La Nuova Sardegna

Bruno Vespa e il nuovo libro: «Con Cossiga litigi tremendi ma siamo stati grandi amici»

di Alessandro Pirina
Bruno Vespa e il nuovo libro: «Con Cossiga litigi tremendi ma siamo stati grandi amici»

Il giornalista parla del suo ultimo volume dedicato ai presidenti della Repubblica italiana

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Con Cossiga agli inizi fu una rissa quasi quotidiana, dal Quirinale tuonava contro i «servi del Tg1» da lui diretto, ma poi con il Picconatore nacque una grandissima amicizia, tanto che una volta a “Porta a porta” gli fece trovare i Mamuthones. Segni, invece, non lo ha mai conosciuto, era troppo giovane all’epoca del primo presidente sassarese che dovette lasciare anzitempo il Quirinale, ma sul presunto golpe di cui fu accusato non ha alcun dubbio: era una bufala a causa della quale «lui ci rimise la pelle». Bruno Vespa racconta la storia dei 12 capi dello Stato alla vigilia – mancano più o meno sette mesi – della scadenza del mandato di Mattarella. “Quirinale. Dodici presidenti tra pubblico e privato” è il titolo del libro, edito da Rai Libri, in cui il giornalista, conduttore di “Porta a Porta”, ripercorre la storia repubblicana attraverso un ritratto dei dodici inquilini del Colle più alto. Un viaggio che parte 75 anni fa, con l’elezione di De Nicola, e arriva fino a oggi, con la presidenza Mattarella che ha dovuto fronteggiare la più grave crisi partitica della Repubblica.

Vespa, dodici presidenti della Repubblica: qual è il primo che ha conosciuto?

«È stato Saragat. Quando io ho cominciato a lavorare in Rai - era il 1969 - lui era quasi alla fine del suo mandato, gli mancavano due anni. Abbiamo avuto pochi contatti, ho fatto solo qualche servizio su di lui, ma ci siamo conosciuti bene successivamente».

Ai tempi si diceva che il presidente della Repubblica fosse solo un passacarte.

«Anche io ho avuto questa sensazione per molto tempo, ma non è così. Non sono mai stati dei semplici passacarte, anche se avevano meno poteri di adesso. Saragat ha continuato a fare politica anche al Quirinale, e lo stesso Gronchi. Einaudi tutto era fuorché un passacarte, come neanche De Nicola, che era un presidente capricciosissimo. Ma è innegabile che negli ultimi decenni il capo dello Stato abbia acquisito poteri maggiori».

Quando è cambiato il ruolo del presidente della Repubblica?

«Quando si sono indeboliti i governi. Quando Berlusconi appena arrivato a Palazzo Chigi si vide arrivare da Scalfaro un’incredibile lettera di galateo istituzionale alla quale rispose in maniera adeguata Giuliano Ferrara. Oppure penso a Mattarella che ha visto nascere tre governi diversi con tre diverse maggioranze».

Qual è il presidente con cui ha avuto il rapporto più forte?

«Sicuramente Cossiga, negli ultimi tempi. All’inizio i nostri rapporti, quando ero direttore del Tg1, furono tempestosissimi, litigavamo in maniera tremenda. Poi è nata una grande amicizia personale. Ma ho avuto un ottimo rapporto anche con Ciampi e Napolitano».

E quello più complicato?

«Forse Pertini, anche se l’ho seguito solo in determinate occasioni. Una volta eravamo in Germania, c’erano degli operai che lo circondavano in maniera affettuosa. Lui si doveva rivolgere a loro ma voleva parlare davanti alla tv. Mi chiese: “dov’è il microfono?”, non accorgendosi che aveva una giraffa sopra la testa. Per lui contava solo la telecamera, degli operai non gliene fregava niente».

La Sardegna, o meglio Sassari, vanta due presidenti. Partiamo da Antonio Segni.

«L’omino di porcellana, come lo chiamava Oriana Fallaci. Ho avuto sempre una notevole simpatia verso quest’uomo dall’atteggiamento signorile. Purtroppo la sua presidenza è finita in maniera traumatica. Come anche quella di Cossiga. Ma se Cossiga con le sue dimissioni è uscito in piedi dal contrasto con il Palazzo, Segni ci ha rimesso la pelle».

