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Andrea Scanzi 

Andrea Scanzi: «Gaber era unico ma la sua grandezza è poco conosciuta»

Alessandro Pirina
Andrea Scanzi: «Gaber era unico ma la sua grandezza è poco conosciuta»

Il giornalista in Sardegna con lo spettacolo sul grande cantautore milanese

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Andrea Scanzi si è dato una missione: tenere viva l’arte di Giorgio Gaber in un Paese che troppo spesso ha la tendenza a dimenticare i suoi giganti. Il giornalista lo fa con uno spettacolo che in questi giorni fa tappa in Sardegna: oggi a Ulassai e venerdì a Cagliari, all’interno di Rocce rosse blues, mentre domani “E pensare che c’era Giorgio Gaber” sarà messo in scena a Mogoro alla fiera dell’artigianato.

Scanzi, cosa significa essere gaberiano?

«A titolo personale significa ricordare un amico a cui ho voluto un gran bene. Ma significa anche avere un approccio artistico e intellettuale problematico, perché Gaber era un artista che ti regalava dubbi, non certezze. Era uno che induceva lo spettatore a pensare, a non avere preconcetti, a non cercare l’applauso facile e ad avere il coraggio di dire cose anche scomode».

Come nasce la sua passione per Giorgio Gaber?

«Colpa o merito di mio padre, che a 17 anni mi portò a un suo concerto a Fiesole. Mi folgorò. Mi piacquero la sua presenza scenica, la sua capacità di passare dal pianto alla risata. Poi l’ho anche conosciuto, l’ho intervistato. Sarebbe dovuto essere il correlatore della mia tesi, ma purtroppo si ammalò».

Che ricordi ha di Gaber?

«Andavo a vedere i suoi spettacoli, poi ci ritrovavamo a cena. Era una persona umile, uno che ascoltava molto e parlava poco. Ed era paradossale perché lui era Gaber. Curioso, garbato in ogni cosa che faceva. Uno se lo immaginava artista maledetto, invece era quasi astemio. C’è poi un aneddoto molto buffo: nel 1980 aveva inciso un lp, “Io se fossi Dio”, con il solo lato A. Il lato B era vuoto. Una sera a una cena a Viareggio - c’era anche Sandro Luporini - mio padre portò l’originale e dissero a Giorgio di autografarlo. Lui non sapeva come fare, gli diedero un coltello e incise la firma sul lato B. Io quel vinile ce l’ho incorniciato in casa».

Quanto è attuale Gaber?

«Tantissimo. Quando nello spettacolo faccio vedere i video del suo Teatro canzone il pubblico si preoccupa. “Quando è moda è moda” - in cui elenca le manchevolezze della sinistra - sembra scritta oggi. “La pistola” - sulle paure dell’essere umano che si compra un’arma per difendersi - sembra la storia di qualche assessore famoso. Alla fine dello spettacolo faccio il paragone con gli “Scritti corsari” di Pasolini, perché i grandi intellettuali restano attuali anche dopo 50 o 70 anni dalle loro opere».

Uno spettacolo per non dimenticare un artista eccezionale: crede che l’Italia lo abbia messo da parte?

«Siamo pieni di grandi artisti che non ricordiamo abbastanza. Alcuni sono stati santificati troppo: penso a De André, un gigante, di cui però dopo la morte sono state dimenticate anche le sue componenti scomode. Ci sono poi quelli che non vengono mai ricordati, come Ivan Graziani, uno degli artisti più sottovalutati di sempre. Gaber è uno strano fenomeno: lo conoscono tutti ma male. Tutti ricordano il Gaber della Rai, di “Cerutti Gino”, di canzoni minori come “Destra-sinistra”, che non era altro che un giochino. Paradossalmente non si conosce il Gaber del Teatro canzone. Quello vero. Di Gaber spesso si conosce il nome ma non l’arte».

Quale dei tanti testi meravigliosi di Gaber sente più suo?

«Da uomo deluso dalla sinistra sicuramente “Quando moda è moda”. Gaber racconta da Dio questa disillusione».

Lei non ama Berlusconi: le è mai capitato di parlare di politica con Ombretta Colli, moglie di Gaber e per anni esponente di spicco di Forza Italia?

«L’ho conosciuta poco. Ma quando ha visto il mio spettacolo si è sempre mostrata gentile nei miei confronti e ha detto che lo raccontavo bene, che ne davo una lettura giusta. Io e la signora Colli siamo politicamente distanti, ma non valuto le persone in base all’appartenenza politica. Ho amici di destra per cui darei la vita e conosco persone che votano come me di cui non mi fido per niente».

Oggi c’è qualcuno che segue le orme di Gaber?

«Sarò nostalgico, retrogrado, ma non amo né il rap né la trap. Ma credo che ci siano cantautori con grande capacità di scrittura. Penso alla generazione dei Bersani, Silvestri, Capossela. Mi piace Caparezza. Tra i giovani Motta, Pino Marino, Giulio Casale, Benvegnù. Hanno meno successo, perché la figura del cantautore non è più di moda come un tempo».

Oggi la società vive un momento difficilissimo: si chiede cosa avrebbe pensato Gaber?

«Me lo chiedo in continuazione e - sopravvalutandomi - me lo chiedono. Io non lo so, ma se Gaber era disilluso e incazzato allora, oggi forse lo sarebbe ancora di più. E mi manca non solo l’amico, ma anche l’intellettuale che scudiscia, fa satira spietata su tutti. Senza distinzioni».

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