IAN MANOOK
«I miei i detective in campo per salvare il futuro della terra»
Kornelíus Jakobsson è un ispettore della polizia islandese con la stazza e il temperamento di un troll. È uno che, pur di risolvere un caso, non si fa scrupolo di rinchiudere i suoi superiori in una...
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Kornelíus Jakobsson è un ispettore della polizia islandese con la stazza e il temperamento di un troll. È uno che, pur di risolvere un caso, non si fa scrupolo di rinchiudere i suoi superiori in una stanza o di spenzolare un testimone dal parapetto di una nave. Il fatto che canti in un coro di donne è una delle pochissime frivolezze di questo irascibile detective creato dallo scrittore francese di origini armene Ian Manook, protagonista di una nuova trilogia poliziesca, che segue quella ambientata in Mongolia sul detective Yeruldelgger, apprezzatissima dai lettori. Abbiamo sentito Manook, che è ospite del festival “Florinas in Giallo” dove, intervistato da Enrico Pandiani, presenta “Askja” (Fazi Editore), il secondo capitolo della saga di Jakobsson: oggi alle 20 a Florinas (in piazza del Popolo) e domani ad Alghero, alle 21 alla Libreria Cyrano. Questa volta l’ispettore Kornelíus deve risolvere due misteriosi omicidi, di cui però, particolare non da poco, mancano i cadaveri.
Da dove le è venuta l’idea? «Da un episodio reale: l’incriminazione di sei giovani per due omicidi dove mancavano i cadaveri, le prove materiali e i testimoni diretti. Alcuni di quei ragazzi rimasero in prigione dieci anni prima di essere assolti. La sparizione fa parte della cultura islandese ed è una cosa molto comune. Le persone spariscono nel mare in burrasca, nel deserto di cenere creato dall’eruzione del vulcano Askja che dà il titolo al libro, o volontariamente per farsi una nuova vita all’estero».
Dopo la trilogia sulla Mongolia, che l’ha reso famoso in tutto il mondo, cosa l’ha spinta ad ambientare una nuova saga poliziesca in Islanda?
«Credo di avere sempre saputo che avrei scritto dell’Islanda fin da quando ci andai negli anni Settanta con una specie di brigata internazionale di volontari “hippy” per dare una mano agli abitanti dell’isola di Westmanaeyar, nel sud dell’Islanda, che si trovava in difficoltà per l’eruzione del vulcano Eldfeld. Il nostro compito consisteva nel liberare il villaggio da una collina di cenere».
Leggendo i suoi libri si ha l’impressione che Yeruldelgger e Kornelíus siano un po’ le personificazioni dei territori in cui vivono, è così?
«Sono tutt’e due visceralmente connessi con i rispettivi paesaggi. Sono granitici, ma anche fragili come le loro terre, che sembrano eterne, ma potrebbero sparire in un attimo: l’Islanda di Kornelíus, per una terribile eruzione, la Mongolia con due anni di inquinamento. Tutt’e due sanno che molto di ciò che accade alla natura è colpa dell’uomo, e l’unico antidoto che conoscono è restare fedeli alle tradizioni.
A proposito di tradizioni, in “Askja” si accenna a personaggi pittoreschi come gli elfologi, che prima di prendere decisioni importanti consultano gli gnomi, o fanno deviare le strade per non distruggerne le case. A parte il folklore, però, l’Islanda, nei secoli, non è stata sempre così attenta alla tutela del suo patrimonio naturale.
«Le colpe dell’uomo nei confronti della natura non sono certo una novità. Nel prossimo libro islandese, che uscirà in Francia a ottobre, spiego come mai tra il 1858 to 1935 i Francesi hanno potuto mandare centinaia di navi e più di cinquemila uomini a pescare merluzzi in Islanda, senza che gli Islandesi si opponessero. La ragione è semplice: l’Islanda non aveva più alberi da legname per costruire navi con le quali andare a pesca o cacciare gli “invasori”. E questo perché, mille anni fa, i Vichinghi in un solo secolo hanno tagliato, per le loro imbarcazioni, tutti gli alberi che coprivano l’ottanta per cento dell’isola. Ì miei personaggi sanno cosa significa sfidare la natura».
