Film e impegno Il fascino della “prolo-star”

«L’Italia rappresenta in primo luogo, ai miei occhi, la battaglia di mio padre: una battaglia per la sopravvivenza. Già da piccolo ho capito che cosa sono l’oppressione, la lotta, l’umiliazione, la...

«L’Italia rappresenta in primo luogo, ai miei occhi, la battaglia di mio padre: una battaglia per la sopravvivenza. Già da piccolo ho capito che cosa sono l’oppressione, la lotta, l’umiliazione, la dignità. Oggi, quando sento parlare in italiano, mi sciolgo come neve al sole. Ne sono sconvolto, perché risento mio padre». Quel padre, Giovanni Livi, nel 1924 era espatriato in Francia da Monsummano, in Toscana, dove faceva il contadino e poi l’artigiano realizzando scope di saggina.

Via dall’Italia

Militante comunista, raggiunse Marsiglia con moglie e i tre figli dopo un pestaggio e l’incendio del piccolo laboratorio a opera dei fascisti. Il più piccolo dei figli, Ivo, a diciassette anni sarebbe salito sul palco di un music-hall improvvisato a cantare qualche brano degli idoli di allora: Trenet, Chevalier, Fernandel. Sulla locandina il nome vero avrebbe stonato, così Ivo si ricorda dei richiami della madre quando era bambino: «Ivo! Monta!». Yves Montand inizia a esibirsi nei locali della Provenza e della Costa Azzurra, ma la guerra interrompe quel percorso appena abbozzato. Lavora come apprendista parrucchiere nella bottega della sorella e poi come metalmeccanico ai Chantiers de Provence.

Primi palchi

Notato da un impresario parigino sfollato a Marsiglia, nel 1944 approda a Parigi con un contratto per l’ABC, il più prestigioso music-hall della capitale: cantanti, giocolieri, ballerini, clowns si alternano per brevi esibizioni. Montand, con l’emozione del principiante, canta e accenna qualche passo di tip-tap. Ma il pubblico è freddo. «Esco, mi sfilo la giacca, mi calco in testa in cappello da cow-boy, rientro in scena con le gambe arcuate. Canto “Dans les plaines du Far West”. Non la smettevano di applaudire. Non è stato un successo: un trionfo, un trionfo in piena regola». Una registrazione tv (di quindici anni dopo: bit.ly/montand01) restituisce appena quel ragazzo dinoccolato con una voce irresistibile che avrebbe intrigato di lì a poco la regina della canzone francese. Èdith Piaf lo vuole in cartellone al Moulin Rouge, che riapre come music-hall dopo anni di sole proiezioni cinematografiche. Montand, presentato come “fantasista comico” nel programma di sala subito dopo la cantante, ricordò in seguito di essersi «innamorato senza neppure rendermene conto, vittima dell’incantesimo, dell’ammirazione e della solitudine di Èdith. Avevo ventitrè anni. Era il mio primo vero amore». La relazione fra i due riempie le pagine dei giornali. La Piaf lo porta in tournèe e fa il pigmalione, coinvolge compositori e parolieri nel creargli un repertorio adatto, e lo introduce nella cerchia dei grandi artisti e intellettuali dell’epoca. È protagonista del film “Mentre Parigi dorme” di Marcel Carnè sceneggiato da Jacques Prevert. La pellicola è un fiasco, ma Joseph Kosma musica le parole di Prevert regalando all’artista quella che diventerà la “sua” canzone: “Les feuilles mortes” (sul link: bit.ly/montand02).

Di lì le carriere di cantante e di attore procederanno insieme, e fino alla fine degli anni ’50 girerà almeno un film all’anno (un capolavoro assoluto, “Vite vendute” di Henri-Georges Clouzot, Orso d’oro a Berlino e Palma d’oro a Cannes) con cinque pellicole dirette da registi italiani, fra le quali “La grande strada azzurra” di Gillo Pontecorvo: la storia del pescatore maddalenino Squarciò scritta da Franco Solinas. Musicisti e poeti fanno a gara a comporre per Montand: “Barbara”, “À Paris”, “C’est si bon”, “Les enfants qui s'aiment" ne fanno il cantante più amato da tutta la Francia. Lo chiamano “prolo chantant”, cantante proletario, non solo per le origini: le sue posizioni politiche a fianco della classe operaia sono sempre più esplicite. Francis Lemarque, uno degli autori che più a lungo collaboreranno con Montand, gli affida “Quand un soldat”.

