La Nuova Sardegna

«War is Over», nel Kurdistan che resiste

di Fabio Canessa
«War is Over», nel Kurdistan che resiste

Il film documentario diretto da Stefano Obino alla Festa del cinema di Roma nella sezione “Alice nelle città”

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Una donna tiene tra le braccia un bambino. Irrompe una voce fuori campo, sembra la sua: «La notte dà vita al giorno. La speranza ispira un obiettivo. La parola suggerisce un’azione. Costruire è l’inizio della rinascita». Si apre così “War is Over” di Stefano Obino e nelle parole di questa madre si ritrova tutto il senso del suo documentario presentato in anteprima ad Alice nella Città, sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma.

Girato nel Kurdistan iracheno, un’area che dal conflitto contro l’Isis ha ereditato decine campi profughi con un milione e mezzo di persone in stato di necessità, il film segue una direzione precisa: mostrare il risorgere della vita dalla distruzione, lo spirito di resilienza di un’umanità troppo spesso dimenticata. «Siamo andati la prima volta dopo la liberazione di Mosul – sottolinea il regista – e stando là siamo rimasti colpiti dall’energia che si percepiva, dalla voglia di normalità che emergeva dai gesti semplici delle persone nonostante la situazione difficile. E così abbiamo deciso di raccontare questo aspetto. La vita che resiste, rinasce, si riprende i suoi spazi». Nato a Carbonia, Stefano Obino è cresciuto a Milano. Ha collaborato con Current tv, LaEffe, diretto il documentario “Vinicio Capossela – Nel Paese dei Coppoloni”, e le docuserie Rai “Operai”, “Ricchi & Poveri”, “La difesa della razza” condotte dal giornalista Gad Lerner. Da alcuni anni risiede a Berlino dove vivono anche la produttrice di “War is Over” Tania Masi e il direttore della fotografia William Chicarelli Filho che lo ha accompagnato nella realizzazione di questo documentario.

«Siamo stati in quei territori a più riprese, ogni volta per almeno tre settimane. Tutto è cominciato grazie alla collaborazione con Aispo (Associazione italiana per la solidarietà tra i popoli), Ong che tra l’altro ha un forte legame con l’Università di Sassari per progetti legati in particolare a studi sulla talassemia. Malattia che nel Kurdistan iracheno risulta essere il doppio rispetto alla media del resto del mondo e che anche in Sardegna presenta un’incidenza alta. La collaborazione con Aispo ci ha consentito di entrare in strutture e luoghi normalmente non accessibili e dato la possibilità di raccogliere materiale video importante per il nostro film». Un documentario che presenta uno stile cinematografico, osservazionale, raccontando attraverso le immagini i luoghi più che singole storie.

«Volevamo staccarci anche stilisticamente dai prodotti televisivi, da quel modo da breaking news che spinge sulla sofferenza come ingrediente imprescindibile nella cronaca del quotidiano. Abbiamo visto direttamente con i nostri occhi come lavoravano molte troupe nei campi profughi che abbiamo visitato nell’immediato dopoguerra con l’Isis: somigliavano a dei supermercati di tragedie dove per pochi dollari potevi trovare persone in stato di estrema necessità disponibili a raccontarti le loro tragiche storie. Così ci siamo imposti di evitare situazioni drammatiche, di non usare musiche e interviste. Tutti elementi narrativi a cui come spettatori occidentali siamo invece abituati».

Ecco così immagini inusuali quando si pensa a luoghi martoriati dalla guerra: ragazzi che si divertono in una piscina mentre tutto intorno è distrutto, bambini che giocano in una ex prigione, adulti che guardano insieme partite in tv, una fabbrica abbandonata trasformata in un laboratorio dedicato all’arte da un gruppo di giovani. «La scoperta di questo collettivo artistico – sottolinea Obino – è stata qualcosa di magico. Nel corso del nostro viaggio siamo arrivati alla città di Sulaymaniyah, non lontano dal confine con l’Iran. Ci avevano segnalato dell’attività artistica di un gruppo di giovani curdi, ma pensavamo fosse uno scherzo. Arrivati in un’ex area industriale la zona sembrava abbandonata. Poi abbiamo incontrato un ragazzo che ci ha guidato in un’ala della fabbrica piena di dipinti, musica, luoghi per creare, ballare, fare skate. Uno spazio conquistato da ragazze e ragazzi, ventenni con il desiderio di essere se stessi, di liberarsi da traumi e ricordi negativi e costruirsi una vita normale».

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