«Con il maestro Olla una grande scuola di vita»
di MARCELLO FOIS
Lo scrittore racconta la sua esperienza scolastica da bambino in Barbagia «In aula ho potuto acquisire la coscienza di un’appartenenza più larga»
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Dal nuovo libro di Marcello Fois pubblichiamo uno stralcio sulla esperienza scolastica dell’autore in Barbagia
* * *di MARCELLO FOIS
Se c’è un eroe puro nell’universo deamicisiano quello è il maestro. Un mediatore tra la formazione e la vita. Un garante senza alcuna garanzia di successo.
Il mio maestro si chiamava Francesco Olla, era un Perboni più riservato, ma come lui, per usare le parole di De Amicis in “Ricordi d’infanzia e di scuola”, «sapeva insegnare, che è una virtù assai rara fra gl’insegnanti, e render la scuola piacevole». La mia classe, trentadue allievi tutti maschi, era esattamente speculare a quella che si può tuttora leggere tra le pagine di Cuore. In quello spazio ho mimato le azioni che avrei dovuto svolgere da adulto. Ho formulato i pensieri che avrei elaborato da adulto. Ho sperimentato relazioni che avrei selezionato da adulto. Questo cordone, che ancora mi lega a quella stagione e a questo romanzo, è il motivo per cui ogni volta mi emoziona e, contemporaneamente, m’immalinconisce rileggerlo.
Ma oggi ne scrivo ricordando con tenerezza tutti i difetti della scrittura, e della lingua informe da cui sono partito. «Questi hanno imparato l’italiano a calci nel sedere», disse il mio maestro alla consegna delle pagelle dopo l’esame della quinta elementare. Si riferiva a un gruppo dei suoi alunni, tra i quali io stesso, che erano arrivati a scuola con una lingua madre del tutto estranea, e che dunque avevano dovuto imparare da capo una lingua e un punto di vista. La scuola per me ha significato la coscienza di una appartenenza. Allora sentirmi italiano mi provocò una vertigine speciale, potevo diventare un rinnegato, ma il mio maestro Olla me lo impedì: mi fece responsabile della compilazione del verbale delle lezioni di storia locale che lui teneva ogni lunedì mattina, in barba ai programmi ministeriali, perché sapessimo che provenivamo anche noi da una storia, piccola magari, magari sussurrata, ma importante. Che doveva convivere, dialogare con quella grande. Perché da quel dialogo dipendeva molto del mio senso del mondo e del mio sguardo. Oggi ancora m’immalinconisce quella vertigine momentanea, quando per un istante mi vergognai di chi ero e da dove venivo.
In Cuore le due istituzioni cardine per la formazione del cittadino, famiglia e scuola, sono la stessa cosa, e questo è un punto che ho sperimentato in prima persona anche prima che potessi leggerlo. Il mio maestro era autorizzato a essermi parente. E, sotto certi aspetti, parente stretto. Gli era riconosciuta dai miei genitori autorevolezza pari alla loro. Per me la parola maestro ha sempre significato genitore terzo. In terza elementare Cuore diventò il nostro libro di lettura. In quarta I ragazzi della Via Paal. In quinta L’ultimo dei Mohicani.
Vivevo in un luogo che i più avrebbero ritenuto tremendo, nel calderone incandescente dell’Anonima Sequestri sarda e nella sua stagione aurea. Eppure ero un bambino felice. Andavo a scuola da solo. Il bullismo era punito severissimamente. E ne so qualcosa perché ero l’unico bambino che portasse gli occhiali fin dalla seconda elementare. C’è una foto della mia prima comunione in cui tutti i comunicati, circa duecento bambini, posavano in bell’ordine sulla scalea che portava alla chiesa delle Grazie. Ebbene chiunque potrebbe intercettarmi tra tutti perché sono il solo che porta gli occhiali. «Quattrocchi» allora era un insulto con i fiocchi, ma nessuno nell’area dell’edificio scolastico era autorizzato a pronunciarlo. Punto, non c’erano possibilità alternative. La scuola allora ragionava in termini schematici ma efficaci: si imparava attraverso sistemi che da semplici diventano via via più complessi.
