«L’orrore della tv spazzatura»
Carlo Monterossi, l’inventore (pentito) del programma televisivo Crazy Love - il fiore all’occhiello della tv del dolore - è giunto alla sua ottava avventura. In “Flora” (Sellerio, quindici euro)...
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Carlo Monterossi, l’inventore (pentito) del programma televisivo Crazy Love - il fiore all’occhiello della tv del dolore - è giunto alla sua ottava avventura. In “Flora” (Sellerio, quindici euro) Alessandro Robecchi firma una delle vicende più originali e intriganti della sua ormai best-seller serie letteraria. In un’estate asfissiante che trasforma Milano in un infuocato girone dantesco, Monterossi viene convocato dai vertici della “Grande Tivù Commerciale” in una riunione estremamente confidenziale. Crede che si tratti di uno scherzo quando gli comunicano che Flora De Pisis, la conduttrice televisiva più amata d’Italia (e per lei gli epiteti robecchiani si sprecano: “la Regina della tivù del dolore”, “Nostra Madonna delle Lacrime”, “la Principessa del cinismo”) la cui popolarità è in gran parte merito di Monterossi stesso, è stata rapita. La notizia è riservatissima e nessuno al di fuori dei vertici dirigenziali deve esserne informato. Il Dottor Calleri (e anche per lui Robecchi è scatenato: “L’inarrivabile padrone”, “l’Azionista”, “il Capo indiscusso e indiscutibile”) affida proprio a Monterossi il delicatissimo incarico di ritrovare la regina dello show nazional-populista più seguito del Paese. Quasi incredulo, Carlo si mette al lavoro con la “sua squadra”: l’investigatore Oscar Falcone, la sua socia Agatina Cirrielli, ex sovrintendente di polizia, e Bianca Ballesi, la produttrice che conosce i segreti terribili del programma di Flora. Gli “investigatori” sono pieni di dubbi: si tratta di un vero sequestro o è tutta una trovata pubblicitaria? E chi sono i rapitori? Cosa vogliono davvero? La richiesta del riscatto arriva quasi subito: dieci milioni di euro, ma soprattutto un’ora di trasmissione in diretta nell’orario di massima audience. Libera, pirata, senza censura né spot pubblicitari. Incredibile. Che ci sia dietro la longa manus del terrorismo nostrano?
In questo romanzo vediamo una Flora diversa, più umana. Dietro la scorza della cinica intrattenitrice delle trasmissioni trash del dolore, batte un cuore sensibile, capace di commuoversi. Conosceva già dall’inizio della serie questo lato più compassionevole del suo personaggio o è un qualcosa che ha sorpreso anche lei?
«Mah, credo che quando metti un personaggio in una situazione estrema (il rapimento, in questo caso) devi mettere in conto che cambierà qualcosa, per fortuna i personaggi sono come noi, cambiano, hanno le loro sfaccettature, possono stupirti. Però non parlerei solo di “cuore sensibile”, Flora viene rapita, ma anche sedotta, in qualche modo, vede un mondo diverso dal suo, le appare uno spiraglio. La domanda semmai è: questo cambierà Flora? Cambierà qualcosa? O dopo tornerà tutto com’era, tragicamente immutabile com’è questo Paese?».
Come è venuto a conoscenza della splendida figura di Robert Desnos e come è nata l’idea di renderlo una figura centrale in questa storia?
«Per puro caso. Ho visitato il campo di concentramento di Theresienstadt, in Repubblica Ceca, quelle visite civili e dolenti che bisogna fare, ogni tanto. Lì c’è una piccola lapide in memora di Desnos. Mi ha incuriosito, mi sono messo a studiare, le opere, certo, ma soprattutto la vita. Un poeta libero, direi quasi selvaggio, capace di portentose poesie d’amore, ma anche di romanzi stralunati, di filastrocche per bambini. “Poeta e resistente”, c’è scritto sulla lapide, e non riesco a immaginare sintesi migliore. Insomma, mi è sembrato quasi che Desnos mi chiamasse, che fosse perfetto per il piano del mio rapitore gentiluomo. Non solo per la sua vita finita in un lager che è stata un inno assoluto alla libertà, ma anche perché ci ricorda un momento, la Parigi surrealista degli anni Venti e Trenta, in cui un’idea, un movimento culturale, poteva cambiare il mondo e la sua visione. Ora non c’è nulla di simile, ora ci sono le varie Flora, che spreco!».