È in corso la disastrosa guerra d’Indocina, l’esercito francese fatica a fronteggiare la guerriglia: una marcetta contro il militarismo non può che incappare nella censura, consolidando la fama di Montand artista engagé. Intanto, finita la relazione con la Piaf, conosce a Saint-Paul-de-Vence l’attrice Simone Signoret, che sposa nel 1951. Acquistano una proprietà ad Autheuil-Authouillet, in Normandia, che diventerà luogo d’incontro di artisti e intellettuali: Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Serge Reggiani, Luis Buñuel, vi soggiornano regolarmente. Nel 1957, all’indomani dell’invasione sovietica dell’Ungheria, intraprende una trionfale tournée in tutti i paesi del blocco orientale: “toccare con mano” il socialismo reale mette in crisi le sue convinzioni politiche. Alla fine del 1959 parte con Simone per gli Stati Uniti per una lunga tournèe.

Hollywood e Marilyn

A Broadway fra il pubblico entusiasta ci sono Montgomery Clift, Lauren Bacall, Ingrid Bergman, Arthur Miller e Marilyn Monroe. A Hollywood la Signoret riceve l’Oscar come migliore attrice per “La strada dei quartieri alti” di Jack Clayton e parte per Roma per girare “Adua e le compagne”. Montand resta a Los Angeles, protagonista con la Monroe di “Facciamo l’amore” di George Cukor. Il cliché cinematografico di “french lover”, che lo stancherà presto convincendolo ad allontanarsi dall’industria hollywoodiana, gli è però tutt’altro che estraneo: la breve relazione con Marilyn alimenta la stampa scandalistica, contribuisce a sfaldare il matrimonio della diva con Miller. Questa e altre infedeltà saranno anche alla base del difficile rapporto della coppia Montand-Signoret, che rimarrà però tale fino alla morte di lei, nel 1985. Un altro lungo tour come cantante fra gli Usa e il Giappone si conclude a Parigi nel 1963, dove però, nonostante la sua popolarità non venga meno, capisce che il pubblico e la musica stanno cambiando. Il rock ‘n roll dagli Usa, i Beatles in Inghilterra, in Francia Johnny Halliday: il grande periodo come artista di music hall sta volgendo al termine. Dal 1964 si dedica quasi esclusivamente al cinema.

Inizia un sodalizio con il regista Costa-Gavras: dopo “Vagone letto per assassini” gireranno assieme “Z-L’orgia del potere”, “La confessione”, “L’Amerikano”. La Grecia dei colonnelli, le purghe staliniane in Cecoslovacchia, la politica USA in Sudamerica: il cinema politico trova in Montand l’interprete ideale. Alterna però ruoli drammatici a commedie, nelle quali eccelle nei ruoli del mascalzone irresistibile o del fallito di mezza età che mantiene decoro ed eleganza (un po’ come il proprietario del Mocambo di Paolo Conte).

Così troverà compagni ideali in Claude Sautet (con il quale gira “È simpatico, ma gli romperei il muso”, “Tre amici, le mogli e affettuosamente le altre” e “Garçon!”) Alain Resnais, Claude Lelouch, Jean-Pierre Melville e Jean-Luc Godard.

La disillusione

Quest’ultimo con “Crepa padrone, tutto va bene” (1972) gli cuce addosso il ruolo di un regista di spot pubblicitari che prova a fare i conti con le disillusioni post-68. Le convinzioni politiche di Montand sono infatti cambiate: dopo la repressione della Primavera di Praga, la rottura con il Partito Comunista Francese è stata definitiva. L’inizio degli anni ’80 segna il grande ritorno alla canzone e al palcoscenico, dopo tredici anni di assenza. Sul palco dell’Olympia, sold out per mesi, a quasi sessant’anni dà una lezione di energia affrontando da solo il palcoscenico con un cappello, un bastone e una sedia (sul link: bit.ly/montand03). Subito dopo, l’ultimo tour mondiale fra Brasile, Stati Uniti, Canada e Giappone.

Carole Amiel, sua assistente nella tournée, gli darà nel 1988 un figlio: Valentin, ora ingegnere informatico. Yves Montand muore il 9 novembre 1991 a Senlis, a nord di Parigi, di infarto miocardico, appena terminate le riprese del film “IP5, L’isola dei pachidermi” di Jean-Jacques Beineix. Non è chiaro se il bagno in un lago gelato, fatto per esigenze di copione poche settimane prima, sia all’origine dell’evento. È sepolto accanto a Simone Signoret nel cimitero di Père-Lachaise, a Parigi.

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