Si imparava per esempio che avere più parole serve solo a patto che non si sprechino, si imparava che c’è differenza tra l’autorità e l’autorevolezza, si imparava che la solidarietà richiede un pensiero che qualche volta non è spontaneo, ma che va costruito. Si imparava che la fatica è uno strumento di lavoro, non un deterrente. Si imparava che imbattersi in un’ingiustizia significava sapere che cosa si causava quando la si infliggeva, anche involontariamente, ad altri. In Cuore c’è un racconto che si chiama “Il prigioniero” in cui si narra la speciale scalata morale di un giovane garzone subissato dall’arroganza del suo padrone a causa dell’incapacità di argomentare il suo disagio. Il giovane vive imbruttito e livoroso per questa impotenza finché un giorno non argomenta con l’unico linguaggio che conosce: la violenza. Ferisce il padrone, viene arrestato e in carcere, seguito da un maestro sensibile, impara a leggere e scrivere e capisce con stupore quante parole e quanti gesti avrebbe potuto dire e fare. Fa un elenco di tutte le alternative che non ha saputo intravvedere.
Ora certo questa visione ottimistica dell’istruzione è spesso contraddetta dai fatti, il mondo è pieno di laureati delinquenti, ma forse è vero che l’istruzione non sempre coincide con l’attestazione burocratica del curriculum scolastico. E questo, che istruire non corrisponda esattamente al diploma o alla licenza o alla laurea, è un principio in tutto deamicisiano: «Ama il tuo maestro, perché appartiene a quella grande famiglia di cinquantamila insegnanti elementari, sparsi per tutta Italia, i quali sono come i padri intellettuali dei milioni di ragazzi che crescono con te, i lavoratori mal riconosciuti e mal ricompensati, che preparano al nostro paese un popolo migliore del presente».
«Malpagati e mal riconosciuti» quando si dice avere il dono della sintesi efficace. Il maestro Perboni dirige la sua squadra di cittadini in erba e rappresenta un punto di riferimento, una sorta di prototipo universale che genererà altri maestri a varie latitudini.
© 2021 Giulio Einaudi
editore s.p.a., Torino
* * *di MARCELLO FOIS
Se c’è un eroe puro nell’universo deamicisiano quello è il maestro. Un mediatore tra la formazione e la vita. Un garante senza alcuna garanzia di successo.
Il mio maestro si chiamava Francesco Olla, era un Perboni più riservato, ma come lui, per usare le parole di De Amicis in “Ricordi d’infanzia e di scuola”, «sapeva insegnare, che è una virtù assai rara fra gl’insegnanti, e render la scuola piacevole». La mia classe, trentadue allievi tutti maschi, era esattamente speculare a quella che si può tuttora leggere tra le pagine di Cuore. In quello spazio ho mimato le azioni che avrei dovuto svolgere da adulto. Ho formulato i pensieri che avrei elaborato da adulto. Ho sperimentato relazioni che avrei selezionato da adulto. Questo cordone, che ancora mi lega a quella stagione e a questo romanzo, è il motivo per cui ogni volta mi emoziona e, contemporaneamente, m’immalinconisce rileggerlo.
Ma oggi ne scrivo ricordando con tenerezza tutti i difetti della scrittura, e della lingua informe da cui sono partito. «Questi hanno imparato l’italiano a calci nel sedere», disse il mio maestro alla consegna delle pagelle dopo l’esame della quinta elementare. Si riferiva a un gruppo dei suoi alunni, tra i quali io stesso, che erano arrivati a scuola con una lingua madre del tutto estranea, e che dunque avevano dovuto imparare da capo una lingua e un punto di vista. La scuola per me ha significato la coscienza di una appartenenza. Allora sentirmi italiano mi provocò una vertigine speciale, potevo diventare un rinnegato, ma il mio maestro Olla me lo impedì: mi fece responsabile della compilazione del verbale delle lezioni di storia locale che lui teneva ogni lunedì mattina, in barba ai programmi ministeriali, perché sapessimo che provenivamo anche noi da una storia, piccola magari, magari sussurrata, ma importante. Che doveva convivere, dialogare con quella grande. Perché da quel dialogo dipendeva molto del mio senso del mondo e del mio sguardo. Oggi ancora m’immalinconisce quella vertigine momentanea, quando per un istante mi vergognai di chi ero e da dove venivo.