La sua serie ha il grande pregio di non sostenersi soltanto sul protagonista principale, Carlo Monterossi, ma si concentra sempre di più di romanzo in romanzo sui vari comprimari. Quanto sono importanti i personaggi secondari, e in futuro riavremo una storia con protagonisti Carella e Ghezzi?
«Io sono d’accordo con Chandler: l’investigatore è tutto. Ma concentrare questo “tutto” in un solo personaggio, oggi, in una società complessa, rischia di renderlo macchiettistico, una specie di Superman. Invece il mio investigatore sono tante facce: il Monterossi che lo è per caso e curiosità, direi per senso di giustizia, i suoi amici Falcone e Cirrielli per mestiere, e poi ci sono gli sbirri Ghezzi e Carella. Questo mi consente di raccontare una storia da molte angolazioni. Certo che rivedremo Ghezzi e Carella. In “Flora” non ci sono perché sono sbirri da marciapiede, questa storia era più grande di loro».
Oltre che scrittore di successo lei è anche un noto autore televisivo: pensa che la deriva delle varie “Flora” reali sia irreversibile o prima o poi la gente si stuferà di questa spettacolarizzazione continua di tutti gli aspetti del vivere, dai più privati a quelli più triviali, degradanti e prosaici?
«Quello che mi colpisce è la coazione a ripetere, il ragionamento basico: funziona? Allora facciamolo ancora. Per cui la formula rimane la stessa, ma bisogna esagerare sempre un po’ di più. Io la chiamo “pornografia dei sentimenti”… Siamo il Paese dove si invita un politico come Salvini per recitare l’Eterno Riposo, o dove una madre viene a sapere del ritrovamento del cadavere della figlia mentre è collegata in diretta».
Questa serie, al di là della splendida caratterizzazione dei personaggi, continua a gettare uno sguardo disincantato sulla città di Milano, che lei spoglia di tutta la narrazione autocelebrativa che viene fatta ormai da più di vent’anni.
«Milano ha bisogno urgentemente di una nuova narrazione. Quando la si narrava davvero, ai tempi di Bianciardi o Testori, di Scerbanenco, di Jannacci o di Fo, si sapeva raccontarne le luci e le ombre. Ora, da troppo tempo, si mostrano solo le luci, con il risultato che Milano e i milanesi diventano una caricatura di se stessi. Da milanese mi sembra una vera ingiustizia. Lo spavento della pandemia, il blocco, la città surreale con dentro a muoversi solo rider e ambulanze, ha scartavetrato quella bella vernicetta luccicante. Non so se Milano sarà “più umana”, ma spero sarà più vera nel suo racconto».
In un murales di Milano si legge la citazione “Tempi duri per i sognatori” tratta da Il Favoloso mondo di Amélie. Il messaggio del suo libro è che questo mondo ha bisogno di più passione e ironia?
«Sì, sono tempi duri per i sognatori, perché tutto sembra fermo e immutabile. Invece bisogna avere sogni più grandi che facciano in modo che tutto quello che c’era prima sembri di colpo vecchio. Bisogna alzarsi ogni mattina con il pensiero fisso che meritiamo di meglio».
In questo romanzo vediamo una Flora diversa, più umana. Dietro la scorza della cinica intrattenitrice delle trasmissioni trash del dolore, batte un cuore sensibile, capace di commuoversi. Conosceva già dall’inizio della serie questo lato più compassionevole del suo personaggio o è un qualcosa che ha sorpreso anche lei?
«Mah, credo che quando metti un personaggio in una situazione estrema (il rapimento, in questo caso) devi mettere in conto che cambierà qualcosa, per fortuna i personaggi sono come noi, cambiano, hanno le loro sfaccettature, possono stupirti. Però non parlerei solo di “cuore sensibile”, Flora viene rapita, ma anche sedotta, in qualche modo, vede un mondo diverso dal suo, le appare uno spiraglio. La domanda semmai è: questo cambierà Flora? Cambierà qualcosa? O dopo tornerà tutto com’era, tragicamente immutabile com’è questo Paese?».
