«Metto in scena i falsi vincenti dei social»

Giorgio Colangeli parla della piéce tratta da “L’uomo, la bestia e la virtù” di Luigi Pirandello oggi al Civico di Alghero

«Paolino è una vittima del suo timore del giudizio degli altri. Da professore, persona che di solito dice agli altri ciò che è giusto e ciò che non lo è, si fa l’idea di dover essere al di sopra di qualsiasi debolezza umana, o quantomeno che così debba apparire. E non per un interesse immediato, ma per una sorta di fatto etico, non vuol essere colto in fallo». Ma soprattutto, promette Giorgio Colangeli – protagonista de “L’uomo, la bestia e la virtù” in scena oggi e domani al Teatro Civico di Alghero nella stagione Cedac – «poter ridere delle dinamiche in cui Pirandello pone il personaggio sarà estremamente liberatorio per il pubblico. Formalmente è una farsa, e se il testo di Pirandello va in quella direzione – racconta l’attore – noi abbiamo ulteriormente calcato la mano sul divertimento. È uno spettacolo che chiama la risata, la cerca. D’altronde il comico è diventato un veicolo, un modo per sollecitare il pubblico e dopo arrivare a contenuti più impegnativi. Qui a Paolino, soggetto come tutti a tentazioni, capita di mettere incinta la sua amante, una donna sposata. Da quel momento diventa una sorta di demonio, ed è talmente urgente la necessità di venirne fuori senza offuscare la figura che lui ritiene di dovere interpretare, che diventa comico in ogni sua azione. Ai nostri tempi con l’uso dei social, la preoccupazione della propria immagine è ancora più forte. Siamo ancora più esposti, abbiamo anche più mezzi per costruire un’immagine che non coincide con quella vera. Con la conseguenza di non sentirci mai corrispondenti all’immagine che diamo. Ma Paolino è soprattutto vittima di se stesso. Chi gli ha dato questo compito immane di sembrare un santo? Se lo è dato da solo, è una manifestazione di un super-io. Il fatto che tutto ciò sia innescato da una faccenda di corna è ovviamente inattuale. Ma la dinamica che ne viene è invece attualissima».

Lo spettacolo - in tournèe sabato a Lanusei e domenica a San Gavino Monreale - è stato prodotto nel 2019 in occasione del centenario di quest’opera di Pirandello. «Certo i contenuti non sono quelli di cento anni fa – sottolinea Colangeli – però è identica la spinta ad apparire, se non migliori, almeno diversi da ciò che si è. E oggi si fa presto sui social, bastano certi commentini vivaci per dare un’immagine diversa di noi. Si sono moltiplicate le relazioni virtuali, fin quelle sessuali, e quindi le occasioni di voler apparire differenti. Ecco perché ritengo che nei confronti del pubblico la vicenda di Paolino sia estremamente liberatoria. Per interpretarlo ho attinto anche a una parte autobiografica. Docente lo sono stato e in fondo lo sono ancora, per come concepisco questo mestiere. Era abbastanza comune considerare l’attore anche come operatore culturale, come qualcuno che aveva dei contenuti da trasmettere, e questa tensione morale la sentivo e la sento tutt’ora. Anch’io sia quando ero sulla cattedra o quando sono sul palcoscenico sentivo e sento di dover essere sempre irreprensibile. E mi dà molto fastidio sentirmi dire: eh, ti abbiamo beccato!».

Giorgio Colangeli ha raggiunto notorietà e apprezzamento tra cinema, teatro e fiction. «Per me è importante declinare questo mestiere in tutte le sue risorse e possibilità – dice l’attore – all’inizio facevo solo teatro e il cinema, che amavo come spettatore, mi sembrava qualcosa al di fuori della mia portata, ma poi mi sono reso conto che se non avessi fatto quel passo sarei rimasto in una condizione di limite, anche perché ho cominciato tardi. Dopo il cinema la fiction, passo più difficile umanamente, perché quando ho cominciato a farla era un prodotto che ancora doveva trovare una sua cifra. Ora è diventata persino concorrenziale con quella che si fa all’estero. Teatro e cinema hanno tempistiche completamente diverse, e nei limiti del possibile faccio entrambi. Il palcoscenico resta però la mia più grande passione, il motivo per cui ho fatto questo mestiere. Avere il pubblico davanti è la molla iniziale, cosa che la pandemia ci ha sottratto e forse messo a rischio. Le persone stanno talmente comode che, come si fanno portare la pizza a casa, all’andare a teatro potrebbero preferire lo streaming. Se n’è fatto largo uso e anche abuso e siccome le brutte abitudini si prendono in fretta, il rischio in effetti c’è».

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