“Piombo fuso” hip-hop duro sotto il Maestrale
di MARCO CORRIAS
Il romanzo di Marco Corrias apre la collana Crimini e misteri ogni venerdì con La Nuova
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Pubblichiamo l’incipit del romanzo “Piombo fuso” di Marco Corrias. Libro che apre venerdì la collana “Maestri sardi del giallo”.
di MARCO CORRIAS
Il passo attutito dalle scarpe bianche e nere da basket non faceva rumore, a dispetto della falcata lunga e arrembante, come quella di uno spavaldo negro del Bronx dicevano gli amici. L’ampio giaccone verde militare lo riparava dal freddo con l’ausilio di una felpa e di una maglia indossate una sull’altra in apparente casualità. Angelo scendeva per via Buoncammino e addentava un toast.
Aveva trascorso le ultime tre ore dall’uscita di scuola girovagando tra YouTube e Facebook. Non aveva molti amici su Facebook, ma qualche vecchio compagno delle medie s’era fatto vivo, e anche il figlio di amici dei suoi, di Bologna, e certi contatti di questo ragazzo che senza conoscerlo gli avevano chiesto l’amicizia.
Poi c’erano alcuni tizi di Cagliari di una band che faceva un hip hop duro, rabbioso con certi sardi canis chi non bivint sentz’ ’e meris. Che poi i meris, i “padroni” dei cani sardi, non sarebbero che i turisti: meris chi benint a cagai su logu in dom’alena. Angelo li aveva conosciuti una sera d’estate, che era agosto ma in realtà sembrava marzo, con un maestrale freddo che scuoteva le palme e faceva vedere quanto fosse padrone di casa nell’isola quel vento freddo, che quella non era Africa o roba simile dove le palme sono tutte verdi e nessuna ha le punte rinsecchite dal maestrale, come accadeva appunto su quella costa. Erano rimasti in quindici, sì e no, una decina di maschi e qualche ragazza con gli occhi pesti di trucco, sulla piattaforma di legno che li salvava un po’ dalla sabbia che turbinava intorno ma non riusciva a evitare che ogni tanto ne sentissero in faccia gli schiaffi pungenti. La poca luce di due o tre lampade andava e veniva al ritmo del vecchio e ansimante generatore, malandato rappresentante tecnologico di un’era premoderna che per chilometri era annegata nel buio più totale. Due cugini di Angelo che vivevano da quelle parti e lì erano molto popolari per essere stati tra i primi e i più bravi a surfare su quelle onde selvagge, l’avevano invitato a dormire nella casa di famiglia, giù al piccolo villaggio affacciato sulla baia. Sarebbe stata una serata straordinaria, l’ennesima serata straordinaria dell’estate ma stavolta ancora più straordinaria perché erano rimasti solo quelli del posto, senza turisti, e i ragazzi avevano contattato quegli scoppiati di Cagliari che facevano questo hip hop incazzato nero. E alla fine s’erano intesi quasi tutti tra loro, salvo due ragazze che se ne stavano in un angolo a vomitare tutto il mirto mischiato alla birra e quando all’alba erano crollati stremati sotto la piattaforma di legno di quel baretto che sembrava un avamposto nel deserto, avevano fatto in tempo a scambiarsi indirizzi email e numeri di cellulari.
Angelo era stato davvero contento di questi nuovi amici navigatori del mondo. Anche se poi non era mi ca tanto sicuro che fosse un concetto giusto, questa cosa dei turisti da cacciare a calci in culo; sentiva che Marcello, l’amico che studiava per diventare direttore d’hotel e che d’estate si guadagnava i soldi per l’Alberghiero inventando cocktail e servendoli ai bordi delle piscine di Porto Cervo, forse non sarebbe stato d’accordo.
Ma gli piaceva che questi dell’hip-hop fossero così tosti, senza cedimenti, duri come sarebbe piaciuto a lui essere da qualche tempo, da quando aveva cominciato a leggere certi irlandesi o certi scozzesi di Glasgow e di Edimburgo e altri tostissimi americani che non l’hanno mai mandata a dire a nessuno, quando si è trattato di dare dello stronzo a chi se lo merita. Una specie di lotta di classe postmoderna, senza le facce barbute di Carlo Marx e altri simili come Fidel, commentava suo zio Eugenio, che la barba la portava con orgoglio da sempre. “Ce l’ho da quando avevo sedici anni e me la porto nella tomba, guai a chi oserà rasarmela sul catafalco, perché gli vengo ad angosciare le notti per il resto della vita cantando Fischia il vento”.
Lo zio Eugenio è l’uomo che quando Angelo aveva poco più di tredici anni gli ha messo in mano On the road e le poesie di Ferlinghetti e tutti quelli della Beat Generation e la biografia di Durruti e poi ha prosegui to con Compagni di sbronze di Bukowski e tutta una se rie di americani irregolari e vagamente anarchici. «Certa letteratura è l’unica cosa buona insieme al Bourbon e ai jeans prodotta da quel paese di sfruttatori capitalisti», diceva ad Angelo ogni volta che gli consegnava uno dei suoi prediletti testi sacri. La sorella, madre di Angelo, lo considerava il responsabile dello spirito ribelle che, impotente, vedeva crescere nel suo ragazzo. E chissà cosa ne verrà fuori, diceva sconsolata, se non un vagabondo senza meta, uno senza arte né parte come suo zio: un genio quando c’era da scansare il lavoro. Intelligente, certo, come tutti lo giudicano fin dai tempi della scuola, ma di un’intelligenza gettata via, che se davvero l’avesse voluta usare non starebbe lì ad arrancare con quel picco lo stipendio che gli danno per mandare avanti l’archivio storico dell’Associazione minatori. Archivista e custode del piccolo museo, ma soprattutto, diceva la mamma di Angelo, agitatore a tempo pieno, che se non si caccia in qualche battaglia perduta non vive bene.
di MARCO CORRIAS
Il passo attutito dalle scarpe bianche e nere da basket non faceva rumore, a dispetto della falcata lunga e arrembante, come quella di uno spavaldo negro del Bronx dicevano gli amici. L’ampio giaccone verde militare lo riparava dal freddo con l’ausilio di una felpa e di una maglia indossate una sull’altra in apparente casualità. Angelo scendeva per via Buoncammino e addentava un toast.
