Mannuzzu, la scrittura grida vendetta contro l’orrore del mondo
di Costantino Cossu
Racconti, interviste e testi critici: da domani in omaggio il primo volume della collana della Nuova Sardegna
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Recensendo nel 2009 una raccolta di saggi di Salvatore Mannuzzu intitolata Cenere e ghiaccio. Undici prove di resistenza (Edizioni dell’Asino)Massimo Onofri così scriveva: «Nato nel 1930, Mannuzzu appartiene a una generazione per cui l’esercizio della scrittura imponeva obblighi non solo nei riguardi della letteratura, ma anche della cultura nel suo complesso. Direi l’ultima generazione che non ha voluto, né potuto, eludere le responsabilità d’una qualche paternità. Chi altri avrebbe potuto scrivere oggi, se non uno scrittore dell’anagrafe di Mannuzzu, parole come quelle che trovo nel bellissimo La contraddizione di Dio, il saggio che chiude il libro, generato da una frase dell’enciclica del 25 dicembre 2005, Deus caritas est? Sentite qua: “Così capita che i vecchi perdono di vista l’approdo della loro personale salvezza. Non perché, temerari, presumano di poterlo facilmente raggiungere; non perché nutrano un’insana fiducia nell’esercizio della loro libertà e ritengano chiusi in attivo i loro conti con Dio; ma perché più della loro vita e (persino) della loro anima amano le vite e le anime dei figli. Senza la cui salvezza – pensano quasi loro malgrado – non c’è salvezza che valga”». Poco prima Onofri aveva rilevato: «Terminata la lettura, abbandono questo delizioso libro con lo stesso spirito con cui ci si congeda da una sorta di contro-presente. Non saprei come altro chiamarlo, dato che avrei preferito parlare di anacronismo: se non avessi temuto – in tempi sciocchi, i nostri, in cui s’idolatra soltanto l’oggi – che il termine potesse risuonare in un’accezione non integralmente positiva come io, invece, vorrei intenderlo qui».
Nel suo anacronismo sta, per paradosso, l’attualità di Mannuzzu. Siamo quindi anacronisticamente felici di offrire in regalo ai lettori, come antidoto ai “tempi sciocchi”, il contro-presente di questo autore eccellente, al quale è dedicato il primo volume della serie “Grandi scrittori sardi”, in edicola con La Nuova da domani. Dello scrittore sassarese abbiamo messo insieme tre brevi narrazioni (Donne in aeroporto, Padre e figlio, La faccia oscura della luna) e tre interviste (la prima su letteratura e identità sarda, la seconda sul presente e sul futuro di Sassari, la terza su La ragazza perduta, testo che Mannuzzu amava molto). A chiudere il volume, cinque interventi critici di Massimo Onofri, che ripercorrono fasi diverse e differenti aspetti del lavoro dell’autore, da Procedura (1988) sino ai titoli più recenti.
Proprio recensendo Procedura, Geno Pampaloni scriveva: «La scrittura di Mannuzzu è piana ma ricca di vibrazioni sottili, come se il soffio della vita non finisca mai, convivendo sommessamente con la disperazione; una disperazione per così dire cementata dall’accettazione, poiché sempre si guarisce in qualche modo dalla vita». E molto dell’opera di Mannuzzu effettivamente è così. Poi, però, c’è un altro Mannuzzu, che vira in una direzione differente. In una delle interviste (siamo nel 2011) contenute nel libro che va domani in edicola Mannuzzu, ottantenne, dice: «Ciò che oggi ci tocca vedere non consente più una sommessa accettazione della disperazione. I fatti gridano vendetta. Stiamo arrivando a un punto terribile di rottura, di evidenza della rottura. Vent’anni fa i problemi non mancavano, ma in qualche modo c’era una compensazione. Ora siamo di fronte a una paurosa sfaldatura. È da questa nuova prospettiva – tragica, senza più alcuna possibilità di conciliazione – che oggi io devo scrivere». Consegniamo ai lettori questo doppio Mannuzzu: lo scrittore che accetta sommessamente il dolore mondo e quello – mirabilmente e virtuosamente anacronistico – che contro il mondo grida vendetta.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Nel suo anacronismo sta, per paradosso, l’attualità di Mannuzzu. Siamo quindi anacronisticamente felici di offrire in regalo ai lettori, come antidoto ai “tempi sciocchi”, il contro-presente di questo autore eccellente, al quale è dedicato il primo volume della serie “Grandi scrittori sardi”, in edicola con La Nuova da domani. Dello scrittore sassarese abbiamo messo insieme tre brevi narrazioni (Donne in aeroporto, Padre e figlio, La faccia oscura della luna) e tre interviste (la prima su letteratura e identità sarda, la seconda sul presente e sul futuro di Sassari, la terza su La ragazza perduta, testo che Mannuzzu amava molto). A chiudere il volume, cinque interventi critici di Massimo Onofri, che ripercorrono fasi diverse e differenti aspetti del lavoro dell’autore, da Procedura (1988) sino ai titoli più recenti.
Proprio recensendo Procedura, Geno Pampaloni scriveva: «La scrittura di Mannuzzu è piana ma ricca di vibrazioni sottili, come se il soffio della vita non finisca mai, convivendo sommessamente con la disperazione; una disperazione per così dire cementata dall’accettazione, poiché sempre si guarisce in qualche modo dalla vita». E molto dell’opera di Mannuzzu effettivamente è così. Poi, però, c’è un altro Mannuzzu, che vira in una direzione differente. In una delle interviste (siamo nel 2011) contenute nel libro che va domani in edicola Mannuzzu, ottantenne, dice: «Ciò che oggi ci tocca vedere non consente più una sommessa accettazione della disperazione. I fatti gridano vendetta. Stiamo arrivando a un punto terribile di rottura, di evidenza della rottura. Vent’anni fa i problemi non mancavano, ma in qualche modo c’era una compensazione. Ora siamo di fronte a una paurosa sfaldatura. È da questa nuova prospettiva – tragica, senza più alcuna possibilità di conciliazione – che oggi io devo scrivere». Consegniamo ai lettori questo doppio Mannuzzu: lo scrittore che accetta sommessamente il dolore mondo e quello – mirabilmente e virtuosamente anacronistico – che contro il mondo grida vendetta.
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