Gad Lerner
Gad Lerner: «I giovani possono essere l’antidoto ai nuovi fascismi»
Alessandro Pirina
Il giornalista in Sardegna per presentare il Memoriale della Resistenza in Italia
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Dalla Resistenza sono passati ormai quasi 80 anni e inevitabilmente stanno venendo meno le testimonianze dirette di chi quella fase storica che ha gettato le basi per l’Italia democratica e repubblicana l’ha vissuta in prima persona. Ma proprio per evitare che quella memoria vada perduta Gad Lerner e Laura Gnocchi sono andati alla ricerca dei protagonisti della Liberazione del Paese. Un lavoro da cui sono venute fuori oltre 500 testimonianze raccolte nel libro “Noi partigiani. Memoriale della Resistenza in Italia”, edito da Feltrinelli, che il giornalista presenterà il 16 agosto a Iglesias all’interno di “Liberevento”.
Lerner, partiamo dal significato della parola: chi sono i partigiani?
«Etimologicamente sono il contrario dei neutrali, di quelli che pensano di potersela cavare stando nel mezzo, senza scegliere. Oggi spesso il termine partigiano viene utilizzato in senso spregiativo, come fosse la negazione della obiettività. Come se la neutralità fosse un valore superiore anche quando si tratta di scegliere tra il bene e il male. Mi piace ricordare cosa disse il presidente Draghi il giorno della Liberazione: “non scegliere è immorale”. Utilizzò le parole di Emanuele Artom, intellettuale azionista torturato dai fascisti per la sua scelta partigiana».
Caso Durigon: cosa dovrebbe fare Draghi?
«Davanti a un sottosegretario che propone la sostituzione di una intitolazione a Falcone e Borsellino con una a Mussolini credo che il presidente del Consiglio, anche alla luce di quanto affermato il 25 aprile, debba procedere alla estromissione di questo personaggio senza attendere le votazione della sfiducia».
Perché nasce il Memoriale della Resistenza?
«Il merito è di Laura Gnocchi, mia coautrice, figlia e nipote di partigiani, che si è resa conto che non esisteva una raccolta nazionale della memoria. Purtroppo questo lavoro lo abbiamo iniziato troppo tardi e alcuni li abbiamo acciuffati solo all’ultimo. Penso al vostro Nino Garau. Abbiamo coinvolto molti giornalisti su base volontaria e gratuita, l’Anpi ci ha aperto le porte. Andare in tante case di edilizia popolare, case di riposo è stato il lavoro più emozionante della mia vita. Finora esistevano testimonianze di comandanti e partigiani combattenti, ma ci siamo resi conto che da soli avrebbero fatto ben poco se non ci fossero state le donne che hanno fatto le staffette, chi li ha nascosti, chi ha dato loro cibo, abiti, chi si è tolto la divisa dopo l’8 settembre di fronte alla chiamata di Salò. Abbiamo ricostruito un mosaico che adesso on line ha raggiunto 500 videotestimonianze».
Non c’è il rischio che questa memoria vada perdendosi?
«Oggi siamo nella fase del passaggio di testimone - l’anagrafe è implacabile - e fortunatamente abbiamo questi nuovi strumenti digitali. Il nostro sito - www.noipartigiani.it - è un monumento virtuale ma anche uno strumento didattico. È importante avere testimonianze filmate anche perché registrano una tale pluralità di esperienze che, essendo state raccolte in extremis, sono anche caratterizzate da sincerità, antiretorica, disponibilità a guardare in faccia anche i lati oscuri. Insomma, mettere sullo stesso piano le due parti viene smentito dalle esperienze di vita. Ed è un’infamia».
Perché fino a 20 anni fa l’antifascismo era un valore comune, mentre oggi viene etichettato come qualcosa di sinistra?
«Non è proprio così, nel dopoguerra per chi era stato partigiano è stata dura, per esempio nella ricerca di lavoro. È vero anche negli ultimi anni il bisogno di cancellare il significato e le regole fondamentali del nostro patto costituzionale ha portato persone che non erano vicine al fascismo a liquidare l’antifascismo come qualcosa di anacronistico. Ma basta vedere quello che è accaduto il 6 gennaio 2021 a Washington, l’assalto al Campidoglio da parte di decine di squadristi incitati da un presidente che non voleva riconoscere la sconfitta, per capire che i rischi di nuovi autoritarismi ci sono sempre. Diceva bene l’ex segretario di Stato, Madeleine Albright: “il fascismo è una ideologia che torna sempre di moda, è una pianta infestante che germoglia nuovamente in forme diverse”. Basta vedere le democrazie illiberali di Putin e Orban. E nelle nostre interviste tutti invitano a stare attenti al linguaggio aggressivo e misogino, allo sdoganamento del razzismo».