Intorno a Segni ancora oggi, a distanza di oltre 50 anni, si agita il fantasma del tentato golpe. Il figlio Mario ha scritto da poco un libro su quella che ha ribattezzato come la madre di tutte le fake news. Lei che si idea si è fatto?

«Lui ha scritto il libro dopo di me, ma ci siamo ritrovati sulle stesse posizioni. Era una bufala assoluta nata da un articolo dell’Espresso per cui Lino Jannuzzi ed Eugenio Scalfari furono condannati. Questa storia terribile del golpe non stava né in cielo né in terra. E purtroppo di quel colloquio drammatico in cui Saragat lo minacciò non c’è mai stata una ricostruzione perfetta. L’unico altro testimone era Aldo Moro. Purtroppo questo alterco finì con l’ictus di Segni. Non si riprese più, ma la Dc non era pronta per eleggere il successore e si andò avanti per qualche mese, fino a quando non fu scelto proprio Saragat, che premeva per la sostituzione».

C’è poi l’altro sardo, Cossiga: cinque anni in silenzio, gli ultimi due Picconatore.

«Per avere un’intervista con lui ci voleva la mano di Dio. Era un uomo di una riservatezza estrema. Poi cambiò all’improvviso. La sua prima intemerata fu contro la magistratura. Due dirigenti del Pci andarono a dirgli: “meno male che sei intervenuto”. Salvo poi poco dopo crocifiggerlo. Ricordo ancora la prima esplosione di Cossiga, le urla contro la magistratura. Ero appena diventato direttore del Tg1 e decisi di fare un riassunto, senza mandare in onda la sua furia. Lo proteggemmo perché era pur sempre il presidente della Repubblica, ma poi diventò inarrestabile».

Le donne al fianco dei presidenti, mogli e figlie: qual è stata quella più influente?

«Dal punto di vista della comunicazione sicuramente Franca Ciampi. L’ho sentita pochi giorni fa: ha cento anni e mezzo. Una donna straordinaria che sotto l’aspetto comunicativo teneva banco. Ma la più influente credo sia stata Marianna Scalfaro, una vera e propria consigliera, molto ascoltata dal padre».

Anche per il Quirinale vale il motto chi entra papa esce cardinale: qual è stato il più grande deluso per non essere mai riuscito a diventare presidente?

«Senza dubbio Fanfani. Ci provava regolarmente e regolarmente veniva battuto. Ma credo sarebbe stato un buon presidente».

C’è mai stata una donna vicina alla presidenza della Repubblica?

«Vicina no, quella meno lontana è stata Emma Bonino. Fece una bella campagna che poi alle Europee fece conquistare ai radicali un risultato mai più ottenuto».

A gennaio si eleggerà il successore di Mattarella: quali sono i nomi più gettonati in questo momento: Draghi, Franceschini, Cartabia, Veltroni o un bis di Mattarella?

«Ce ne sono almeno una decina che pensano realisticamente di potercela fare, ma avendo una lunga esperienza e una memoria abbastanza fresca - ho rivissuto nel libro tutte le vicende che hanno portato all’elezione dei presidenti - posso dire che fare previsioni è puro dilettantismo».

E se spuntasse un virologo?

«Non credo, sono eccellenti professionisti che anche quando si spegneranno le telecamere sulla pandemia continueranno a svolgere il loro lavoro».

Dopo l’elezione del presidente si andrà a elezioni o il governo durerà fino alla fine della legislatura?

«Se si andasse a elezioni i parlamentari perderebbero la liquidazione, quindi sono convinto si andrà fino alla fine della legislatura. Il Parlamento è blindato, soprattutto se Draghi non andrà al Quirinale. Senza contare che il prossimo sarà un Parlamento ridotto in cui la grandissima maggioranza degli attuali eletti non ci tonerà. Dunque, quei 150mila euro all’anno per molti sono una occasione irripetibile».

Ma è vero che Berlusconi la voleva al Quirinale?

«Me lo disse Renzi e non ho motivo di non credergli. Ma ovviamente era una cosa già morta sul nascere».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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