettronica e distorsioni.

In un anno di reclusioni, un album che ha viaggiato in più luoghi. Dalla sua casa a Barcellona alla Sardegna, tra La Maddalena e Gergei…

«La salvezza è stata intuire che questa situazione si sarebbe protratta a lungo. Nel giugno scorso ho deciso di tornare nell’isola per un anno sabbatico. Non ho mai passato così tanto tempo all'aria aperta. A raccogliere funghi, asparagi, a pescare. È un grande paradosso, lo so, e dal punto di vista creativo è stato un anno spettacolare. Qui, in una pausa forzata e in un contesto diverso da quello dove ho vissuto per trent’anni – non vivevo la Sardegna in inverno dall’89 –, le idee sono germogliate con una continuità diversa. Mi sono trovato a chiudere “Bodas de sangre” (ep in tre atti ispirato all’omonimo dramma di Garcia Lorca, uscito un anno fa, ndc), “Jar’a” e ho anche registrato un altro album e iniziato a lavorare a un progetto lungo e ambizioso tutto dedicato alla Sardegna».

Fermiamo l’attenzione su “Jar’a”: di ritorno da Barcellona aveva materiale registrato per circa quattro ore e mezza, poi in che modo l'idea si è sviluppata?

«Ho registrato a casa, dove ho allestito un piccolo studio e quando sono arrivato qui avevo tanta musica suonata di getto che ancora non era stata messa a fuoco. E sono passato da una dimensione di chiusura, in una stanza dove cercavo il rapporto con lo spazio che era millimetrico, alla Sardegna, un'esplosione dove gli spazi sono diventati immensi. Questo mi ha condizionato tantissimo: sono abituato ad ascoltare i primi mix mentre pratico sport però a Barcellona l'attività era limitata a salire e scendere i piani del palazzo e associavo l’ascolto a questo movimento, in Sardegna la stessa musica è cambiata osservando spazi aperti. Ho capito che era senza confine. A quel punto l’idea è stata rendere il lavoro il meno virtuosistico possibile e realizzare un mixaggio con un suono a tre dimensioni».

Il titolo suggerisce che è stato particolarmente ispiratore il soggiorno a Gergei, è così?

«È il paese di provenienza di Emanuela, la mia compagna, ci siamo innamorati delle due giare, quella di Gesturi e di Serri. Una enorme, ancestrale, l’altra protettiva, con il santuario nuragico di Santa Vittoria. So che c'è discrepanza con la realtà dell'ultimo anno, ma pensando a questo disco ho pensato e vissuto lo spazio come mai prima».

Ha saputo lavorare sul canto sardo abbandonando i paradigmi tradizionali. Quali le innovazioni sostanziali?

«Volevo unire la mia vocalità gallurese con quella barbaricina; Omar Bandinu (bassu dei Tenores di Bitti Mialinu Pira) ha accettato e per la prima volta il canto a chitarra si incontra col canto a tenore. La sua voce improvvisa su un materiale musicale contemporaneo. Per la mia vocalità, invece, ho usato una catena di effetti in riferimento alle trombe geloso, usate per accompagnare i cantores».

In che modo si muove nell’indagine tra tradizione e sperimentazione?

«Non volevo che la tradizione fosse un limite. Così, la vocalità viene destrutturata come faccio con la musica. “Andira” (brano del precedente album, ndc) è stato un primo momento di liberazione dalla tradizione, questo il primo vero e proprio risultato. Sono profondamente contento, il terzo movimento “Sùlu” mi emoziona, lo trovo molto sardo ma anche molto avanguardia. Mi sono chiesto se stessi suicidando la mia carriera… dopo un album ispirato dai Radiohead, ora uno con suite lunghe un quarto d’ora... ma doveva andare così, rispecchia ciò che volevo».

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