In Cuore le due istituzioni cardine per la formazione del cittadino, famiglia e scuola, sono la stessa cosa, e questo è un punto che ho sperimentato in prima persona anche prima che potessi leggerlo. Il mio maestro era autorizzato a essermi parente. E, sotto certi aspetti, parente stretto. Gli era riconosciuta dai miei genitori autorevolezza pari alla loro. Per me la parola maestro ha sempre significato genitore terzo. In terza elementare Cuore diventò il nostro libro di lettura. In quarta I ragazzi della Via Paal. In quinta L’ultimo dei Mohicani.
Vivevo in un luogo che i più avrebbero ritenuto tremendo, nel calderone incandescente dell’Anonima Sequestri sarda e nella sua stagione aurea. Eppure ero un bambino felice. Andavo a scuola da solo. Il bullismo era punito severissimamente. E ne so qualcosa perché ero l’unico bambino che portasse gli occhiali fin dalla seconda elementare. C’è una foto della mia prima comunione in cui tutti i comunicati, circa duecento bambini, posavano in bell’ordine sulla scalea che portava alla chiesa delle Grazie. Ebbene chiunque potrebbe intercettarmi tra tutti perché sono il solo che porta gli occhiali. «Quattrocchi» allora era un insulto con i fiocchi, ma nessuno nell’area dell’edificio scolastico era autorizzato a pronunciarlo. Punto, non c’erano possibilità alternative. La scuola allora ragionava in termini schematici ma efficaci: si imparava attraverso sistemi che da semplici diventano via via più complessi.
Si imparava per esempio che avere più parole serve solo a patto che non si sprechino, si imparava che c’è differenza tra l’autorità e l’autorevolezza, si imparava che la solidarietà richiede un pensiero che qualche volta non è spontaneo, ma che va costruito. Si imparava che la fatica è uno strumento di lavoro, non un deterrente. Si imparava che imbattersi in un’ingiustizia significava sapere che cosa si causava quando la si infliggeva, anche involontariamente, ad altri. In Cuore c’è un racconto che si chiama “Il prigioniero” in cui si narra la speciale scalata morale di un giovane garzone subissato dall’arroganza del suo padrone a causa dell’incapacità di argomentare il suo disagio. Il giovane vive imbruttito e livoroso per questa impotenza finché un giorno non argomenta con l’unico linguaggio che conosce: la violenza. Ferisce il padrone, viene arrestato e in carcere, seguito da un maestro sensibile, impara a leggere e scrivere e capisce con stupore quante parole e quanti gesti avrebbe potuto dire e fare. Fa un elenco di tutte le alternative che non ha saputo intravvedere.
Ora certo questa visione ottimistica dell’istruzione è spesso contraddetta dai fatti, il mondo è pieno di laureati delinquenti, ma forse è vero che l’istruzione non sempre coincide con l’attestazione burocratica del curriculum scolastico. E questo, che istruire non corrisponda esattamente al diploma o alla licenza o alla laurea, è un principio in tutto deamicisiano: «Ama il tuo maestro, perché appartiene a quella grande famiglia di cinquantamila insegnanti elementari, sparsi per tutta Italia, i quali sono come i padri intellettuali dei milioni di ragazzi che crescono con te, i lavoratori mal riconosciuti e mal ricompensati, che preparano al nostro paese un popolo migliore del presente».
«Malpagati e mal riconosciuti» quando si dice avere il dono della sintesi efficace. Il maestro Perboni dirige la sua squadra di cittadini in erba e rappresenta un punto di riferimento, una sorta di prototipo universale che genererà altri maestri a varie latitudini.
© 2021 Giulio Einaudi
editore s.p.a., Torino
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