La Nuova Sardegna

Kledi e la nave della speranza

Alessandro Pirina
Kledi e la nave della speranza

Il ballerino ricorda la traversata dall'Albania 30 anni dopo

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Kledi Kadiu è uno dei 20mila albanesi che nell’estate 1991 affidarono le loro sorti alla nave Vlora. Un vero e proprio esodo, anche se dopo 5 giorni l’opposizione delle autorità italiane infranse i loro sogni e furono rimpatriati. Ma la foto della nave al porto di Bari, tutti quei giovani ammassati, in fuga verso un vita migliore, ha cambiato per sempre la storia dell’Albania e il loro destino.

Kledi, da quell’8 agosto 1991 sono passati trent’anni: che effetto le fa vedere quella foto?
«Ogni volta che la guardo mi fa impressione, ma allo stesso tempo mi reputo fortunato di essere stato tra i 20mila che ha fatto la traversata. E mi rendo conto che la storia si ripete».

Come fu l’accoglienza degli italiani?
«I baresi furono meravigliosi, la politica un po’ meno. Non so bene le dinamiche, ma il governo, d’accordo con le autorità albanesi, fece capire che sarebbe stato impossibile arrivare in Italia in quel modo. Ma quello era già il secondo esodo, il primo era stato a marzo. E da quel momento iniziò il flusso migratorio con barchette e gommoni, il business degli scafisti e della malavita. E tutti sappiamo come è andata a finire».

Che effetto le fa - trent’anni dopo- vedere le immagini delle stragi del mare?
«Provo sensazioni che prova solo chi ha vissuto quella situazione sulla propria pelle. Purtroppo oggi siamo abituati a leggere queste tragiche notizie. Sono a cadenza quotidiana e non fanno quasi più notizia. Catturano l’attenzione solo se è alto il numero delle vittime. Questo è molto triste, perché sembra stia sparendo la sensibilità umana, la curiosità verso il prossimo. Poi ci si mette di mezzo la politica: chiudiamo i porti, le frontiere. Ma il flusso migratorio non si potrà mai fermare. Se uno decide di scavalcare la montagna è perché non sta bene e farà di tutto per dare una vita migliore a se stesso e alla propria famiglia. È la legge della natura».

Pochi mesi dopo il rimpatrio, però, lei è di nuovo in Italia. E questa volta per sempre.
«Una compagnia di Mantova fece un’audizione nel teatro in cui avevo appena iniziato a ballare. Mi presero insieme ad altri 4 connazionali e mi trasferii in Italia. E qui sono rimasto».

Si sente più albanese o italiano?
«L’Albania è la mia patria, l’Italia è diventata la mia nazione in cui vivo, lavoro. Ma noi artisti siamo cittadini del mondo. Io dico sempre che se il mondo fosse come una compagnia di danza sarebbe migliore: tante nazioni insieme e zero pregiudizi».

Maria De Filippi le ha cambiato la vita?
«È stata la mia fortuna, perché in quel periodo è nato “Amici” e io sono stato uno dei primi a fare parte del quel grande meccanismo che va ancora avanti da 20 anni. Io là dentro ci ho fatto 17 anni: tante generazioni sono cresciute con la trasmissione. E ancora oggi io vivo di rendita artistica e ammirazione».

Da tre anni vive a Rimini, si è sposato, ha una figlia...
«E adesso arriva il maschietto. Il mio lavoro primario sono scuole di danze ed eventi. Oggi mi nutro di quello, vivo di emozioni. Voglio pensare alle nuove generazioni a cui trasferire il mio bagaglio di esperienza».

A fine mese a Cervia dedicherà un evento a Carla Fracci.
«Doveva essere uno spettacolo con la presenza della signora Fracci, è diventato un evento in suo onore. Ho avuto il privilegio di conoscerla. Di lei mi ha sempre colpito l’umiltà. Sempre sorridente, disponibile con tutti».

Quando verrà in Sardegna?
«Quando hai una vita familiare non hai la libertà di spostarti facilmente, ma ho promesso a Giuseppe (Fasolino, assessore regionale e suo amico, ndr) che tornerò presto. Sono venuto per 13 anni. Ho ricordi meravigliosi tra Porto Rotondo e soprattutto Golfo Aranci, che negli anni ho visto trasformarsi e diventare un porto bellissimo».

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