Aveva trascorso le ultime tre ore dall’uscita di scuola girovagando tra YouTube e Facebook. Non aveva molti amici su Facebook, ma qualche vecchio compagno delle medie s’era fatto vivo, e anche il figlio di amici dei suoi, di Bologna, e certi contatti di questo ragazzo che senza conoscerlo gli avevano chiesto l’amicizia.
Poi c’erano alcuni tizi di Cagliari di una band che faceva un hip hop duro, rabbioso con certi sardi canis chi non bivint sentz’ ’e meris. Che poi i meris, i “padroni” dei cani sardi, non sarebbero che i turisti: meris chi benint a cagai su logu in dom’alena. Angelo li aveva conosciuti una sera d’estate, che era agosto ma in realtà sembrava marzo, con un maestrale freddo che scuoteva le palme e faceva vedere quanto fosse padrone di casa nell’isola quel vento freddo, che quella non era Africa o roba simile dove le palme sono tutte verdi e nessuna ha le punte rinsecchite dal maestrale, come accadeva appunto su quella costa. Erano rimasti in quindici, sì e no, una decina di maschi e qualche ragazza con gli occhi pesti di trucco, sulla piattaforma di legno che li salvava un po’ dalla sabbia che turbinava intorno ma non riusciva a evitare che ogni tanto ne sentissero in faccia gli schiaffi pungenti. La poca luce di due o tre lampade andava e veniva al ritmo del vecchio e ansimante generatore, malandato rappresentante tecnologico di un’era premoderna che per chilometri era annegata nel buio più totale. Due cugini di Angelo che vivevano da quelle parti e lì erano molto popolari per essere stati tra i primi e i più bravi a surfare su quelle onde selvagge, l’avevano invitato a dormire nella casa di famiglia, giù al piccolo villaggio affacciato sulla baia. Sarebbe stata una serata straordinaria, l’ennesima serata straordinaria dell’estate ma stavolta ancora più straordinaria perché erano rimasti solo quelli del posto, senza turisti, e i ragazzi avevano contattato quegli scoppiati di Cagliari che facevano questo hip hop incazzato nero. E alla fine s’erano intesi quasi tutti tra loro, salvo due ragazze che se ne stavano in un angolo a vomitare tutto il mirto mischiato alla birra e quando all’alba erano crollati stremati sotto la piattaforma di legno di quel baretto che sembrava un avamposto nel deserto, avevano fatto in tempo a scambiarsi indirizzi email e numeri di cellulari.
Angelo era stato davvero contento di questi nuovi amici navigatori del mondo. Anche se poi non era mi ca tanto sicuro che fosse un concetto giusto, questa cosa dei turisti da cacciare a calci in culo; sentiva che Marcello, l’amico che studiava per diventare direttore d’hotel e che d’estate si guadagnava i soldi per l’Alberghiero inventando cocktail e servendoli ai bordi delle piscine di Porto Cervo, forse non sarebbe stato d’accordo.
Ma gli piaceva che questi dell’hip-hop fossero così tosti, senza cedimenti, duri come sarebbe piaciuto a lui essere da qualche tempo, da quando aveva cominciato a leggere certi irlandesi o certi scozzesi di Glasgow e di Edimburgo e altri tostissimi americani che non l’hanno mai mandata a dire a nessuno, quando si è trattato di dare dello stronzo a chi se lo merita. Una specie di lotta di classe postmoderna, senza le facce barbute di Carlo Marx e altri simili come Fidel, commentava suo zio Eugenio, che la barba la portava con orgoglio da sempre. “Ce l’ho da quando avevo sedici anni e me la porto nella tomba, guai a chi oserà rasarmela sul catafalco, perché gli vengo ad angosciare le notti per il resto della vita cantando Fischia il vento”.
Lo zio Eugenio è l’uomo che quando Angelo aveva poco più di tredici anni gli ha messo in mano On the road e le poesie di Ferlinghetti e tutti quelli della Beat Generation e la biografia di Durruti e poi ha prosegui to con Compagni di sbronze di Bukowski e tutta una se rie di americani irregolari e vagamente anarchici. «Certa letteratura è l’unica cosa buona insieme al Bourbon e ai jeans prodotta da quel paese di sfruttatori capitalisti», diceva ad Angelo ogni volta che gli consegnava uno dei suoi prediletti testi sacri. La sorella, madre di Angelo, lo considerava il responsabile dello spirito ribelle che, impotente, vedeva crescere nel suo ragazzo. E chissà cosa ne verrà fuori, diceva sconsolata, se non un vagabondo senza meta, uno senza arte né parte come suo zio: un genio quando c’era da scansare il lavoro. Intelligente, certo, come tutti lo giudicano fin dai tempi della scuola, ma di un’intelligenza gettata via, che se davvero l’avesse voluta usare non starebbe lì ad arrancare con quel picco lo stipendio che gli danno per mandare avanti l’archivio storico dell’Associazione minatori. Archivista e custode del piccolo museo, ma soprattutto, diceva la mamma di Angelo, agitatore a tempo pieno, che se non si caccia in qualche battaglia perduta non vive bene.
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