Secondo lei, dopo il Covid il modo di viaggiare cambierà definitivamente?
«Il Covid cambierà solo il turismo, non il viaggio, che più che un modo di muoversi è uno stato della mente. Il viaggio non ha paura delle difficoltà, e poi, al contrario del turismo, non dipende dal tempo. Un vero viaggiatore sa aspettare, un turista deve fare tutto in un tempo limitato».
Dopo la trilogia islandese, dove ambienterà il prossimo libro?
«Per la prima volta dopo diciotto libri, il prossimo lo ambienterò in Francia. E quello ancora dopo magari in Italia, a Positano…».
Da dove le è venuta l’idea? «Da un episodio reale: l’incriminazione di sei giovani per due omicidi dove mancavano i cadaveri, le prove materiali e i testimoni diretti. Alcuni di quei ragazzi rimasero in prigione dieci anni prima di essere assolti. La sparizione fa parte della cultura islandese ed è una cosa molto comune. Le persone spariscono nel mare in burrasca, nel deserto di cenere creato dall’eruzione del vulcano Askja che dà il titolo al libro, o volontariamente per farsi una nuova vita all’estero».
Dopo la trilogia sulla Mongolia, che l’ha reso famoso in tutto il mondo, cosa l’ha spinta ad ambientare una nuova saga poliziesca in Islanda?
«Credo di avere sempre saputo che avrei scritto dell’Islanda fin da quando ci andai negli anni Settanta con una specie di brigata internazionale di volontari “hippy” per dare una mano agli abitanti dell’isola di Westmanaeyar, nel sud dell’Islanda, che si trovava in difficoltà per l’eruzione del vulcano Eldfeld. Il nostro compito consisteva nel liberare il villaggio da una collina di cenere».
Leggendo i suoi libri si ha l’impressione che Yeruldelgger e Kornelíus siano un po’ le personificazioni dei territori in cui vivono, è così?
«Sono tutt’e due visceralmente connessi con i rispettivi paesaggi. Sono granitici, ma anche fragili come le loro terre, che sembrano eterne, ma potrebbero sparire in un attimo: l’Islanda di Kornelíus, per una terribile eruzione, la Mongolia con due anni di inquinamento. Tutt’e due sanno che molto di ciò che accade alla natura è colpa dell’uomo, e l’unico antidoto che conoscono è restare fedeli alle tradizioni.
A proposito di tradizioni, in “Askja” si accenna a personaggi pittoreschi come gli elfologi, che prima di prendere decisioni importanti consultano gli gnomi, o fanno deviare le strade per non distruggerne le case. A parte il folklore, però, l’Islanda, nei secoli, non è stata sempre così attenta alla tutela del suo patrimonio naturale.
«Le colpe dell’uomo nei confronti della natura non sono certo una novità. Nel prossimo libro islandese, che uscirà in Francia a ottobre, spiego come mai tra il 1858 to 1935 i Francesi hanno potuto mandare centinaia di navi e più di cinquemila uomini a pescare merluzzi in Islanda, senza che gli Islandesi si opponessero. La ragione è semplice: l’Islanda non aveva più alberi da legname per costruire navi con le quali andare a pesca o cacciare gli “invasori”. E questo perché, mille anni fa, i Vichinghi in un solo secolo hanno tagliato, per le loro imbarcazioni, tutti gli alberi che coprivano l’ottanta per cento dell’isola. Ì miei personaggi sanno cosa significa sfidare la natura».
Secondo lei, dopo il Covid il modo di viaggiare cambierà definitivamente?
«Il Covid cambierà solo il turismo, non il viaggio, che più che un modo di muoversi è uno stato della mente. Il viaggio non ha paura delle difficoltà, e poi, al contrario del turismo, non dipende dal tempo. Un vero viaggiatore sa aspettare, un turista deve fare tutto in un tempo limitato».
Dopo la trilogia islandese, dove ambienterà il prossimo libro?
«Per la prima volta dopo diciotto libri, il prossimo lo ambienterò in Francia. E quello ancora dopo magari in Italia, a Positano…».
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