Chi sono i nuovi partigiani?
«Nei giovani ci sono quel candore e senso di giustizia che ci hanno commosso nelle testimonianze raccolte. Penso a due bambini - Luciana Romoli e Gastone Malaguti - espulsi perché si misero a urlare quando il preside cacciò i compagni ebrei. Cinque anni dopo quei bambini divennero partigiani. Credo che i giovani abbiano quell’innocenza che li porta a saper distinguere il giusto dall’ingiusto».
Lerner, partiamo dal significato della parola: chi sono i partigiani?
«Etimologicamente sono il contrario dei neutrali, di quelli che pensano di potersela cavare stando nel mezzo, senza scegliere. Oggi spesso il termine partigiano viene utilizzato in senso spregiativo, come fosse la negazione della obiettività. Come se la neutralità fosse un valore superiore anche quando si tratta di scegliere tra il bene e il male. Mi piace ricordare cosa disse il presidente Draghi il giorno della Liberazione: “non scegliere è immorale”. Utilizzò le parole di Emanuele Artom, intellettuale azionista torturato dai fascisti per la sua scelta partigiana».
Caso Durigon: cosa dovrebbe fare Draghi?
«Davanti a un sottosegretario che propone la sostituzione di una intitolazione a Falcone e Borsellino con una a Mussolini credo che il presidente del Consiglio, anche alla luce di quanto affermato il 25 aprile, debba procedere alla estromissione di questo personaggio senza attendere le votazione della sfiducia».
Perché nasce il Memoriale della Resistenza?
«Il merito è di Laura Gnocchi, mia coautrice, figlia e nipote di partigiani, che si è resa conto che non esisteva una raccolta nazionale della memoria. Purtroppo questo lavoro lo abbiamo iniziato troppo tardi e alcuni li abbiamo acciuffati solo all’ultimo. Penso al vostro Nino Garau. Abbiamo coinvolto molti giornalisti su base volontaria e gratuita, l’Anpi ci ha aperto le porte. Andare in tante case di edilizia popolare, case di riposo è stato il lavoro più emozionante della mia vita. Finora esistevano testimonianze di comandanti e partigiani combattenti, ma ci siamo resi conto che da soli avrebbero fatto ben poco se non ci fossero state le donne che hanno fatto le staffette, chi li ha nascosti, chi ha dato loro cibo, abiti, chi si è tolto la divisa dopo l’8 settembre di fronte alla chiamata di Salò. Abbiamo ricostruito un mosaico che adesso on line ha raggiunto 500 videotestimonianze».
Non c’è il rischio che questa memoria vada perdendosi?
«Oggi siamo nella fase del passaggio di testimone - l’anagrafe è implacabile - e fortunatamente abbiamo questi nuovi strumenti digitali. Il nostro sito - www.noipartigiani.it - è un monumento virtuale ma anche uno strumento didattico. È importante avere testimonianze filmate anche perché registrano una tale pluralità di esperienze che, essendo state raccolte in extremis, sono anche caratterizzate da sincerità, antiretorica, disponibilità a guardare in faccia anche i lati oscuri. Insomma, mettere sullo stesso piano le due parti viene smentito dalle esperienze di vita. Ed è un’infamia».
Perché fino a 20 anni fa l’antifascismo era un valore comune, mentre oggi viene etichettato come qualcosa di sinistra?
«Non è proprio così, nel dopoguerra per chi era stato partigiano è stata dura, per esempio nella ricerca di lavoro. È vero anche negli ultimi anni il bisogno di cancellare il significato e le regole fondamentali del nostro patto costituzionale ha portato persone che non erano vicine al fascismo a liquidare l’antifascismo come qualcosa di anacronistico. Ma basta vedere quello che è accaduto il 6 gennaio 2021 a Washington, l’assalto al Campidoglio da parte di decine di squadristi incitati da un presidente che non voleva riconoscere la sconfitta, per capire che i rischi di nuovi autoritarismi ci sono sempre. Diceva bene l’ex segretario di Stato, Madeleine Albright: “il fascismo è una ideologia che torna sempre di moda, è una pianta infestante che germoglia nuovamente in forme diverse”. Basta vedere le democrazie illiberali di Putin e Orban. E nelle nostre interviste tutti invitano a stare attenti al linguaggio aggressivo e misogino, allo sdoganamento del razzismo».
Chi sono i nuovi partigiani?
«Nei giovani ci sono quel candore e senso di giustizia che ci hanno commosso nelle testimonianze raccolte. Penso a due bambini - Luciana Romoli e Gastone Malaguti - espulsi perché si misero a urlare quando il preside cacciò i compagni ebrei. Cinque anni dopo quei bambini divennero partigiani. Credo che i giovani abbiano quell’innocenza che li porta a saper distinguere il giusto dall’ingiusto».
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