Vent’anni d’arte in un libro amarcord la storia di Su Palatu

“Su Palatu” era e “Su Palatu” è rimasto. “Su Palatu” è molto più di “sa domo”, fedele anche nel nome al luogo dov’è sorto senza “acronimi modaioli” come usa sotto le Alpi, nelle rive dell’Hudson ma...

“Su Palatu” era e “Su Palatu” è rimasto. “Su Palatu” è molto più di “sa domo”, fedele anche nel nome al luogo dov’è sorto senza “acronimi modaioli” come usa sotto le Alpi, nelle rive dell’Hudson ma anche sotto il Gennargentu. In principio, a Villanova Montelone del Logudoro, da una parte la riviera del Corallo, dall’altra il vulcano Cuccuruddu di Cheremule, era l’edificio che ospitava le scuole (“Su Palatu ’e Sas Iscolas”) perché l’istruzione aveva bisogno di un suo tempio da rispettare. È stato un simbolo a Villanova. Ma è diventato il simbolo di quell’arte che si chiama fotografia e che qui, tra allevatori e poeti devoti a Santu Nenaldu, è diventato l’icona per eccellenza della fotografia non solo in Sardegna.

Perché vent’anni fa ci voleva coraggio a trasformare il vecchio caseggiato delle elementari di fine Ottocento in uno spazio che potesse raccontare non la Sardegna ma il mondo col medium dell’immagine. In quelle stanze su più piani, dal 29 dicembre 1999, sono state ospitate visioni che guardavano “Verso il Millennio” «non solo – scriveva Tore Ligios – per celebrare il trionfo della modernità ma per sollecitare l’attualità fra contraddizioni e speranze, emigrazione e forte disoccupazione».

A luglio del 2000 Su Palatu spezza le convenzioni e i pregiudizi e propone “Donne di Orune” con ritratti di Donato Tore. I fondi raccolti serviranno a costruire cinque aule in una scuola del Nicaragua. È la Orune nota in Sardegna per le faide, i conflitti a fuoco a dare una lezione di solidarietà internazionale, a imporsi con l’arte e col teatro che portava in scena “In nome del padre” della sociologa-pedagogista-educatrice sociale Pina Campana. E ancora la “Mostra del ricamo” delle suore francescane, “Sos makìnes de Cuccu” dell’artista bosano Antonello Cuccu.

Citiamo ancora “Maschere” di Pietro Pes, “Cardinali, assassini” di Marco Delogu e “Balla Laika”di Leonardo Boscani e Erik Chevalier per giungere nel 2002 a “I maschi di Lodine” e proseguire con gli sguardi verso il mondo con gli scatti di Antoine Giacomoni (“Dentro lo specchio”) e Ursula Boemer (“Mucche-Kue”). Ci sono Antonio Gramsci e Giuseppe Dessì, i sorrisi di Maria Lai e i preti in barca di Giuseppe Firinu. Ci sono Pietro Soddu e Tino Demuro delle Vigne Surrau, mecenate pressoché unico in Sardegna. C’è “Padri e figli” e la rassegna “Menotrentuno” e c’è un altro paesino che crede nella cultura, Neoneli che - con Ulassai, Bitti e altri - è stato uno dei villaggi-museo di fotografie a cielo aperto.

Ora c’è un bel libro che celebra quel periodo alto della fotografia in Sardegna e che aveva la sua fucina in uno dei più piccoli paesi diventato capitale artistica visiva tra i nuraghi. Il libro (240 pagine, euro 60) ha per titolo “Su Palatu Fotografia – Vent’anni – documenti e testimonianze 2000-2020”. Racconta certo la Sardegna da Carloforte all’Asinara con Pablo Volta e Giancarlo Deidda, ma dà voce e volto soprattutto al mondo di Roger Ballen e Joel Meyerowitz, le guerre e le paci, la Beat Generation e le sperimentazioni X-Rays di Massimo Drago, i “Ritratti” con scritti di Paolo Pillonca e Giacomino Zirottu. C’è “Abitare il mondo” di Giovanni Chiaramonte. In volo tra Linate e Alghero, scrive che in quei momenti «tra i pochi significativi della mia vita, veniva interrogata la mia curiosità, e il vedere degli occhi era tornato all’attenzione di un vero guardare». E parlando del suo approdo a Villanova, a Su Palatu a fianco di Tore Ligios, aveva capito che «la periferia non è il luogo in cui finisce il mondo, è proprio il luogo in cui il mondo si decanta». Oggi sindaco di Villanova è Vincenzo Ligios, artista di alte qualità, figlio di Tore. Sottolinea che «il prestigio e la raffinatezza nascono anche nei piccoli centri». Sonia Borsato – anima di quest’avventura con Ligios senior – denuncia che Su Palatu è stata «una fiamma che solo la miopia politico istituzionale è riuscita a spegnere».

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