La Nuova Sardegna

tre saggi sul sommo poeta 

Tutto ciò che c’è ancora da scoprire sull’universo di Dante

di Antonio Calabrò
 Tutto ciò che c’è ancora da scoprire sull’universo di Dante

«Il Purgatorio è un bel posto. Il nostro posto e pure quello di Dante: convinto di dover espiare il peccato di superbia. E per dare l’idea che sia davvero un bel posto, lo paragona di continuo a...

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«Il Purgatorio è un bel posto. Il nostro posto e pure quello di Dante: convinto di dover espiare il peccato di superbia. E per dare l’idea che sia davvero un bel posto, lo paragona di continuo a quello che proprio lui ha definito il Bel Paese: l’Italia». Sono parole di Aldo Cazzullo in “Il posto degli uomini” ovvero “Dante in Purgatorio, dove andremo tutti”, Mondadori.

Dopo “A riveder le stelle. Dante, il poeta che inventò l’Italia”, continua il viaggio attraverso l’opera cardine di tutta la nostra letteratura, uno straordinario, avvincente racconto sulla condizione umana che ancora, a sette secoli di distanza, riesce a emozionarci e farci riflettere. L’Inferno è il buio, la pena eterna, il dolore. Il Paradiso è luminoso, destinato ai santi. Il Purgatorio “è sempre cangiante”, il percorso verso la salvezza, l’ascesa verso Dio. Ed è il luogo in cui si riflette, meglio che altrove, sulla nostra essenza di uomini imperfetti, in cerca però di perfezione e di assoluto. Insiste Cazzullo: «Il Purgatorio è il luogo dell’amicizia, della mitezza, della cortesia. Dove ci si sorride». Dante infatti incontra alcuni amici, il musico Casella, il poeta Guinizelli, Giotto. Rivaluta controverse figure di potenti invisi alla Chiesa come Manfredi, “biondo, bello e di gentile aspetto”, figlio di Federico di Svevia “stupor mundi”. Si commuove davanti a Pia de’ Tolomei. Continua, con passione civile, a raccontare i drammi dell’Italia “serva” e “di dolore ostello”. E guarda sempre, “puro e disposto a salire a le stelle”, verso Beatrice, che lo aspetta sulle porte del Paradiso.

Il viaggio continua. Dante può essere letto e capito meglio anche attraverso le figure delle donne che incontra. Come raccontano, con la sapienza, la brillantezza e l’ironia di chi ha profonda cultura ed esperienza teatrale, Lella Costa e Gabriele Vacis in “Intelletto d’amore”, Solferino. Ecco, allora, le figure di Beatrice e Gemma, “la musa e la moglie” e poi di Francesca e Taide, “l’amante e la cortigiana”. Con la rappresentazione dell’innamoramento e dell’amore che dura nella vita quotidiana, della passione travolgente e degli intrighi celati dietro i giochi di seduzione. Il pregio del libro dedicato al suo universo femminile sta nel leggere Dante fuori dagli schemi e dagli stereotipi. La condizione umana, infatti, è complessa, controversa, contraddittoria. E «la virtù e il peccato, la ragione e il torto, il Paradiso e l’Inferno sono frontiere permeabili. E proprio in questa zona grigia stanno le possibilità di sorprendersi ed emozionarsi, di ridere e piangere». Dante non sta sul piedistallo. Ma vive nella nostra vita quotidiana. Ecco perché ancora ci piace.

Del poeta va analizzata anche la lingua. Come fa Luca Serianni, professore alla Sapienza di Roma, in “Parola di Dante”, Il Mulino. Con la Divina Commedia la lingua italiana trova in effetti le sua fondamenta. E l’opera è «un serbatoio linguistico dal quale i letterati hanno attinto, anche in stagioni in cui la fortuna critica di Dante volgeva al basso». Manzoni e Leopardi ne sono un buon esempio.



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