ARTE
Addio a Liliana Cano Con lei l’isola perde i suoi colori più belli
Paolo Curreli
Si è spenta ieri a Sassari Liliana Cano. Una delle figure più rappresentative dell’arte isolana, nella sua lunga vita – era nata a Gorizia nel 1924 – aveva percorso i territori della pittura con una...
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Si è spenta ieri a Sassari Liliana Cano. Una delle figure più rappresentative dell’arte isolana, nella sua lunga vita – era nata a Gorizia nel 1924 – aveva percorso i territori della pittura con una energia infinita e una prolifica produzione che si è espressa con la pittura su tela anche nei grandi formati, fino al muralismo e l’illustrazione. Una pittura naturalista, classica e figurativa ma mai accademica, anzi libera e moderna, splendida nell’uso del colore, energica nel gesto sempre preciso e naturale del disegno, informata sulle strade che l’astrattismo e le avanguardie aprono alla sua generazione e con cui si confronta senza timore.
Un’artista che appartiene a quella coraggiosa generazione di donne capaci di rompere le barriere dei generi che anche nel mondo, falsamente libero, dell’arte erano solide e protette da un maschilismo diffuso.
«Liliana Cano ha segnato con la sua strasbordante energia, con la sua generosa umanità, con il suo talento di pittrice circa settant’anni di vita artistica in Sardegna – sottolinea la storica dell’arte Giuliana Altea –. È stata una di quelle figure di artista che si fanno amare dal pubblico per la loro capacità di comunicare, e che a volte, forse proprio per la loro stessa popolarità, la critica tende a non considerare come meritano. Sarebbe tempo invece di cominciare a guardare seriamente alla sua opera, al di là degli elogi di circostanza, e di riscoprirne l’importanza e la bellezza».
La capacità di comunicare, ricordata dalla professoressa Altea, era il dono del racconto visivo così naturale e originale che Liliana Cano possedeva. Questi racconti, nel solco della grande tradizione mediterranea, si possono incontrare nella chiesa di San Lussorio a Oliena, nel murale dedicato a Giommaria Angioy a Bono, nella Via Crucis di Orgosolo.
La pittrice ha percorso le strade dell’isola per portare un’arte sempre amata, la descrizione di un’isola mitica ma capace di ritrarre anche il suo volto più vero, fatto di donne e pastori, bambini e meravigliosi cavalli. Non è un orizzonte chiuso però quello di Cano, fin da bambina viaggia con la sua famiglia nella Penisola, il padre è un ingegnere che lavora per il ministero dell’Istruzione, la madre è sorella dello scultore e pittore Attilio Nigra, nella famiglia si respira arte e cultura. Il suo giovane talento viene riconosciuto e la giovane Liliana frequenta l’Accademia Albertina di Torino nel ’36. La sua formazione avviene nel panorama stimolante della Penisola, fino al suo ritorno a Sassari, con la famiglia, dopo la guerra dove incontra tanti artisti isolani con la voglia di aprire nuovi capitoli di ricerca.
Liliana Cano viaggia per l’Europa, espone il suo lavoro e incontra stimoli nuovi. Questo suo tratto poco provinciale è certificato dal suo lavoro per l’università di Tolone negli anni ’80 “Amanti del Sole” e per la grande tela per il World Trade Center di Amsterdam.
Di questa voglia di confronto, di una sperimentazione continua e di un interesse sempre vivo per il mondo è erede il figlio Igino Panzino. Pittore, scultore, sperimentatore con una solida fama nell’arte contemporanea. È stato lo stesso Panzino, ieri, a dare la notizia della scomparsa della madre pubblicando sui social una fotografia di Liliana da giovane: una radiosa ragazza che esprime vitalità e bellezza. Le stesse cose che la sua pittura ha donato in questi decenni alla Sardegna e al mondo, un’opera amata e compresa da tutti, ma non per questo meno impegnata e interessante, in fondo, proprio quello che le arti visive contemporanee dovrebbero ancora ricercare.
La diffusione della sua pittura è un ricordo continuo di Liliana Cano, una personalità e una produzione generosa come era la sua anima. Un’artista che andrebbe ricordata e onorata con la frase di Matisse: “Oggi ho scoperto la pittura e ho scoperto la felicità”.
Un’artista che appartiene a quella coraggiosa generazione di donne capaci di rompere le barriere dei generi che anche nel mondo, falsamente libero, dell’arte erano solide e protette da un maschilismo diffuso.
«Liliana Cano ha segnato con la sua strasbordante energia, con la sua generosa umanità, con il suo talento di pittrice circa settant’anni di vita artistica in Sardegna – sottolinea la storica dell’arte Giuliana Altea –. È stata una di quelle figure di artista che si fanno amare dal pubblico per la loro capacità di comunicare, e che a volte, forse proprio per la loro stessa popolarità, la critica tende a non considerare come meritano. Sarebbe tempo invece di cominciare a guardare seriamente alla sua opera, al di là degli elogi di circostanza, e di riscoprirne l’importanza e la bellezza».
La capacità di comunicare, ricordata dalla professoressa Altea, era il dono del racconto visivo così naturale e originale che Liliana Cano possedeva. Questi racconti, nel solco della grande tradizione mediterranea, si possono incontrare nella chiesa di San Lussorio a Oliena, nel murale dedicato a Giommaria Angioy a Bono, nella Via Crucis di Orgosolo.
La pittrice ha percorso le strade dell’isola per portare un’arte sempre amata, la descrizione di un’isola mitica ma capace di ritrarre anche il suo volto più vero, fatto di donne e pastori, bambini e meravigliosi cavalli. Non è un orizzonte chiuso però quello di Cano, fin da bambina viaggia con la sua famiglia nella Penisola, il padre è un ingegnere che lavora per il ministero dell’Istruzione, la madre è sorella dello scultore e pittore Attilio Nigra, nella famiglia si respira arte e cultura. Il suo giovane talento viene riconosciuto e la giovane Liliana frequenta l’Accademia Albertina di Torino nel ’36. La sua formazione avviene nel panorama stimolante della Penisola, fino al suo ritorno a Sassari, con la famiglia, dopo la guerra dove incontra tanti artisti isolani con la voglia di aprire nuovi capitoli di ricerca.
Liliana Cano viaggia per l’Europa, espone il suo lavoro e incontra stimoli nuovi. Questo suo tratto poco provinciale è certificato dal suo lavoro per l’università di Tolone negli anni ’80 “Amanti del Sole” e per la grande tela per il World Trade Center di Amsterdam.
Di questa voglia di confronto, di una sperimentazione continua e di un interesse sempre vivo per il mondo è erede il figlio Igino Panzino. Pittore, scultore, sperimentatore con una solida fama nell’arte contemporanea. È stato lo stesso Panzino, ieri, a dare la notizia della scomparsa della madre pubblicando sui social una fotografia di Liliana da giovane: una radiosa ragazza che esprime vitalità e bellezza. Le stesse cose che la sua pittura ha donato in questi decenni alla Sardegna e al mondo, un’opera amata e compresa da tutti, ma non per questo meno impegnata e interessante, in fondo, proprio quello che le arti visive contemporanee dovrebbero ancora ricercare.
La diffusione della sua pittura è un ricordo continuo di Liliana Cano, una personalità e una produzione generosa come era la sua anima. Un’artista che andrebbe ricordata e onorata con la frase di Matisse: “Oggi ho scoperto la pittura e ho scoperto la felicità”.
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