Come è venuto a conoscenza della splendida figura di Robert Desnos e come è nata l’idea di renderlo una figura centrale in questa storia?
«Per puro caso. Ho visitato il campo di concentramento di Theresienstadt, in Repubblica Ceca, quelle visite civili e dolenti che bisogna fare, ogni tanto. Lì c’è una piccola lapide in memora di Desnos. Mi ha incuriosito, mi sono messo a studiare, le opere, certo, ma soprattutto la vita. Un poeta libero, direi quasi selvaggio, capace di portentose poesie d’amore, ma anche di romanzi stralunati, di filastrocche per bambini. “Poeta e resistente”, c’è scritto sulla lapide, e non riesco a immaginare sintesi migliore. Insomma, mi è sembrato quasi che Desnos mi chiamasse, che fosse perfetto per il piano del mio rapitore gentiluomo. Non solo per la sua vita finita in un lager che è stata un inno assoluto alla libertà, ma anche perché ci ricorda un momento, la Parigi surrealista degli anni Venti e Trenta, in cui un’idea, un movimento culturale, poteva cambiare il mondo e la sua visione. Ora non c’è nulla di simile, ora ci sono le varie Flora, che spreco!».
La sua serie ha il grande pregio di non sostenersi soltanto sul protagonista principale, Carlo Monterossi, ma si concentra sempre di più di romanzo in romanzo sui vari comprimari. Quanto sono importanti i personaggi secondari, e in futuro riavremo una storia con protagonisti Carella e Ghezzi?
«Io sono d’accordo con Chandler: l’investigatore è tutto. Ma concentrare questo “tutto” in un solo personaggio, oggi, in una società complessa, rischia di renderlo macchiettistico, una specie di Superman. Invece il mio investigatore sono tante facce: il Monterossi che lo è per caso e curiosità, direi per senso di giustizia, i suoi amici Falcone e Cirrielli per mestiere, e poi ci sono gli sbirri Ghezzi e Carella. Questo mi consente di raccontare una storia da molte angolazioni. Certo che rivedremo Ghezzi e Carella. In “Flora” non ci sono perché sono sbirri da marciapiede, questa storia era più grande di loro».
Oltre che scrittore di successo lei è anche un noto autore televisivo: pensa che la deriva delle varie “Flora” reali sia irreversibile o prima o poi la gente si stuferà di questa spettacolarizzazione continua di tutti gli aspetti del vivere, dai più privati a quelli più triviali, degradanti e prosaici?
«Quello che mi colpisce è la coazione a ripetere, il ragionamento basico: funziona? Allora facciamolo ancora. Per cui la formula rimane la stessa, ma bisogna esagerare sempre un po’ di più. Io la chiamo “pornografia dei sentimenti”… Siamo il Paese dove si invita un politico come Salvini per recitare l’Eterno Riposo, o dove una madre viene a sapere del ritrovamento del cadavere della figlia mentre è collegata in diretta».
Questa serie, al di là della splendida caratterizzazione dei personaggi, continua a gettare uno sguardo disincantato sulla città di Milano, che lei spoglia di tutta la narrazione autocelebrativa che viene fatta ormai da più di vent’anni.
«Milano ha bisogno urgentemente di una nuova narrazione. Quando la si narrava davvero, ai tempi di Bianciardi o Testori, di Scerbanenco, di Jannacci o di Fo, si sapeva raccontarne le luci e le ombre. Ora, da troppo tempo, si mostrano solo le luci, con il risultato che Milano e i milanesi diventano una caricatura di se stessi. Da milanese mi sembra una vera ingiustizia. Lo spavento della pandemia, il blocco, la città surreale con dentro a muoversi solo rider e ambulanze, ha scartavetrato quella bella vernicetta luccicante. Non so se Milano sarà “più umana”, ma spero sarà più vera nel suo racconto».
In un murales di Milano si legge la citazione “Tempi duri per i sognatori” tratta da Il Favoloso mondo di Amélie. Il messaggio del suo libro è che questo mondo ha bisogno di più passione e ironia?
«Sì, sono tempi duri per i sognatori, perché tutto sembra fermo e immutabile. Invece bisogna avere sogni più grandi che facciano in modo che tutto quello che c’era prima sembri di colpo vecchio. Bisogna alzarsi ogni mattina con il pensiero fisso che meritiamo di meglio».
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